Titanismo tesina

Tesina di maturità che affronta il tema della tensione dell'uomo al superamento dei limiti imposti dalla natura, concetto tipico dell'età romantica, tra mitologia greca, arte e letteratura italiana e inglese.

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  • 19-09-2015
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Il Titanismo
Il Titanismo

Che cos'è il titanismo?
Il termine titano proviene dalla mitologica greca e si riferisce a 12 divinità pre-olimpiche che per prime osarono sfidare gli dèi dell’Olimpo scatenando una battaglia cosmica che si concluse con la vittoria di questi. Così narra Esiodo nella Teogonia.
Fra i titani, emblematica è la figura di Prometeo, che ci è pervenuta tramite due vie: la prima è un poema, Le opere e i giorni di Esiodo, e la seconda una tragedia, il Prometeo incatenato di Eschilo. Entrambe le opere raccontano le vicende della figura di Prometeo condannato da Zeus per la sua benevolenza nei confronti degli uomini, soprattutto per aver rivelato loro un segreto così importante come l’uso del fuoco. Il padre degli dèi olimpici lo punì facendolo incatenare nudo a una montagna con un’aquila che gli divora il corpo per l’eternità, immagine con cui Prometeo è generalmente rappresentato nelle opere artistiche.
Il concetto di titanismo, invece, nasce in epoca pre-romantica. I romantici, infatti, si appassionarono molto alle vicende mitologiche della lotta tra Zeus e i Titani, tanto che vi ritornarono nelle loro opere, ma in una nuova chiave. Il titanismo romantico, infatti, è sì una lotta, una ribellione nei confronti di un’autorità, ma è anche una tensione, un impulso irrazionale – nel senso di “non pacifico” – che caratterizza l’uomo di quel tempo e che si oppone alla razionalità e all’accettazione di sé tipica dell’illuminismo. In altri termini, il titanismo è la tensione infinita al superamento dei limiti imposti all’uomo per natura.
Infine, proprio per questo continuo struggimento, il titano è una figura tormentata e priva di fiducia nella realtà, poiché consapevole dei propri limiti.

J.G. Fichte

Il filosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte concettualizza lo streben nella sua celebre opera La dottrina della scienza fino a trarne una proposta morale.
Streben è parola tedesca traducibile in italiano con “tensione, sforzo” verso un obbiettivo, un traguardo, ed è un vocabolo usato dai romantici per designare lo struggimento dell’uomo-titano che desidera l’auto-perfezionamento e il superamento di ogni limite sia materiale che spirituale.
In che termini la filosofia fichtiana è legata allo streben romantico?
Nell’opera menzionata il filosofo introduce il sapere pratico con la seguente formulazione:“l’io pone il non –io come limitato dall’io”.

Per comprenderla appieno, però, bisogna prima analizzare il significato fichtiano dell’opposizione tra “io” e “non-io”. Anzitutto, l’io è considerato l’origine di un continuo sforzo, e quindi assume una nuova connotazione in quanto non ha più un valore strettamente conoscitivo, bensì un ruolo pratico. Un qualsivoglia sforzo, però, comporta sempre la presenza di un elemento che si oppone e una tensione implica sempre una barriera, un ostacolo, da superare, che Fichte identifica con il non-io. Lo scontro tra “io” e “non-io” spinge inevitabilmente a soffermarsi sull’ “io”, vale a dire spinge alla conscienza di sé e dello sforzo compiuto. Infine, Fichte chiarisce che l’io in campo pratico, essendo cosciente del proprio sforzo, tende sempre verso qualcosa che non c’è, che manca e anela a colmare tale mancanza. Di conseguenza, lo streben può essere anche inteso come desiderio illimitato che caratterizza il titano.

Può Fichte stesso essere considerato un titano?
“Fichte è un titano che lotta per l’umanità”, disse il poeta romantico Hölderlin.
Queste parole trovano ampio riscontro nelle opere del filosofo, non solo come teorico dello streben ma anche come “lottatore” in ambito sociale, come testimoniano le Lezioni sulla missione del dotto.
Infatti, in questa celebre opera Fichte espone il cruciale compito di cui sono responsabili i dotti, lui compreso, che è quello di guidare la società verso l’unità, ossia la perfezione. Ma poiché questo obiettivo è “irrealizzabile finché l’uomo non cesserà di essere uomo e non diverrà Dio”, scrive Fichte, la vera missione del dotto è quella di “avvicinarsi a questa meta, avvicinarsi ad essa all’infinito”. Come? Attraverso la cultura. Questa può essere letta come missione titanica: Fichte vuole raggiungere una meta pur ammettendone l’impossibilità, vuole superare a tutti i costi un limite che gli è imposto, rivolgendo a esso ogni suo sforzo senza mai “adagiarsi”, credendo di aver compiuto del tutto il suo dovere.
In conclusione, Fichte stesso è una figura titanica “che lotta per l’umanità”, proprio come afferma la citata tesi di Hölderlin, poiché attribuisce all’uomo un ruolo centrale e per questi decide di “lottare”, in termini di streben, tensione infinita verso una meta e superamento dei suoi limiti.

Faust- Goethe
Faust è la storia del viaggio dell’omonimo protagonista, un dottore e studioso onnisciente che scommette la propria anima col diavolo, a patto che questi in cambio riesca ad appagare definitivamente i suoi desideri di conoscenza più profondi, propri esclusivamente degli esseri umani: la conoscenza universale, la volontà di penetrare l’essenza più segreta della vita.

Faust:
Dell’aldilà poco m’importa
Mandami a pezzi questo mondo
E poi l’altro potrà venire su.
Le mie gioie scaturiscono
Da questa terra; questo sole brilla
sui miei dolori. Se io mai dovrò
separarmene, capiti che può.
Non voglio piu sentir discutere
Se nella vita futura si odi o si ami
O se in quelle sfere esistano
Un di sopra o un di sotto
MEFISTOFELE
Se la pensi così, puoi rischiare.
Impegnati! Vedrai, nei giorni prossimi,
di che sono capace.
Ti piacerò. Ti darò quello che nessuno
Ha mai veduto ancora.

Faust:
E che vuoi darmi, povero diavolo?
L’hanno, i tuoi simili, compresa mai
La mente umana quando tende all’alto?
Hai piatti che non sazino, hai
Oro rosso che scorra
Via tra le dita come argento vivo?
Un gioco dove non si vinca mai?
Una ragazza che mentre io l’abbraccio
Già faccia l’occhio ad un altro?
La gloria, piacere divino
Che vola via come meteora?
Fammi vedere il frutto che, prima di coglierlo, è marcio;
l’albero che ogni mattino rinverde.
[…]
Faust:
Dovessi dire all’attimo:
“Ma rimani! Tu sei così bello!”
allora gettami in catene,
allora accetterò la fine!
Allora batta a morto la campana
Allora, esaurito il tuo impegno
s’arresti l’orologio, cada giù la lancetta,
per me finisca il tempo!

Così, accompagnato da Mefistofele, Faust inizia il suo viaggio, durante il quale incontra una donna di nome Margherita di cui si invaghisce e con l’aiuto del diavolo riesce a conquistarla. Faust trova in Margherita ciò che desiderava e per cui aveva scommesso la sua stessa anima con il diavolo: la felicità assoluta.

Mefistofele
Si può forse indovinare la meta alla quale tu aspiri?
Qualche cosa di sublime senza dubbio.
Tu che in questo tragitto ti sei innalzato così
vicino alla luna, vorresti forse sollevarti fino ad essa?

Faust
Niente affatto. Questo globo terrestre offre ancora
uno spazio sufficiente per le grandi opere.
Qualche cosa di grande sta per compiersi.
Sento in me le forze necessarie per una temeraria impresa.

Mefistofele
Desideri dunque ardentemente la gloria?
Faust
Voglio conquistare una corona, voglio uno stato!
Il concreto è tutto, la gloria un nulla.

Mefistofele
Eppure vi saranno poeti per annunziare ai posteri la tua grandezza.

Faust
Ciò non ti riguarda. Conosci tu forse i desideri dell’umanità?
La tua natura ingrata, piena di amarezza e di fede, sa ella forse ciò che all’uomo abbisogna?


Il dramma di Goethe si conclude con la realizzazione di ciò che Faust aveva inizialmente chiesto al diavolo. Infatti, Faust, nel presentare il progetto di uno Stato fondato sulla cooperazione di uomini liberi, sente di non desiderare più nient’altro e di voler prolungare quel momento in eterno, per questo pronuncia proprio le parole del patto:
Tutto questo vorrei vedere, e vivere tra un popolo libero in un paese libero. A quel punto sì
potrei dire: “Fermati, attimo, tu sei così bello!”

A questo punto, Faust pare sconfitto; eppure, inaspettatamente si risveglia in cielo circondato da una schiera di angeli che gli svela la ragione della sua salvezza, che è proprio il suo continuo tendere all’alto, senza ricadere nell’autocompiacimento:

Chi sempre faticò a cercare, noi possiamo redimerlo.

Byronic hero
The Byronic hero is not just one character, but comprises a number of characters created by the Romantic poet George Gordon Byron. He belongs to the second generation of Romantic poets, all of them characterized by a political involvement that led them to challenge nature and social order. Such an involvement we find reflected in their poetry.

The main features of the Byronic hero are the following:
-Rebellious nature: the Byronic hero has a rebellious attitude against society and God. He makes himself an outcast in order to be free by all the restrictions imposed by society and he becomes a restless wanderer.
-Brooding figure: the Byronic hero is a tormented character because he feels a great discrepancy between his mortal condition and his longing for the infinite.
-Superior: the Byronic hero feels almost superior to the mankind and almost a stranger. As a matter of fact, he often has a difficult relationship with the other human beings.

The most titanic figure among all the various embodied figures of Byronic hero is Manfred. He is the protagonist of the homonymous tragedy written in 1817 by Byron. He lives in a massive castle on his own as a deliberate outcast because he feels a “stranger”, nothing perceiving in common with the “breathing flesh”, in fact he declares:

My joys, my griefs, my passions, and my powers
Made me a stranger; though I wore the form,
I hade no sympathy with breathing flesh

Moreover, Manfred is depicted as a brooding figure – even if the reader doesn’t really know the cause of his sorrow – who is seeking forgetfulness.
He is a man of great knowledge, he knows “the wisdom of the world”; nonetheless, all these skills cannot help him. As a matter of fact Manfred repeats several times that everything ha has learnt “avail’d not” because he’s only in search of forgetfulness.
Therefore, he tries to commit suicide but destiny always stops him in time. Such a despair caused by the limits of knowledge is what makes Manfred similar to Faust, as we clearly see in the passage below:

Mi chiamano Maestro: anzi Dottore.
Sono dieci anni che menando vo
pel naso i miei scolari, 
di sù di giù, per dritto e per
traverso. Ma solo per accorgermi
che non ci è dato di sapere, al mondo,
nulla di nulla.
E quasi mi si strugge, ardendo, il cuore.

Notwithstanding, Manfred differs from Faust in some ways, as they have a different idea of how they can overcome the limits imposed by nature, so they act consequently. Unlike Faust, Manfred defies all the authorities he comes across until his death because of his rebellious nature. As a matter of fact, he always chooses death over submitting to higher powers. This position reveals his titanic features, which are different from Faust’s ones, as he only desires to strive for his total independence from the mankind, seeing every form of authority as an insurmountable hurdle.
On the other hand, Faust is titanic in any field of life: at the very end, in spite of their common features, the Faustian hero overtakes the Byronic one. Eventually, despite all his errors and even crimes committed, and by virtue of his ceaseless longing for fulfilment, Faust ends up as a winner, welcomed in heaven, whereas Manfred dies after rejecting the help of a religious authority.

C.D. FRIEDRICH
Il Riesengebirge

Paesaggi sconfinati come quello rappresentato in questo dipinto, che trasmettono a un tempo bellezza e terrore, sono un tema ricorrente nella pittura di Friedrich. Sulla cima del monte più alto si può distinguere, a fatica, la figura di una donna che si aggrappa all’esile croce che sovrasta la cima e che nel contempo tende la mano a un uomo che non l’ha ancora raggiunta. È importante sottolineare l’importanza delle dimensioni scelte da Friedrich per rappresentare i soggetti del quadro. Infatti, egli ottiene una voluta sproporzione tra le dimensioni delle figure umane, che sono poco percepibili, quelle della croce, che è molto più grande dell’uomo, e quelle del paesaggio montano, che occupa la maggior parte dello spazio e sembra non avere confini, pare anzi continuare oltre i margini del quadro.
Ognuno di questi elementi è immagine dell’uomo romantico. Infatti, la donna è tesa verso l’alto, anche se ha già raggiunto la cima, e così rappresenta l’impulso titanico a raggiungere qualcosa di più grande di sé. Tuttavia, la donna prova anche paura: per questo si aggrappa alla croce, la quale, pur essendo più grande di lei, è comunque sottile e, per giunta, è presa di scorcio, partecipa dunque dell’immensità che la circonda, ma sembra scomparire.
Per tutto quanto detto, si può ben affermare che il Cristo sulla croce non coincide con Dio, ma è semplicemente un Cristo simbolico che condivide la paura dell’uomo romantico, poiché con la sua minutezza non può reggere il peso dell’uomo, così che l’aggrapparsi a lui resta solo una pia illusione.

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