L’unificazione risorgimentale dello Stato italiano è all’origine della Questione Meridionale.
Il problema è complesso ed articolato in molteplici “questioni”.
Il profondo malcontento delle popolazioni meridionali ed insulari per una politica di maggiore pressione fiscale ed un’amministrazione centrale che non teneva in nessuna considerazione l’identità sociale e culturale del Sud così diversa da quella del Nord, ne rappresentano le componenti più importanti.
Solo allora, gli italiani residenti a Nord del Garigliano e del Tronto scoprirono la miseria, l’arretratezza economica e civile “dell’altra Italia”.
La miseria economica e morale di questa parte d’Italia diventa una “questione nazionale” per merito di P. Villari che nelle prime lettere meridionali del 1861, porta a conoscenza della ricca borghesia settentrionale il dramma quotidiano di milioni di italiani.
Gli scritti del napoletano mobilitano la parte migliore della classe intellettuale e politica.
Il toscano L. Franchetti ne lascia traccia nello scritto “Condizioni economiche e amministrative delle province napoletane” del 1875.
È dell’anno successivo, 1876, la famosa inchiesta compiuta in Sicilia dallo stesso Franchetti e da Sidney Sonnino. Nasce così a Firenze attorno alla rivista “Rassegna settimanale” e al Franchetti un gruppo di studiosi e profondi conoscitori “dell’altra Italia”.
Puntuale e severa è l’analisi di G. Fortunato. L’intellettuale lucano sostenne l’esistenza di due Italie fisicamente diverse; denunciò la falsa fertilità delle terre del Sud, il dissesto idrogeologico del suolo e il clima arido per l’incostanza e la scarsità delle precipitazioni.
Più articolata e profonda è l’analisi di G. Salvemini. Negli scritti sulla Q. lo studioso pugliese sostenne la necessità di estendere il suffragio universale alle masse contadine.
Introduce, per la prima volta nell’analisi, il ruolo e le responsabilità della classe politica dirigente nei problemi economici irrisolti.
Con G. Dorso si accentua la critica alla borghesia già evidente in G. Fortunato. Nello scritto “La Rivoluzione Meridionale” del 1925 si intravede la necessità dell’azione politica rivoluzionaria.
Dopo oltre un secolo si continua a parlare di “Questione Meridionale”. Gli studi e le analisi si sono moltiplicati ma il problema agrario, l’industrializzazione, l’ordine pubblico, il progresso economico e civile sono ancora in attesa di una soddisfacente soluzione.
Origini della Questione Meridionale
All’indomani dell’unificazione territoriale dello Stato italiano, la classe politica si trovava difronte a impegni terribili. L’unificazione territoriale era una vuota formula politica, fino al 1859 solo un’idea.
All’improvviso l’unificazione nazionale che univa aspetti dell’Europa più avanzata e progredita a Nord, ad aree di arretratezza medievale a Sud. Realtà così diverse ed eterogenee dovevano essere governate e trasformate in una realtà omogenea. Diceva Massimo D’Azeglio “che fatta l’Italia, si dovevano fare gli italiani”.
Al momento dell’unificazione risorgimentale la borghesia, ormai dominante, coabitava con una aristocrazia forte e conservatrice. Il 70% della popolazione era occupato nell’agricoltura ma il mondo contadino viveva profonde contraddizioni tra il latifondismo meridionale e l’impresa capitalistica del Piemonte e della Lombardia.
Il Nord e il Sud erano profondamente divisi per differenti norme amministrative, giudiziarie, ordinamenti militari, apparato burocratico, condizioni culturali e risorse finanziarie. Una situazione che più di una volta aveva fatto dubitare circa il valore del nuovo Stato sempre in difficoltà nel controllo dell’ordine pubblico nell’Italia meridionale e nella Sicilia.
Si aggiungeva l’inadeguatezza della classe politica che alimentava il ribellismo contadino con nuovi oneri e non era in grado di controllare l’orientamento reazionario della grande proprietà agricola che mal sopportava la nuova politica fiscale del nuovo governo centrale.
La risposta della classe politica era la repressione, spesso atroce. La “piemontesizzazione” del meridione e delle isole aumentò le difficoltà.
La situazione economica
Era necessario l’impegno di più generazioni per avviare a soluzione i problemi racchiusi nella Questione Meridionale: la gravissima situazione finanziaria, la mancanza quasi assoluta di infrastrutture, il problema dell’ordine pubblico e della proprietà agraria.
La politica finanziaria che iniziava a gravare non solo sui proprietari ma anche sui ceti meno abbienti a causa dell’incremento delle imposte indirette, se da una parte portava alla nascita di organizzazioni prossime al partito moderno, dall’altra parte divideva ancora di più un Mezzogiorno povero, da un Settentrione progredito e ricco.
Il confine della Questione Meridionale va spostato a Nord del Garigliano di almeno 100 Km.
Lo stato di arretratezza e povertà, il controllo politico e sociale esercitato dalla proprietà agraria e la mancanza totale delle più elementari opere igienico-sanitarie fanno rientrare a pieno diritto nella Questione Meridionale la Ciociaria e i comuni dei Monti Lepini.
Le condizioni economiche, sociali, morali, delle infrastrutture, dell’amministrazione pubblica e giudiziaria, dei paesi più poveri della Lucania, Calabria, Sicilia sono le stesse di Norma, Sonnino, Patrica, Anagni, Supino, Valmontone, Maenza.
I sanguinosi moti che vanno dal marzo 1911 al gennaio 1913 segnano profondamente “l’età di Giolitti”.
Già grave al momento dell’Unità, il divario tra Nord e Sud era diventato ancora più profondo alla fine del secolo.
Il reddito pro capite raddoppiato al Nord, rimaneva stazionario al Sud. L’emigrazione saliva a 300 mila espatrii l’anno. Il tasso di analfabetismo decresceva rapidamente al Nord e lentissimamente al Sud.
Il Mezzogiorno era fermo perché i pochi capitali venivano risucchiati dall’industria del Nord. In questa cornice economica si registrano le manifestazioni di protesta organizzate dalle associazioni contadine e che caratterizzano l’età giolittiana.
Nei comuni del Lazio il potere è nelle mani di una classe dominante strettamente legata alle autorità ecclesiastiche. La piccola borghesia terriera gestisce il potere amministrativo escludendo sempre di più le classi contadine dalla vita politica.
I privilegi della borghesia, l’imposizione di pesanti tributi fiscali e l’esclusione dai processi decisionali sono la ragione delle numerose e frequenti sommosse popolari. I ceti poveri dei Lepini e della Ciociaria incendiano e bruciano le Case Comunali, espressione diretta dei privilegi, arroganza e violenza della classe dominante.
Si creano nuove tensioni tra le classi povere del Mezzogiorno in cerca di riscatto alla notizia delle grandi vittorie operaie conseguite nei centri del Nord.
L’eccidio
L’eccidio di Roccagorga, avvenuto il 6 gennaio 1913, destò un profondo dolore in tutto il Paese. Uscì fuori dai confini della cronaca locale fino a diventare il simbolo della protesta contro la violenta politica di repressione del governo Giolitti.
Sulla “Piazza Vittorio” sotto i colpi di moschetto di 50 soldati al comando del tenente Gregori caddero 7 persone tra cui il piccolo Carlo di solo 5 anni.
L’eccidio di Stato
L’Avanti, il Messaggero, la Tribuna, il Giornale d’Italia ed il Mattino, con i loro articoli portarono la sanguinosa repressione all’attenzione della cronaca nazionale. Il quotidiano socialista, diretto da Benito Mussolini, il giorno dopo la sparatoria titolava così la prima pagina: “Eccidio di Stato. Al grido di “Savoia” la truppa scarica 300 colpi di fucile contro donne inermi ed innocenti bambini. La protesta proletaria contro gli assassini di Stato”.
Il Messaggero di Roma così scriveva: “Una giornata di conflitti sanguinosi. Morti e feriti a Roccagorga durante un tumulto violento. I contadini in Municipio”.
Appena conosciuta la notizia dell’eccidio, Mussolini brandisce furioso la penna e lancia il suo terribile “j’accuse”: “Assassinio di Stato”, “La politica della strage”: “Noi non consiglieremo né longanimità, né generosità alle folle. Nessuna violenza è più legittima da quella che viene dal basso”. Ancora: “Ma come, allora, nell’Italia che noi sogniamo grande maestra di civiltà, si fucilano vecchi inermi, le donne gravide, i bambini perduti? E quando gli arabi di Roccagorga chiedono fogne, medici, l’acqua, la luce, il Governo, che non ha più milioni, manda i Carabinieri ed annega nel sangue la civile, la santa, la umana protesta del popolo”.
Nell’edizione dell’Avanti del 7 gennaio, sotto il titolo “Giornata di reazione a Roccagorga”, il cronista scrive: “Si ha notizia da Roccagorga, piccolo paese della Ciociaria, vicino Frosinone, di un nuovo conflitto avvenuto verso mezzogiorno fra le forze di polizia e i dimostranti. Nel paese regnava da tempo una viva agitazione per il modo anormale di come funziona il servizio sanitario. Il paese è senza medici e manca di ogni rudimentale organizzazione sanitaria. Manca l’acqua, la luce, le fogne ed è per di più oberato di balzelli fiscali”.
Per le autorità è troppo e Benito Mussolini è denunciato per istigazione alla violenza.
Finisce di nuovo in tribunale, ma invece di rimangiarsi le sparate, alza il tiro: “Se domani un altro eccidio si verificasse, io non scriverei con l’inchiostro, ma col sangue”. Lo assolvono.
Le reazioni dell’opinione pubblica nazionale
L’Avanti di Milano scatena in tutto il Paese una violenta campagna che colpisce al cuore il governo Giolitti. Al contrario, la stampa governativa, accusa i contadini organizzati nella “Società Agricola Savoia” come responsabili dell’eccidio, scagionando il sindaco il cavalier Vincenzo Rossi, familiarmente “Sor Cencio”, oculato e fedele amministratore dei beni della casa Doria, ma poco interessato a risolvere i problemi amministrativi.
I giornali di tendenza liberale, addirittura accusano la popolazione di aver sparato sulla truppa, provocando la reazione di quest’ultima. La tesi è sostenuta dai cronisti de la Tribuna, del Messaggero e del Giornale d’Italia. Una versione di Stato che poi non ha retto alle prove emerse durante il processo alla Corte d’Assise di Milano.
L’eccidio, consumato a Roccagorga, trova ampia risonanza nell’opinione pubblica del Paese. Alla manifestazione di protesta organizzata la sera del 9 gennaio a Milano dalle forze sindacali intervengono gli onorevoli Treves, Rigola, Filippo Corridoni e, come direttore dell’Avanti, Benito Mussolini.
Quel giorno: Roccagorga, VI gennaio 1913
La piazza VI Gennaio è decisamente bella. Testimone e palcoscenico di passione politica e vita democratica, di amori che nascono e muoiono, di ozi estivi dopo la scuola e del tipico modo di passeggiare avanti-indietro di noi rocchigiani. C’è troppa differenza di età tra Lei e me; 97 anni sono decisamente tanti. Lei ha cambiato nome, si chiamava Piazza Vittorio, io no, mi chiamo sempre Claudio ed ho 19 anni e prossimo agli Esami di Maturità.
Solo adesso comincio meglio a comprendere cosa ha rappresentato questa piazza per la comunità di Roccagorga e dei suoi abitanti.
È stata testimone e protagonista di morti, feriti, perseguitati, umiliati, condannati, disprezzati e colpevoli di aver sfidato il potere.
Hanno pagato con il sangue il tentativo di riscatto dalle misere condizioni di vita che dipendevano dai proprietari terrieri, per lo più principi delle casate romane.
Quel giorno, VI gennaio 1913 verso mezzogiorno, si conclude una vicenda feudale e per i contadini di Roccagorga nasce una possibilità di lotta, libertà ed emancipazione. Dell’eccidio e dei suoi morti se ne parlava davanti al camino nei lunghi e freddi inverni.
Il nonno raccontava questa storia al mio nonno che l’affidava al mio papà. Si sentivano eredi diretti di quelle donne e di quegli uomini che osarono sfidare il potere del principe, del suo amministratore, del sindaco, dei preti suoi complici e della sua corte.
L’affermarsi a Roccagorga di una classe intellettuale ha permesso la ricostruzione dell’evento, elemento fondante dell’identità dei rocchigiani. A distanza di quasi 100 anni l’eccidio del VI gennaio conserva e rivela elementi di assoluta modernità.
Benito Mussolini, battagliero direttore del quotidiano socialista l’Avanti, non appena conosciuta la notizia, in due articoli di fondo introduce i termini di “Assassinio di Stato” e “Politica della strage”.
Oggi si direbbe che il processo di Frosinone fu un processo farsa. Sul banco degli imputati finirono contadini e braccianti poveri responsabili di lancio di sassi e resistenza a pubblici ufficiali. Non bisogna meravigliarsi. Il processo avviene secondo le regole del tempo applicate da magistrati che membri della classe dominante non erano certo favorevoli ai contadini.
Lo Stato si mobilitava in favore del Principe, del suo tenutario e contro i contadini. Non procede contro i responsabili dei morti e dei ferimenti, ma accusa le vittime.
Il tribunale di Frosinone va oltre. La sentenza accoglie un luogo comune secondo il quale i contadini e quelli di Roccagorga in particolare sarebbero facilmente influenzabili dai leader politici.
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