Il verso è tutto
La poesia tra sublimazione e rivelazione
I
“Il verso è tutto.
Nella imitazione della Natura nessun istrumento d'arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico,
obbediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d'un fluido, più
vibrante d'una corda, più luminoso d'una gemma, più fragrante d'un fiore, più tagliente d'una spada, più
flessibile d'un virgulto, più carezzevole d'un murmure, più terribile d'un tuono, il verso è tutto e può tutto.
Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l'indefinibile e dire
l'ineffabile; può abbracciare l'illimitato e penetrare l'abisso; può avere dimensioni d'eternità; può
rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l'oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come
un'estasi; può nel tempo medesimo posseder il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine,
raggiungere l'Assoluto. Un verso perfetto e assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la
coerenza d'un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a
rompere; diviene indipendente da ogni legame da ogni dominio; non appartiene più all'artefice, ma è di tutti
e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente
espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua.
Estratto dal poeta, sé günita ad esistere nella conscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa
discoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è
prossimo alla scoperta d'uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade
d'improvviso tutto l'essere.”
(G. D’Annunzio, Il piacere, 1889)
Il culto della parola tra D’Annunzio e Petrarca
“Il verso è tutto”: così chiude D’Annunzio l’Isottèo, raccolta poetica del 1890, in un celebre emistichio che
sarà innalzato a poetica, in un gioco d’autocitazione, dal personaggio di un suo romanzo stesso, l’Andrea
Sperelli della Roma estetizzante de “Il piacere” (1889). Il verso, che nel primo capitolo del secondo volume
del romanzo appare come “perfetto e assoluto, immutabile e immortale, […] capace di definire
l’Indefinibile e dire l’Ineffabile”, in un culto della parola che si rivela nella produzione dannunziana
perennemente ambivalente.
La poesia è da un lato panestetismo (Gullace): preziosismo verbale, artificio, a volte mero esercizio barocco
che trascende il valore semantico della parola. Attraverso lo stile, essa diviene strumento di raggiungimento
di una bellezza assoluta ed ideale, quella fine a sé stessa teorizzata da T. Gautier e idolatrata dagli esteti,
quella che fa evadere dal “grigio diluvio democratico” e anzi eleva ad una dimensione superiore, in una
sublimazione e trasfigurazione continua della realtà stessa. Esempio è proprio l’Isottèo, nel quale il
primigenio Abruzzo delle novelle diviene lo scenario artificiale d’un idillio preraffaellita gettato nella lontana
e idealizzata società cortese del trecento; o la “favola bella” dell’Alcyone, diario lirico che trasforma una
comune aristocratica vacanza estiva in un luogo fisico e dell’anima dove la natura si fa umana (vedi “La sera
fiesolana”) e l’uomo si fa natura (vedi “La pioggia nel pineto”), secondo una prospettiva di panismo estetizzante.
Tale ansia di sublimare la realtà pervade anche i romanzi, per i quali D’Annunzio attinge alla propria
esperienza autobiografica, trasfigurandola in un’atmosfera sospesa che sfiora la coincidenza tra arte e vita. Lo
stesso Andrea Sperelli, alter-ego di D’Annunzio, non fa che basare la propria vita sull’artifizio della parola e
dei sentimenti, talora parlando di sé alle proprie amanti in terza persona. E il culto dello stile, d’altronde,
riguarda anche la prosa, che sotto le influenze del simbolismo decadente si musicalizza, divenendo lirico-
evocativa: “dopo quella della poesia anche la parola narrativa deve lasciarsi dalla legge musicale della
ripetizione per diventare musica dell’emozione” (Raimondi).
Quel valore estetico della parola assoluto e puro sembra essere derivato alla letteratura italiana, secondo il
critico e amico del vate A. Conti, direttamente da Petrarca, dal suo “linguaggio eletto, filtrato”, a cui
D’Annunzio attribuirà quel “mistero” che soltanto la “potenza occulta della musica” sa effondere “intorno ai
fantasmi poetici”. Del resto, fortissimi sono i legami tra Petrarca e D’Annunzio, dalla trasfigurazione del
reale – che nel Canzoniere significava dissoluzione del corpo di Laura nella natura, alla ricerca ossessiva di
una rivitalizzazione del mito (Luperini) – basti pensare al mito petrarchesco di Apollo e Dafni, al
fonosimbolismo tutto petrarchesco mutuato dal simbolismo, dal luogo fisico e dell’anima al petrarchismo de
“La Sera Fiesolana”. E proprio le parole del Petrarca, che per D’Annunzio “pajono divenire immateriali e
disolversi nell’Indefinito”, ancora per A. Conti sono quelle in cui la critica simbolista proietta e riflette la
propria stessa poetica.
Proprio dal simbolismo francese giunge al vate quella concezione della poesia come rivelazione dell’Assoluto:
una poesia che si dissolve in musica e colore, che si fa pura evocazione ed astrazione
penetrando nel mistero delle cose, divenendo poi la parola “nuda”, “scavata come in un abisso” di Ungaretti
e la teologia degli ermetici. È nelle Laudi che egli parla della natura e dell’arte nei termini d’un dio bifronte:
e se la poesia è arte tecnica è al contempo attività spontanea e inconsapevole, continuazione della natura, e
nel suo estetismo anche superiore alla natura stessa. Lo stesso D’Annunzio, ne “La sera fiesolana”, esprime
quella inesausta tensione a infrangere il silenzio delle labbra della natura, una natura che anche qui si
trasfigura, nei connotati di una sensuale donna di eco stilnovistico, sennonché anche i cartigli del Notturno,
scritti in un periodo di semicecità, sono quelli dello scriba egizio o del cieco Omero.
E tale concezione è presente anche nel preumanista che per primo rivendicò la dignità della poesia rispetto
alle altre scienze (come nelle “Invective contra medicum quendam”, 1355 e nel “De ipsius et multorum
ignorantia”, 1367) e che, durante la propria incoronazione poetica, accostò la poesia proprio alla sacra
scrittura.
La poesia dell’ineffabile dallo Stilnovismo alla Commedia
In realtà, una concezione mistico-esoterica della poesia compare per la prima volta nella letteratura italiana
con lo Stilnovismo, in cui è l’Amore a dettare al poeta la materia del suo canto. Rispetto alle tradizioni
liriche precedenti, si impone una concezione dell’ispirazione poetica come impulso trascendente,
strettamente collegato alla forza dell’amore e alla figura della donna intesa come angelo, strumento di
elevazione tra l’uomo e Dio. Dice Dante nel XXIV canto del Purgatorio: “I’ mi son un che, quando Amor mi
spira, noto, e a quel modo ch’e ditta dentro vo significando”. E nella Vita Nova, nella canzone “Donne
ch’avete intelletto d’amore” il poeta parla di una “lingua che parlò quasi come per se stessa mossa”,
affermando così quella natura mistica dell’ispirazione poetica
Introduzione tesina sulla poesia
Questa tesina di maturità descrive la poesia, intendendola anche come motore del mondo. Tesina maturità argomenti: in Italiano il culto della parola tra D'Annunzio e Petrarca, la poesia dell'ineffabile dallo Stilnovismo alla Commedia, in Latino l'Apuleio presimbolista, in Greco la poesia come estasi: l'anonimo del Sublime, in Filosofia la poesia come sospensione del dolore, della volontà, del tempo: Schopenhauer, la poesia come creazione del mondo e principio cosmico: Novalis, in Inglese The poet in English Romanticism: Wordsworth and Keats.
Collegamenti
Tesina sulla poesia
- Italiano - Il culto della parola tra D'Annunzio e Petrarca, la poesia dell'ineffabile dallo Stilnovismo alla Commedia.
- Latino - L'Apuleio presimbolista.
- Greco - La poesia come estasi: l'anonimo del Sublime.
- Filosofia - La poesia come sospensione del dolore, della volontà, del tempo: Schopenhauer; la poesia come creazione del mondo e principio cosmico: Novalis.
- Inglese - The poet in English Romanticism: Wordsworth and Keats.