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Storia

La Prima Guerra Mondiale fu una guerra diversa rispetto a tutte le altre guerre combattute fino ad allora perché coinvolse tutti gli Stati e comportò la crisi di quei valori assoluti che erano fondamentali nell’Ottocento.

Il 28 giugno 1914 lo studente serbo Gavrilo Princip assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, e la consorte a Sarajevo.

Questo evento fece precipitare verso la guerra una situazione internazionale da anni carica di tensioni politiche, economiche e sociali.

L’assassinio fu un’occasione che fece deflagrare i gracili equilibri su cui si sosteneva il sistema delle relazioni tra gli Stati europei.

Ma le sue cause effettive erano in realtà ben più profonde.

Inizialmente si era venuto costituendo un sistema di Stati fondato su tre cardini fondamentali: la formazione di un blocco di Stati alleati, Germania, Russia, Austria e Italia; l’isolamento della Francia e la neutralità della Gran Bretagna. Questo sistema di relazioni internazionali aveva cominciato a dissolversi.

Nel continente africano i tedeschi estesero i loro possedimenti anche al Camerun, al Togo e al Manganica, moltiplicando i motivi di tensione con l’Inghilterra.

Il contrasto anglo-tedesco si acuì quando l’imperatore lanciò il progetto della “grande Germania”, vale a dire della creazione di una grande nazione tedesca nella quale includere tutti i territori europei abitati da tedeschi. Il progetto pangermanista prevedeva la riunificazione di tutti i popoli tedeschi e caldeggiava una grande guerra riunificatrice al fine di stabilire un nuovo ordine europeo.

L’aggressività nazionalista trovò molti sostenitori soprattutto negli ambienti finanziari dove era diffuso il timore crescente per le lotte dei lavoratori e per le rivendicazioni popolari che costituivano una perenne minaccia per l’ordine stabilito. La guerra poteva costituire un’utile valvola di sfogo dei conflitti sociali e nel contempo poteva creare le condizioni per mettere in atto una stretta autoritaria e repressiva.

L’equilibrio europeo non era messo in pericolo soltanto dall’aggressivo nazionalismo tedesco, ma anche dai conflitti nazionali balcanici che rappresentavano il più minaccioso focolaio di tensioni.

La lotta per l’indipendenza dei croati e degli sloveni, cui si aggiungevano i cechi e gli ungheresi, stava mettendo a nudo la fragilità dell’impero asburgico. Lo stato di tensione presente in quest’area era inoltre aggravato dalla crisi dell’impero ottomano.

Fu la Serbia a dar vita, con Bulgaria, Grecia e Montenegro, a una lega che nel 1912 dichiarò guerra alla Turchia. Con la vittoria della Lega balcanica, sancita dalla pace di Londra del 1913, l’impero ottomano cedette anche la Macedonia.

Ma successivamente il conflitto si riaccese attorno alla definizione dei confini: l’Austria temeva il rafforzamento della Serbia, mentre Russia e Italia erano intenzionate a ostacolare l’egemonia austriaca.

Nel 1913 la Bulgaria aprì le ostilità attaccando la Serbia per il controllo delle regioni macedoni. La Serbia, ora appoggiata dalla Turchia e dalla Romania, uscì ancora vincitrice, divenendo per l’impero asburgico un avversario sempre più pericoloso.

Nel frattempo la Gran Bretagna aveva svolto il ruolo di grande potenza, esercitando una funzione di controllo e di garanzia degli equilibri politico-diplomatici. Questo ruolo della Gran Bretagna si basava su un’indiscussa leadership che cominciò a declinare, venendo contesa dalla Germania e dagli USA.

USA

Gran Bretagna, Francia e Germania, ma anche gli imperi russo e austriaco, erano coinvolti in una spietata concorrenza per difendere e consolidare le loro posizioni.

I diversi imperi coloniali potevano allargarsi solo l’uno a scapito dell’altro. Questa situazione comportò una generale corsa agli armamenti, cioè a potenziare eserciti e flotte e a investire capitali e risorse nella produzione di armi sempre più micidiali.

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I timori di un’Europa dominata dalla Germania spinsero la Gran Bretagna, la Francia e la Russia a un ravvicinamento che divenne presto una vera e propria alleanza politico-militare (“intesa cordiale”).

Si vennero così formando due sistemi di alleanze contrapposti: Germania, Austria e Italia; Francia, Gran Bretagna e Russia. Questi sistemi di alleanze comportavano una rete di rapporti e di obblighi reciproci tanto stretti che, se un solo Stato ne avesse attaccato un altro, tutta l’Europa sarebbe scesa in guerra in difesa dell’uno o dell’altro.

L’attentato di Sarajevo consentì all’Austria-Ungheria e alla Germania di mettere in atto le loro volontà. La prima infatti intendeva risolvere a proprio favore la questione balcanica, placando le rivendicazioni nazionalistiche dei diversi gruppi etnici presenti all’interno e ai confini dell’impero; la seconda sperava di travolgere la Francia prima ancora che la Russia completasse la sua mobilitazione e prevedeva che le operazioni belliche si svolgessero nel giro di poche settimane, in una vera e propria “guerra lampo”.

L’ultimatum lanciato il 23 luglio dall’Austria alla Serbia fu formulato in termini inaccettabili, poiché prevedeva la violazione della sovranità dello Stato serbo: chiedeva che si mettesse fine ad ogni propaganda antiaustriaca orale o scritta, che i dipendenti statali implicati in tale attività venissero rimossi dai pubblici uffici e che i funzionari austriaci partecipassero alle indagini sull’attentato. Il governo serbo si oppose all’ultima richiesta, ma si dichiarò comunque disposto al dialogo. Ciò nonostante, il governo austriaco dichiarò guerra alla Serbia e cominciò il bombardamento della capitale Belgrado. La Russia proclamò la mobilitazione generale a sostegno dello Stato serbo. Seguì la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia e alla Francia, cui gli inglesi risposero con l’entrata nel conflitto a fianco dei francesi e dei russi (Triplice Intesa).

Inoltre con l’Intesa si schierò anche il Giappone, che puntava ad impadronirsi dei possedimenti tedeschi in Cina.

La strenua resistenza dell’esercito belga non poté impedire che l’esercito tedesco varcasse il confine nord-occidentale e dilagasse fino a giungere a poche decine di chilometri da Parigi. Il governo francese fuggì a Bordeaux, mentre l’esercito francese, appoggiato da un corpo di spedizione inglese, riuscì però ad allontanare la minaccia tedesca dal suolo nazionale. I tedeschi furono costretti ad arretrare e i due eserciti si fronteggiarono sui fiumi Aisne e Somme, dove l’esercito francese ne uscì vincitore. Alla sconfitta tedesca avevano contribuito due fattori: l’avanzata troppo rapida che aveva reso difficili i collegamenti, e l’inaspettata invasione della Prussia da parte dei russi, che costrinse lo stato maggiore tedesco a sottrarre truppe al fronte occidentale.

Inoltre si aggiunse il conflitto tra Germania e Gran Bretagna sul mar del Nord. Attraverso il dominio di questo mare la Gran Bretagna si riprometteva di bloccare e ostacolare i rifornimenti agli imperi centrali di materiale militare e alimentari, allo scopo di inceppare la potente macchina bellica austro-tedesca. Questa strategia cominciò nel 1915 quando nei mercati tedeschi si fecero sempre più rari i beni alimentari di maggior consumo. La denutrizione incominciò a manifestarsi causando vittime fra la popolazione civile, soprattutto tra bambini e anziani. Ma la Germania rispose scatenando la guerra sottomarina, nel tentativo di rompere l’isolamento e di ostacolare i rifornimenti alla Gran Bretagna.

La guerra sottomarina coinvolse anche navi passeggeri appartenenti ai paesi neutrali. L’episodio più clamoroso fu l’affondamento del piroscafo Lusitania su cui viaggiavano più di 1000 passeggeri, tra cui 198 americani. La protesta degli Stati Uniti fu durissima e il presidente Thomas W. Wilson minacciò di entrare direttamente nel conflitto se incidenti simili si fossero ripetuti. Per evitare questa eventualità, lo stato maggiore tedesco decise di attenuare gli atti di guerra sottomarina e il “fronte marino” perse per il momento molta della sua importanza.

L’intervento italiano

L’intervento italiano determinò l’apertura di un nuovo fronte, detto fronte sud.

L’inizio delle ostilità vide la maggioranza delle forze politiche contraria all’intervento, che secondo gli accordi stabiliti dalla Triplice Alleanza, sarebbe dovuto avvenire accanto agli Imperi centrali.

Il ministro degli Esteri Antonio di San Giuliano giustificò la scelta neutralista sulla base di tre ragioni: la Triplice Alleanza aveva un carattere esclusivamente difensivo; Vienna non intendeva accogliere l’articolo 7 del trattato, che prevedeva compensi territoriali all’Italia nel caso in cui l’Austria fosse uscita rafforzata nell’area balcanica. A questo si aggiungeva la consapevolezza che erano assai diffusi sentimenti antiaustriaci.

Contraria alla guerra era anche la maggioranza liberale guidata da Giovanni Giolitti perché temeva che la guerra avrebbe distrutto le fondamenta dello Stato liberale e riteneva che l’Italia avrebbe potuto ottenere sufficienti vantaggi territoriali attraverso negoziati diplomatici.

Sfumata l’ipotesi di entrare in guerra a fianco dell’Austria e della Germania, cominciò ad affacciarsi l’ipotesi di intervenire a fianco dell’Intesa. I liberali di destra ritenevano che la guerra avrebbe permesso di accentuare il carattere autoritario dello Stato e di soffocare più agevolmente le crescenti tensioni sociali.

La grande industria oscillava tra la propensione alla neutralità, che avrebbe consentito di trarre vantaggi rifornendo i paesi di entrambi i blocchi contendenti, e quella all’intervento a fianco dell’Intesa, per ridurre l’eccessiva presenza del capitale tedesco nella finanza e nell’industria italiane. I grandi industriali vedevano nell’intervento un’occasione di sviluppo economico e di crescita del prestigio internazionale dell’Italia.

Favorevoli all’intervento invece erano alcuni settori del sindacalismo rivoluzionario e del socialismo rivoluzionario, nella convinzione che la guerra avrebbe radicalizzato lo scontro sociale e scardinato l’ordine capitalista, preparando così l’avvento della rivoluzione socialista. In particolare Benito Mussolini sostenne sulle colonne del giornale socialista “Popolo d’Italia”, il nuovo giornale da lui fondato, un’accesa e martellante propaganda bellicista. Intanto il fronte interventista si andava allargando perché un’eventuale guerra contro l’Austria era vista come una sorta di completamento del ciclo risorgimentale delle guerre d’indipendenza.

Le frange più rumorose dell’interventismo raccoglievano invece consenso fra i nazionalisti, già favorevoli all’ipotesi di combattere al fianco degli Imperi centrali, che si esprimevano soprattutto attraverso le retoriche declamazioni di Gabriele D’Annunzio.

Erano invece neutralisti anche i cattolici e i socialisti: i primi, per motivi morali e perché non volevano combattere una potenza cattolica come l’Austria; i secondi perché giudicavano la guerra profondamente estranea agli interessi dei lavoratori e la consideravano provocata dalle rivalità e dagli interessi delle borghesie imperialistiche.

Mentre si agitavano queste opposte tendenze, un “colpo di Stato” determinò l’intervento dell’Italia in guerra. Infatti, nel 1915, il ministro degli Esteri Sonnino stipulò segretamente, all’insaputa del Parlamento, il patto di Londra, che impegnava l’Italia ad entrare in guerra al fianco dell’Intesa e le garantiva, in caso di vittoria, il Trentino e il Tirolo meridionale, Trieste, l’Istria, la Dalmazia, esclusa la città di Fiume, e la base di Valona in Albania. Giolitti, all’oscuro del patto di Londra, ribadì la sua scelta neutralista, forte dell’appoggio di 300 deputati, inducendo così Salandra a rassegnare le sue dimissioni, respinte però dalla Corte, che investì Salandra di poteri eccezionali per la gestione della guerra, scavalcando la volontà del Parlamento. Inoltre la Corte, allo scopo di creare un clima di pressioni popolari, incoraggiò manifestazioni di piazza che, prendendo a bersaglio Giolitti, accusato di debolezza, richiedevano a gran voce l’entrata in guerra a fianco della Francia e della Gran Bretagna.

Il 20 maggio del 1915 il Parlamento diede il suo sostegno al governo, che il 23 maggio dichiarò guerra all’Austria. Il giorno dopo l’esercito iniziava le operazioni militari, varcando il Piave in forze.

Alla base di queste convinzioni stava la convinzione che una guerra rapida e vittoriosa avrebbe consentito di instaurare una stretta autoritaria e un maggiore ordine nel paese. La causa principale dell’entrata in guerra era il tentativo di risolvere le tensioni del paese con un atto di forza appena rivestito di legalità.

Con l’intervento italiano si aprì un nuovo fronte di guerra, che ebbe l’effetto di alleggerire la pressione sul fronte russo.

La guerra di logoramento

Con il fallimento della strategia tedesca della “guerra lampo”, il conflitto si andava sempre più trasformando in una “guerra di logoramento”, nella quale milioni di soldati si contrapponevano lungo chilometri e chilometri di trincee senza mai affrontarsi in battaglie campali. La trincea esprimeva quella situazione di stallo tra il 1915 e il 1916 nella quale nessuno dei paesi belligeranti fu in grado di imporsi e di risolvere a proprio favore il conflitto.

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Questa situazione finiva col danneggiare perlopiù gli Imperi centrali che, essendo circondati dalle forze nemiche, subivano il blocco commerciale imposto loro soprattutto da Gran Bretagna e Francia: nel 1916 ormai tutti i prodotti che erano diretti in Germania venivano sequestrati. In questo contesto si verificarono due grandi fatti d’arme: la battaglia di Verdun sul fronte occidentale e la battaglia dello Jutland fra il mar Baltico e il mare del Nord, entrambe originate dal tentativo tedesco di rompere l’isolamento.

Per sfondare le linee nemiche, il generale Erich von Falkenhayn decise di concentrare le armate tedesche in un solo punto, cioè nei pressi della fortezza di Verdun, dove si scatenò una cruenta battaglia che durò ben 5 mesi. Gli anglo-francesi lanciarono infine un contrattacco che rovesciò la situazione, facendo arretrare i tedeschi fino alla Somme.

Il tentativo tedesco di rompere l’isolamento per via mare non ebbe miglior sorte. Il 31 maggio 1916 la marina tedesca si scontrò con quella inglese presso la penisola dello Jutland allo scopo di spezzare il predominio della flotta britannica e di consentire così alle navi da carico tedesche di lasciare i porti del mare del Nord. Ma la parziale vittoria tedesca non fu in grado di minacciare l’egemonia inglese sul mare, né di allentare il blocco navale imposto dal governo inglese.

Nel gennaio 1917 i tedeschi annunciarono la <<guerra sottomarina totale>>, che prevedeva l’affondamento di tutte le navi che fossero entrate in qualche modo in comunicazione con l’Inghilterra; non solo le navi mercantili, ma anche le navi passeggeri che in questo modo avrebbe spinto all’intervento gli Stati Uniti, ma prevedeva che la guerra si sarebbe conclusa vittoriosamente prima dell’arrivo americano.

Intanto sul fronte meridionale gli austriaci lanciarono un violento attacco contro le linee italiane, che portò all’occupazione dell’altopiano di Asiago. L’impreparazione dimostrata dall’esercito italiano costrinse Antonio Calandra a dare le dimissioni. Il nuovo governo di “concentrazione nazionale”, presieduto da Paolo Borselli, fu allargato ai partiti interventisti dell’opposizione e vide la partecipazione dei socialriformisti. Poco dopo le truppe italiane riuscirono a conseguire l’unico risultato militare significativo del primo biennio di guerra, la presa di Gorizia (9 agosto 1916).

La svolta del 1917

Nel quarto anno di conflitto si verificarono avvenimenti di importanza decisiva come la rivoluzione bolscevica in Russia, che portò all’uscita di questa nazione dalla scena del conflitto.

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