Esame di Stato 2013 – tesina multidisciplinare
Superuomo
Il termine « » è solitamente riferito al pensiero del filosofo tedesco Nietzsche ed è traduzione letterale della parola tedesca Übermensch.
« » già usata nella seconda metà del 1600 da alcuni filosofi tra cui Goethe, con il significato di uomo superiore, uomo che si eleva per la sua genialità, al di sopra della media comune.
Roberta Rubino
Classe V; sezione A; A. S. 2012/2013
Dio è morto
«Che viva il Superuomo!» 1
Premessa
Questa tesina è un percorso multidisciplinare incentrato sulla figura del «Superuomo» che ha caratterizzato parte della filosofia e della letteratura della prima metà del ‘900.
Invocata dal filosofo tedesco Nietzsche, questa figura fu poi reinventata nel suo significato, dal «Vate», ossia Gabriele D’Annunzio di cui, proprio quest’anno, ricorre il 150° anniversario dalla sua nascita.
«Morte di Dio».
Il «Superuomo» nacque come reazione alla scomparsa di tutte le certezze dell’uomo date anche dalla religione stessa che spesso veniva utilizzata come una sorta di scudo alle difficoltà che la vita proponeva.
L’uomo doveva, quindi, abbandonare definitivamente questi valori e diventare il protagonista indiscusso della storia porgendosi al di sopra di ogni cosa.
Il XX secolo, in particolar modo nella prima metà, vide lo sviluppo dei regimi totalitari i cui capi incarnavano di solito volontariamente l’ideale del «Superuomo».
Al giorno d’oggi, invece, la società impone a tutti noi di diventare «super» soprattutto nell’aspetto fisico più che in quello intellettivo e caratteriale per essere accettati e valere qualcosa agli occhi del mondo quando, in realtà, basterebbe che ci impegnassimo in quello che facciamo ogni giorno come, ad esempio, nel lavoro, per raggiungere un certo livello se non il più alto.
In fondo, per D’Annunzio, il «Superuomo» non era forse colui che doveva sopraelevarsi rispetto agli altri? Cosa c’è di meglio di gestire un’attività e guidare un gruppo di persone affinché esse raggiungano determinati obiettivi?
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1. Decadentismo
Il «Decadentismo» in Europa
Il periodo di passaggio tra ‘800 e ‘900 non è facilmente definibile poiché vi furono numerose correnti letterarie.
Alla fine dell’800 furono scoperti il calcolo della probabilità, l’imprevedibilità e la relatività dei fenomeni e fu formulata la teoria della relatività di Einstein.
Tutto questo, unito alla nascita della psicoanalisi di Sigmund Freud, portò alla crisi della scienza e del «Positivismo», cioè il movimento dedito al progresso e alla ricerca scientifica, quindi comportò il sorgere di un nuovo movimento culturale, artistico e soprattutto letterario: il «Decadentismo». Nato in Francia, nella seconda metà dell’800, si diffuse poi in Inghilterra e Germania mentre in Italia, solo nel ‘900.
«Decadentismo» «décadent».
Il termine deriva dalla parola francese. Ebbe inizialmente un’accezione negativa poiché indicava i poeti definiti dalla gente comune «maledetti» come: Baudelaire, Verlaine, Mallarmé e Rimbaud, che vivevano la loro vita in modo irregolare e disordinato ed erano considerati corrotti e senza morale quindi decadenti. Essi però ne ribaltarono il significato e ne fecero una sorta di bandiera da esibire con orgoglio e dedizione; infatti, nel 1886, chiamarono una rivista «Le Décadent». I decadenti accusavano la società, la odiavano e la maledicevano perché pensavano che i poeti dovessero far progredire lo spirito umano attraverso la creatività.
Benedetto Croce apostrofò come «decadenti» tutte le manifestazioni letterarie e artistiche della prima metà del XX secolo che si allontanavano dal concetto di poesia cosmica che fu di Leopardi.
Oggi «Decadentismo» non ha alcun significato dispregiativo ma, anzi, indica la cultura e la civiltà sorta dalla crisi, appunto, del «Positivismo».
I temi di fondo di tutto il movimento sono lo stato d’animo d’angoscia esistenziale, l’insicurezza e lo scetticismo che caratterizzarono tutta la letteratura di fine ‘800, inizio ‘900, andandosi progressivamente approfondendo nella prima metà del XX secolo, attraversato da tragiche esperienze di guerra, dittature, rivoluzioni e, per l’appunto, da sconvolgenti scoperte scientifiche. La fede religiosa era stata perduta per effetto delle negazioni positivistiche per cui non vi era alcun sollievo.
Vi fu un sentimento di sfiducia verso la ragione e la nascita di nuove correnti spiritualistiche, irrazionalistiche ed esistenzialistiche perché il «Decadentismo» concepì la vita come mistero, abbandono agli impulsi interiori e alle più acute e raffinate sensazioni. Favorì il culto della personalità e diede così origine a numerose poetiche particolari tra cui «Simbolismo», «Impressionismo», «Estetismo», «Surrealismo», «Dadaismo», «Crepuscolarismo» ed «Ermetismo».
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Altri temi di questa corrente letteraria sono: la malattia, la morte, il «Vitalismo», il «Superomismo» e il rifiuto aristocratico della normalità, cioè un’estenuante ricerca del diverso, dell’abnorme e il disprezzo verso la morale benpensante e borghese.
A prima vista può sembrare che il «Decadentismo» sia simile al «Romanticismo» anche se tra queste due correnti è passata l’esperienza del «Positivismo». Due sono i temi essenziali in comune: il sentimento ossessivo del mistero e l’irrazionalismo. Entrambi i movimenti letterari rifiutano la ragione ma l’uomo romantico le contrappone i sentimenti, mentre l’uomo decadente l’inconscio e il subconscio, cioè la zona più oscura, profonda e inesplorata dell’essere. Inoltre, il decadente non parla di sentimenti che considera qualcosa di comune, banale e mediocre ma di sensazioni esaltanti, rare e raffinate.
Gli eroi nella letteratura decadente, le figure che ricorrono spesso nei racconti e nella poesia sono:
- L’artista maledetto che profana tutti i valori e le convenzioni sociali, sceglie il male, ha una vita sregolata;
- L’esteta che sostituisce le leggi morali con le leggi del bello ed è alla ricerca di piaceri raffinati. Ha orrore della vita comune e si isola circondato solo dalla bellezza e dall’arte;
- L’inetto a vivere (Emilio Brentani, Mattia Pascal, Zeno) è escluso dalla vita perché non ha energia e si rifugia nelle sue fantasie. Più che vivere si lascia vivere. È un uomo debole, malato che vorrebbe vivere forti emozioni, ma è come paralizzato dalla sua volontà pressoché assente;
- La donna fatale lussuriosa, perversa, crudele torturatrice. Succhia le energie vitali dell’uomo e lo porta alla follia;
- Il fanciullino pascoliano rifiuta la condizione adulta e la visione matura della vita. È portatore di una visione fresca e ingenua del mondo ed esprime l’esigenza dell’irrazionale;
- Il «Superuomo» dannunziano vorrebbe essere l’antitesi dell’inetto, esalta la forza e la violenza. Il concetto del «Superuomo» ha anche significati politici: deve rigenerare l’Italia riportandola alla sua grandezza passata, deve sconfiggere le forze negative del liberalismo, della democrazia e dell’egualitarismo e instaurare una dittatura di eletti, di forti, di aristocratici, che sottomettano il popolo.
La poetica del «Decadentismo» è connessa con la visione della vita, intesa come mistero: la poesia è concepita come strumento di conoscenza del mistero che ci avvolge. Il poeta non è più il maestro di umanità, equilibrio e moderazione come nella poetica medioevale; non è più il celebratore della bellezza e dell’armonia come nel «Rinascimento», il divulgatore della scienza come nell’«Illuminismo» o il «vate» come nel «Romanticismo». È il veggente, cioè l’esploratore del mistero, dell’inconscio e dell’assoluto poiché la sua funzione è illuminare e svelare l’ignoto.
1 Inetto: colui che non riesce a svolgere i suoi compiti, non prende decisioni, non fa né bene né male.
2 Emilio Brentani: protagonista del romanzo di Italo Svevo «Senilità».
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La poesia dei decadenti spesso sfugge alla comprensione del lettore comune, anche perché rifiuta le forme metriche chiuse, i versi e le strofe tradizionali e preferisce le strofe e i versi liberi.
Il «Decadentismo» in Italia
Il «Decadentismo» in Italia si diffuse più lentamente soprattutto grazie alla rivista fiorentina dei primi anni del ‘900 «La Voce». Qui assunse diversi aspetti in rapporto alla personalità di ogni singolo autore: in Pascoli ha un aspetto simbolistico e vittimistico, in D’Annunzio l’aspetto estetizzante e sensualistico del «Superuomo», in Pirandello un aspetto polemico contro le ipocrisie e i luoghi comuni e in Svevo l’aspetto apatico. Tutto ciò è comunque «contaminato» con elementi realistici.
Sul piano artistico gli aspetti positivi del movimento sono due:
- Il concetto della poesia come creatività assoluta ed espressione del mondo interiore;
- Il concetto dell’autonomia dell’arte, libera da ogni principio didascalico.
Sul piano sociale e morale, il «Decadentismo» consiste nell’aspirazione ad una nuova umanità libera da ipocrisie e convinzioni, quindi un nuovo assetto civile e sociale più giusto.
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2. Gabriele D’Annunzio
La vita
Gabriele D’Annunzio, a volte scritto d’Annunzio, come amava firmarsi, nacque a Pescara nel 1863 da una famiglia borghese benestante.
Terzo di cinque figli, visse un’infanzia felice distinguendosi per intelligenza e vivacità. Dalla madre, Luisa De Benedictis, ereditò la sua fine sensibilità mentre dal padre, Francesco Paolo Rapagnetta, divenuto poi D’Annunzio perché fu adottato dallo zio ricco Antonio D’Annunzio, il temperamento sanguigno, la passione per le donne e la facilità nel contrarre debiti che porteranno la famiglia in una difficile situazione economica. Ricordi della condotta paterna si trovano, ad esempio, nell’opera «Trionfo della Morte».
Il giovane D’Annunzio mostrò da subito un carattere ambizioso, privo di complessi e inibizioni, portato anche alla competizione. A soli 16 anni, mentre frequentava il liceo Cicognini a Prato, scrisse una lettera al poeta più stimato del tempo: Giosuè Carducci. Sempre a 16 anni, pubblicò i suoi primi versi nella raccolta «Primo Vere», che ebbe molto successo.
Nel 1881 si trasferì a Roma dove s’iscrisse alla Facoltà di Lettere e qui entrò in contatto con l’ambiente culturale e mondano che gli permisero di iniziare a forgiare il suo stile raffinato e comunicativo, la sua visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica. Per esigenze economiche in questo periodo fece numerose collaborazioni giornalistiche e scrisse brillanti cronache della vita mondana della capitale.
Il grande successo letterario arrivò con la pubblicazione, nel 1889, del suo primo romanzo, «Il Piacere», che inaugurò il «Decadentismo» in Italia e introdusse proprio la figura dell’esteta.
Tra il 1891 e il 1894, D’Annunzio visse a Napoli dove scrisse, tra le altre cose, il romanzo «L’Innocente» nel 1892. In questo periodo iniziò ad approcciarsi con gli scritti di Nietzsche e la figura del «Superuomo».
D’Annunzio ebbe molte donne e altrettanti figli ma probabilmente la storia che fece più scalpore fu quella con l’attrice Eleonora Duse che incontrò nel 1894.
Per starle accanto, si trasferì a Firenze dove vi rimase fino al 1904. Durante il soggiorno fiorentino scrisse, ispirato dalla Duse, le sue migliori opere poetiche, come gran parte de «Le Laudi», tra cui soprattutto «Alcyone».
Nel 1897 volle provare l’esperienza politica vivendola anch’essa in modo bizzarro e clamoroso: fu eletto deputato della destra ma quasi subito passò a sinistra, giustificandosi con la celebre affermazione «vado verso la vita».
Quando s’incrinò il rapporto con la famosa attrice e dopo la pubblicazione del romanzo «Il Fuoco», il «Vate» nel 1910 si trasferì in Francia anche in seguito all’accumularsi dei debiti contratti per aver sperperato ciò che aveva guadagnato con le pubblicazioni delle sue opere. Qui vi restò fino al 1915, anno in cui ritornò in Italia e rifiutò la cattedra di Lettere che era appartenuta a Pascoli. Inoltre, nello scontro tra neutralisti e interventisti, egli si schierò dalla parte degli interventisti, fu quindi favorevole all’entrata dell’Italia nella Grande Guerra.
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Addirittura, ad ormai 52 anni, si arruolò volontario nei lancieri di Novara e nel settembre del 1915, partecipando ad una delle battaglie di Isonzo, venne ferito ad un occhio che poi perse. Nei mesi di convalescenza scrisse «Notturno», che fu pubblicato nel 1921.
Egli tornò a combattere e nel 1919 guidò un gruppo di «legionari» nell’occupazione di Fiume, che dopo la fine della Prima guerra mondiale non venne assegnata all’Italia dagli alleati, vincitori del conflitto. D’Annunzio quindi instaurò il comando del «Quarnaro Liberato» e nel 1920 aderì al fascio di combattimento di Fiume.
A questo paese fu data una costituzione provvisoria che prevedeva: il suffragio universale maschile e femminile, pensioni d’invalidità, libertà d’opinione, religione e orientamento sessuale.
In seguito al trattato di Rapallo però, Fiume fu dichiarata città libera e i «legionari» di D’Annunzio furono costretti con la forza a sgombrare nonostante lo stesso «Vate» non avesse accettato l’accordo. Grazie a quest’impresa, la popolarità di D’Annunzio crebbe di molto ma, deluso dall’epilogo della vicenda, nel febbraio del 1921 si ritirò a vita privata nella villa di Cargnacco a Gardone di Riviera, che poi acquistò e ribattezzò «Vittoriale degli Italiani». Qui vi lavorò e visse fino alla sua morte, avvenuta per emorragia cerebrale, nel 1938.
Il «Vate» e il fascismo
Il rapporto tra il «Vate» e il fascismo fu complesso e articolato. Dopo l’impresa di Fiume, i fascisti celebrarono D’Annunzio come uno dei massimi e più fecondi letterati italiani e ne acquisirono molti motti e simboli ma lo scrittore, a parte l’adesione iniziale ai fasci di combattimento, non prese mai la tessera del Partito Nazionale Fascista ma Mussolini ne appoggiò subito le imprese per utilizzarne la fama per il movimento in ascesa. Infatti, nel 1919, lo stesso Mussolini avviò una sottoscrizione pubblica per finanziare l’impresa di Fiume anche se poi parte della somma raccolta servì a finanziare il partito alle elezioni tenutesi nello stesso anno.
In seguito, i rapporti tra il «Vate» e il Duce diventarono più freddi: per molti, il Duce, temendo la popolarità e la personalità indipendente dello scrittore, tentò di metterlo da parte ricoprendolo d’onori e si arrivò a pensare che dietro l’incidente occorso a D’Annunzio, che cadde dal balcone della sua villa, rischiando di morire, ci fosse lo stesso Duce.
«D’Annunzio è come un dente cariato: o lo si estirpa, o lo si ricopre d’oro».
[Benito Mussolini su Gabriele D’Annunzio]
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Si afferma inoltre che, viste le sue amicizie con esponenti socialisti e rivoluzionari, fu messo sotto controllo da agenti fascisti.
Tra D’Annunzio e Mussolini ci fu sempre una sorta di rivalità anche se ci furono numerosi scambi epistolari ma, quando Mussolini si recò al Vittoriale per far visita all’ormai anziano D’Annunzio, trovò sulla porta dello studio del «Vate» un simpatico rebus, un cane e delle ossa: stavano ad indicare che per il famoso poeta e romanziere pescarese, la visita di Benito Mussolini era per lui come «andare a Canossa 3».
Nel 1937-38, inoltre, il «Vate» si oppose fermamente all’avvicinamento dell’Italia fascista con la Germania nazista tanto da bollare Hitler, già nel 1934, come «pagliaccio feroce»; come egli odiava i tedeschi perché preferiva di gran lunga i francesi.
Il pensiero e la poetica
Gabriele D’Annunzio cercò di fare della propria vita un’opera d’arte: si dedicò a soddisfare il piacere personale e quindi non all’amore.
D’Annunzio fu per il suo tempo un modello di gusto e di comportamento, influenzò profondamente la vita mondana e aristocratica. La sua personalità raffinata ed egocentrica, ne fece
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Introduzione superuomo tesina
Questa tesina è un percorso multidisciplinare incentrato sulla figura del “Superuomo” che ha caratterizzato parte della filosofia e della letteratura della prima metà del 1900. Invocata dal filosofo tedesco Nietzsche, questa figura fu poi reinventata nel suo significato dal “Vate”, ossia Gabriele D’Annunzio, di cui, proprio quest’anno, ricorre il 150° anniversario dalla sua nascita.
Il “Superuomo” nacque come reazione alla “morte di Dio”, alla scomparsa di tutte le certezze dell’uomo date anche dalla religione stessa, che spesso veniva utilizzata come una sorta di scudo alle difficoltà che la vita proponeva. L’uomo doveva, quindi, abbandonare definitivamente questi valori e diventare il protagonista indiscusso della storia, porgendosi al di sopra di ogni cosa.
Il XX secolo, in particolar modo nella prima metà, vide lo sviluppo dei regimi totalitari, i cui capi incarnavano di solito volontariamente l’ideale del “Superuomo”.
Al giorno d’oggi, invece, la società impone a tutti noi di diventare “super”, soprattutto nell’aspetto fisico più che in quello intellettivo e caratteriale, per essere accettati e valere qualcosa agli occhi del mondo, quando in realtà basterebbe che ci impegnassimo in quello che facciamo ogni giorno, come ad esempio nel lavoro, per raggiungere un certo livello, se non il più alto. In fondo, per D’Annunzio, il “Superuomo” non era forse colui che doveva sopraelevarsi rispetto agli altri? Cosa c’è di meglio di gestire un’attività e guidare un gruppo di persone affinché esse raggiungano determinati obiettivi?
Collegamenti
Superuomo tesina
- Italiano: Decadentismo - Gabriele D'Annunzio - "Superuomo" - "Il Fuoco".
- Storia: Totalitarismi e fascismo.
- Alimentazione: Diete.
- Inglese: Eating Disorders.
- Francese: Anorexia et Bulimia.
- Ristorazione: Food & Beverage Manager;
- Matematica: Retta.