Subordinazione dello sport alla politica nell'epoca moderna tesina

Tesina di maturità dal titolo Subordinazione dello sport alla politica nell'epoca moderna che tratta del tema dello sport.

E io lo dico a Skuola.net

LA SUBORDINAZIONE DELLO SPORT ALLA POLITICA NELL’EPOCA MODERNA

Anno scolastico 2011-12

Discipline coinvolte:
Storia- Educazione Fisica-Bioetica

INDICE

INTRODUZIONE……………………………………………………… pg. 3

CAPITOLO 1: L’ideale di De Coubertin ……………………………… pg. 5

CAPITOLO 2: Le Olimpiadi di Berlino ’36 ……………………………. pg.7

CAPITOLO 3: Germania dell’Est vs Germania dell’Ovest …………….. pg. 13

CAPITOLO 4: Nadia Comaneci, l’eroina socialista ……………………. pg. 17

CAPITOLO 5: Pechino 2008 e i diritti umani…………………………… pg. 21

CONCLUSIONI ………………………………………………………… pg. 27
BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA………………………………………. pg. 29


INTRODUZIONE


Lo sport è sempre stato una parte importante della mia vita, mi è sempre piaciuto praticarlo e credo che sia un’esperienza molto positiva per la crescita di ogni ragazzo perché, se vissuto con lo spirito giusto può essere un’autentica palestra di vita. Mi sento di dire che l’esperienza sportiva per me in questi anni è stata fonte di un grande entusiasmo e gioia per la vita e per il movimento, mi ha regalato grandi e piccole soddisfazioni e permesso di coltivare amicizie che porterò con me per sempre. Lo sport mi ha insegnato il valore della costanza, del sacrificio, della collaborazione, e infine mi ha insegnato ad accettare anche le sconfitte col sorriso imparando ad apprezzare tutto ciò che sta dietro ad un determinato risultato.
Questa grande passione per lo sport mi ha portato a voler approfondire anche gli aspetti più nascosti e “occulti” di esso, aspetti di cui i libri di storia non parlano, dei quali si è preferito non tramandare notizie, ma che comunque fanno parte del vissuto di molte persone e sono state determinanti per il ruolo che attualmente lo sport ricopre nella nostra società. Infatti lo sport è da considerasi come un’arma a doppio taglio. Se da una parte è capace di produrre tutte quelle emozioni e trasmettere quei valori di cui parlavo prima, dall’altra se sfruttato come mezzo di propaganda ideologica e politica e privato del suo significato originario, può portare a conseguenze devastanti di cui abbiamo molti esempi nella storia.
Lo sport è indubbiamente un’attività agonistica, la quale implica la volontà dell’atleta di superare le proprie prestazioni precedenti o altrui, portando quindi alla nascita del fenomeno competitivo. Esso è e sarà sempre fonte di orgoglio per una Nazione, anche questo è il suo bello. Solo quando è vissuto in maniera corretta, però, lo sport può essere considerato un fattore gratificante. La sana competizione è straordinaria poiché dietro di essa c’è la vita di un atleta. A seconda delle interpretazioni che si danno a questo fenomeno, la competizione può essere positiva oppure negativa.
Molto spesso se lo sport inizia ad assumere un ruolo fondamentale per la diffusione di determinate ideologie politiche, esso può degenerare in una maniera tale da perdere i valori che stanno alla base di questa magnifica attività.
Quando la vittoria sportiva diventa determinante per l’affermazione della superiorità di una razza o di una nazione sulle altre, la competizione sportiva perde la sua genuinità. Quando l’atleta è costretto a vincere per essere un’arma propagandistica per il suo paese, quando la competizione oltrepassa i limiti imposti dai regolamenti e arriva a calpestare i diritti dell’uomo, la vittoria sportiva non è più il coronamento di innumerevoli sacrifici, ma viene offuscata dall’ideologie di stato e dai giochi di potere della politica.
E’ innegabile che lo sport ha avuto spesso un ruolo determinate sul piano diplomatico. A partire dalle Olimpiadi dell'era antica che erano un momento di pacifica competizione in cui tutte le guerre venivano sospese, fino ad arrivare, a fine Ottocento alle Olimpiadi moderne. Esse sono rinate con De Coubertin dal mito dell'antichità ma anche qui molti sono stati i casi in cui lo sport non è riuscito a perseguire i suoi antichi obbiettivi.
In questa tesina intendo ripercorrere i momenti della storia dello sport moderno in cui questo è più evidente.
Ho voluto quindi analizzare il fenomeno sport nel ‘900 in quanto periodo di riferimento della programmazione scolastica ed inoltre momento in cui le grandi federazioni sportive e i campionati (così come li conosciamo) cominciano a diffondersi in tutto il mondo.
L'approfondimento dell'aspetto storico e sociale mi ha permesso di rilevare quindi un sottile e surrettizio andamento “politicamente organizzato” che ha “corrotto” anche questi aspetti cordiali e di svago del vivere comune.


CAPITOLO 1: L’IDEALE DÌ DE COUBERTIN


De Coubertin, con le Olimpiadi moderne voleva far rinascere lo spirito antico delle Olimpiadi, ispirandosi all’ideale greco. Ideale che prevedeva che attraverso lo sport si dovesse recuperare un’esperienza di comunità umana (si pensi alla concezione di “comunità greca” che emergeva dai Giochi Olimpici che erano giochi panellenici, cioè di tutti i greci).
Secondo questa concezione di sport i Giochi non devono affievolire le differenze, né l’appartenenza alle diverse nazioni, bensì dimostrare che al di sopra di esse esiste la classe universale degli uomini e dell’umanità. È esattamente questo ciò che si è sempre tentato di trasmettere attraverso le cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi che dovrebbero mostrare proprio il legame di reciprocità tra differenze e unità. Ma fu De Coubertin stesso a tradire per primo il proprio ideale. Infatti, nonostante i discorsi sull’universalità e democraticità dei Giochi egli continuò ad escludere le donne dalle manifestazioni sportive, riprendendo i vecchi ideali sessisti ed elitari.
Ma, al di là di queste contraddizioni le nobili intenzioni di De Coubertin saranno rispettate?
Il Fascismo, il Nazismo e, più tardi, il Socialismo propugneranno una pericolosa subordinazione dello sport alla politica. Lo sport non solo si rivelerà incapace di controllare gli eventi, come invece accadeva nell’antica Grecia con la tregua olimpica, la cosiddetta ekekeiria, che stabiliva l’astensione dalle armi durante i giochi, ma addirittura i giochi olimpici saranno condizionati dai conflitti stessi. Questo processo secondo cui lo sport diviene mezzo di propaganda per i partiti e l’atleta-campione diventa emblema della forza di un paese è per la prima volta riscontrabile in maniera eclatante nelle olimpiadi di Berlino del ’36. Questa edizione dei Giochi segnerà l’inizio di quel periodo (che durerà fino alla fine della Guerra Fredda e di cui è rimasto un segno indelebile anche nei nostri giorni) in cui la vittoria sportiva è l’equivalente di una vittoria militare e simbolo del maggior prestigio di una nazione rispetto all’altra.

CAPITOLO 2: LE OLIMPIADI DI BERLINO ‘36

Le Olimpiadi di Berlino del 1936 sono un evento cruciale nella storia
dello sport. Assegnate dal Comitato Olimpico Internazionale alla
Germania prima dell’avvento al potere di Hitler, rappresentano
un trionfo per il dittatore nazista che riesce a organizzare uno spettacolo
propagandistico di grande effetto.
Le fasi di preparazione e di svolgimento della manifestazione, che ripercorrerò di seguito, testimoniano la diffusione di una nuova concezione dell’attività
agonistica, utilizzata ai fini dell’educazione patriottica e della propaganda
politica. Durante i giochi di Berlino, si applica un rituale simbolico di celebrazione del regime nazista, che condizionerà le successive cerimonie pubbliche. Le Olimpiadi assunsero, così, il ruolo di spettacolo di massa e di strumento di battaglia ideologica.

Per ottenere l'assegnazione dei Giochi del '36 si presentano ben 11 città, tra cui Roma, segno della grandissima considerazione che ormai le Olimpiadi raccolgono. La scelta cade su Berlino, decisione contrastata dato che la Germania sta entrando in pieno periodo hitleriano. Proprio Hitler, però, che nel '33 accentra nelle proprie mani tutti i poteri, non è per niente soddisfatto di vedere in casa propria quella che definisce come una rassegna di ebrei.
Ma l'influente ministro della propaganda Joseph Gobbels interviene a fargli cambiare idea: i Giochi possono essere l'occasione per mostrare al mondo intero la potenza germanica e la superiorità degli atleti di razza ariana. E Hitler, così persuaso cambierà rotta avviando nuove costruzioni faraoniche, tra cui un Villaggio Olimpico splendido, e una squadra tedesca che si prepara scrupolosamente e per mesi nella Foresta Nera, da dove esce in grande spolvero dopo allenamenti durissimi.
I tedeschi avevano stabilito di eclissare con il loro il pur grandioso spettacolo visto a Los Angeles. Così per esempio il “villaggio olimpico” di Berlino per gli atleti venne creato in una zona verde, e consisteva di graziosi cottages in muratura, più ristoranti, sale di ricreazione e sentieri per il jogging. In occasione dei giochi alcune grandi strade di Berlino vennero ribattezzate. Lo stadio non era un semplice contenitore di posti a sedere, ma una grandiosa concezione architettonica ricca di colonne, capace di 100.000 posti. Nel programma dei
nazionalsocialisti rientrava il tentativo di includere nella loro festa pubblica – intesa a trasmettere piacere e allo stesso tempo ispirare ottimismo, fede e l’idea della necessità del duro lavoro – tutti i tedeschi della Germania.
La prestanza fisica venne dichiarata essere un dovere patriottico. Nelle scuole e nei club sportivi si tenevano esercitazioni paramilitari, sport competitivi, discussioni patriottiche.

Alcuni aspetti dei giochi del 1936 segnarono un progresso nell’elaborazione dei rituali totalitari. Un tentativo di attirare la popolazione rurale tedesca alla festa fu “l’Olympia-Zug”, un corteo di camion e rimorchi che percorse 10.000 chilometri circa per le campagne del paese. I rimorchi trasportavano delle tende che, erette, diventavano rappresentazioni di soggetti della Grecia classica, di atleti tedeschi, di arte sportiva, modelli dei nuovi complessi sportivi a Garmisch e a Berlino, nonché alcuni brevi film sonori degli atleti tedeschi in azione. Venivano anche messe in mostra fotografie di propaganda nazista più convenzionale, di esemplari e sorridenti battaglioni al lavoro, nonché delle panoramiche di file e file di partigiani ai raduni di partito a Norimberga. Al di sopra di tutto, la bandiera rossa bianca e nera del Terzo Reich, la svastica, era onnipresente. Di molto maggiore interesse fu la “corsa della torcia olimpica”, un’idea molto bella e originale, poiché non vi erano dei prototipi né antichi né moderni. Vestite nei costumi ispirati da figure dei vasi attici, ai primi di luglio del 1936 alcune ragazze greche con l’aiuto di un’enorme lente Zeiss accesero una fiamma sul tempio di Era. Svariate migliaia di staffette trasportarono poi la fiamma attraverso la Grecia, la Bulgaria, la Jugoslavia, l’Ungheria, l’Austria e la Germania sino a Berlino e, lungo la strada, furono oggetto d’interesse e parteciparono a suggestive cerimonie seguite da milioni di persone. L’ultimo tedoforo era un biondo berlinese vestito di bianco; ai suoi lati, tre per parte vi erano sei corridori di colore vestiti di nero. Il gruppo avanzò velocemente all’unisono in formazione a “V” fino allo stadio, dove il giovane lasciò gli altri e salì da solo fino a un colossale braciere sistemato su un treppiede, e lì accese la fiamma che dominò lo stadio per due settimane successive.

Ovviamente però, le proteste ai Giochi Hitleriani di certo non mancarono, come non mancarono nemmeno le contraddizioni: gli Stati Uniti minacciarono il boicottaggio per voce del presidente Roosevelt, ma tutto poi rientrò. Accadde che Roosevelt mandò un inviato in Germania per verificare quale fosse effettivamente la situazione, ma la scelta della persona fu clamorosamente sbagliata. Ad attraversare l'oceano infatti è Avery Brundage, futuro presidente del CIO e soprattutto di tendenze ultraconservatrici e razziste. Il suo rapporto con la Germania è positivo e così gli Stati Uniti decidono di partecipare ai Giochi. Anche Hitler si ridipinge un po': nello squadrone tedesco inserisce così una manciata di atleti di origine ebrea, tutto questo mentre sono già operative le leggi antiebraiche.

Il 1° aprile 1933, quando prese inizio il boicottaggio dei negozi ebraici, la federazione pugilistica tedesca annunciò che non avrebbe tollerato atleti o arbitri ebrei. Il 2 giugno 1933 il nuovo ministro nazista dell’Educazione annunciò che gli ebrei sarebbero stati esclusi dalle organizzazioni giovanili, statali e di ginnastica, e che tutti gli impianti sportivi sarebbero stati loro negati. Alcuni funzionari sportivi ebrei si suicidarono. A partire dal 1935 agli ebrei venne negato l’accesso ai campi di allenamento pubblici e privati, e non fu loro permesso di competere con atleti ariani (vale a dire non ebrei). Alcuni atleti ben noti emigrarono.
Malgrado i timori e le apprensioni, i nazisti, volendo evitare la vendetta degli altri paesi, non ostacolarono la presenza di neri o ebrei nelle altre squadre. Di fatto l’eroe sportivo dei giochi estivi fu Jesse Owens, un nero bellissimo e ben piantato, proveniente dalla Ohio State University.

Owens vinse i 100 metri, nei quali eguagliò il record olimpico, e i 200 metri;
vinse anche come staffetta nei 400 metri, nonché nel salto in lungo nel quale stabilì un nuovo record olimpico. Il pubblico allo stadio urlava: “Yes-sa Ov-ens” (così infatti suonava il suo nome alla tedesca) quasi più del nome di Hitler.

Benché non fosse né un’atleta né un tifoso, si può dire che in realtà colui che vinse i giochi del ’36 fu il Fuhrer del Terzo Reich. I luogotenenti di Hitler avevano dimostrato a tutto il mondo che i nuovi tedeschi erano organizzatori capaci, generosi, rispettabili e amanti della pace. Inoltre tutti i sistemi di punteggio escogitati dai giornalisti (all’opposto degli ideali olimpici, che affermano che lottare e più importante che vincere) mostravano che per la prima volta nella storia dei Giochi i vincitori non erano americani ma tedeschi.
Notevole fu anche che tutti i calcoli mostravano che gli italiani del fascista Mussolini, erano terzi, precedendo di molto i democratici francesi; i giapponesi e la Gran Bretagna.

A partire dalla metà degli anni Trenta le manifestazioni sportive venivano trasmesse, di loro si scriveva su tutto il globo e i risultati erano dappertutto interpretati come simboli portentosi. L’indicazione poteva essere questa: che il totalitarismo e la sottomissione della volontà individuale allo Stato preannunciavano dei segni più concreti di successo nella guerra, che molti temevano imminente. Mancano prove conclusive del fatto che i vincitori dei giochi del 1936 fossero galvanizzati da questi successi sportivi a ricercare vittorie politiche più sostanziali; sappiamo però che Hitler in particolare fu molto galvanizzato dal trionfo, da tutti riconosciuto, sia all’interno che sulla scena internazionale, della sua festa, basata sui rituali pagani (benché molto nuovi) dello sport moderno. Fu così che i giochi olimpici moderni assunsero la forma matura, finanziati da uno Stato nazionale per portare avanti la politica interna ed estera di quello Stato. La cornice teatrale e i simboli “olimpici” erano ancora in corso di aggregazione e di solidificazione; tuttavia era stato elaborato un rituale sufficiente a permettere che le manifestazioni fossero presentate in forme accettate e seducenti. Ora il mondo era consapevole dell’esistenza di una nuova gamma di strumenti atti a creare eroi.


CAPITOLO 3: GERMANIA DELL’EST VS GERMANIA DELL’OVEST


Anche i regimi socialisti non hanno certo sottovalutato l‟importanza dello sport ai fini propagandistici. Nel periodo della "guerra fredda" che vedeva la contrapposizione dei due grandi blocchi (Est statalista, socialista e comunista contro ovest capitalista e liberista) le competizioni sportive internazionali, come le Olimpiadi, diventarono occasioni di confronto ideologico-politico.
La guerra si combatteva su tutti i fronti, con ogni mezzo a disposizione, sport compreso. La Ddr, controllata dai Sovietici, era indietro in tutti i settori, ma sfornava di continuo atleti nettamente superiori a quelli dell’Ovest. Tra il 1972 e il 1988 gli atleti della Germania Est (Nazione di circa 17milioni di abitanti) hanno conquistato 144 ori olimpici, in gran parte con le donne. Il segretario generale del Partito Socialista Unificato definì l’equipe di professionisti che stava dietro a questi successi “diplomatici in tuta”; in realtà erano soldati in tenuta sportiva. I capi politici avevano riunito a Berlino Est funzionari e scienziati di diversi ambiti, allo scopo di ricercare nuove tecniche di doping sempre più efficaci. Questi dirigenti obbligavano gli atleti appena adolescenti ad assumere sostanze dopanti, in modo da renderli vere e proprie macchine da medaglia, per raggiungere successi a livello internazionale da sfruttare in chiave propagandistica.
In Germania Est i medici crearono delle tabelle in cui erano indicati tutti i requisiti fisici che un bambino doveva avere per diventare un grande atleta e tutti i bambini venivano misurati, pesati, schedati e poi i più fisicamente dotati venivano avviati alla pratica sportiva per venire successivamente trasferiti presso il centro dello sport della DDR: la "Deutsche Hochschule fur Korperkultur" (scuola tedesca per la cultura del corpo) di Lipsia.
L’intenzione era quella di esportare all’estero l’immagine di una società sana e in costante sviluppo, capace di produrre di tutto, anche campioni di fama mondiale. Per quanto, però, si possa parlare dei progressi compiuti nel campo della scienza e, nella fattispecie, nel campo dei farmaci, l’uso di sostanze anabolizzanti spesso portò a tragedie e, a volte, alla morte, come è accaduto per molti degli atleti dell’ex Ddr. Secondo alcuni rapporti della Stasi, i famigerati servizi segreti della DDR, la Jenapharm (azienda farmaceutica) forniva agli allenatori sostanze illegali, tacendo sui loro effetti collaterali.
Gran parte degli ex atleti della Germania Est ora soffre di cardiopatie, disfunzioni epatiche e diverse forme di cancro. Naturalmente si parla di coloro che sono ancora in vita. A 23 anni dalla caduta del muro vi sono esseri umani che ancora pagano le conseguenze di queste azioni. Quando cadde il muro, il 9 novembre 1989, quasi nessuno era a conoscenza di questo lato oscuro della Ddr. Ci sono voluti più di dieci anni prima che i responsabili di questi crimini venissero processati.
Le vittime di queste pratiche irresponsabili, che sono più di 190, hanno infatti deciso nel 2000 di citare in giudizio la casa farmaceutica che produceva gli steroidi, chiedendo 3,2 milioni di euro in risarcimento. L’azienda sostenne di essersi sempre mossa nella legalità e con il consenso dell’allora regime e di non poter essere ritenuta responsabile. Nessuno volle assumersi la responsabilità dei crimini commessi, proprio come accadde nel periodo post- nazista. Nonostante ciò è ormai innegabile che il ricorso al doping nella DDR fosse pratica usuale. Ad ulteriore conferma della cosa, giunge la dichiarazione di cinque allenatori di atletica leggera dell'ex Germania Est che hanno ammesso di aver fatto abitualmente ricorso al doping, con l'avallo dello Stato, nella preparazione dei loro atleti. Klaus Baarck, Gerhard Boettcher, Rainer Pottel, Maria Ritschel e Klaus Schneider hanno confermato, per mezzo di un comunicato ufficiale diramato dal comitato olimpico tedesco, l'esistenza del così detto “doping di Stato”. "Sappiamo di aver violato le regole dello sport ma ci sentivamo legittimati dagli ordini di Stato. Rifiutarsi di somministrare doping agli atleti comportava l'estromissione dallo sport e considerevoli svantaggi professionali".
Emblematica e, a mio avviso particolarmente interessante anche dal punto di vista bioetico è la storia di Heidi Krieger, la donna costretta a diventare uomo, a causa delle doti massicce di pillole a base di ormoni maschili ed anabolizzanti somministratele quando gareggiava nel lancio del peso femminile con la maglia della Germania Est. «Quando ogni mattina mi guardo allo specchio rivedo l'immagine di ciò che mi hanno fatto e di chi ero. Una volta ho detto che hanno ucciso Heidi, ed è esattamente ciò che è successo: il mio corpo e la mia vita sono cambiati e io sono dovuto diventare un'altra persona», dichiarò piangendo Andreas Krieger alla consegna di un premio in suo onore all’università di Berlino. Heidi Krieger (oggi Andreas) aveva solo 15 anni e un fisico da maggiorata, quando, nel 1981 entrò a far parte della squadra della Ddr. Iniziò lanciando il peso a 14m di distanza, nel 1982 erano già diventati 16, due anni dopo 20. Nel 1986, all’apice della carriera, conquistava il titolo europeo con un lancio di 21,10 metri. Raccontano le carte che, con i metri, aumentavano anche le dosi annuali di ormoni maschili: dagli 885 milligrammi del 1982 ai quasi 3 mila del 1984; mentre uno studio interno e segreto, ordinato all' epoca all' Università di Lipsia, raccomandava «di non superare in alcun caso la soglia dei 1000 milligrammi di anabolizzanti l' anno».Andreas ha ammesso nella sua deposizione: “Sospettavo che ci fosse qualcosa di non pulito, ma non ci pensavo troppo, gli esercizi sembravano più facili, con quelle pillole: ogni settimana, riuscivo a sollevare fino a 180 tonnellate di carico complessivo. Pensavo che l'aumento della mia forza derivasse dagli allenamenti duri ai quali mi sottoponevo e dalla quantità di pesi che sollevavo in palestra. Invece era la conseguenza delle cose che mi davano: ma io non avevo capito di cosa si trattasse. I problemi cominciarono quasi subito, ma divennero veramente gravi dopo il 1987. I muscoli si indurivano e si atrofizzavano, i dolori si facevano insopportabili, ma soprattutto nasceva in me una strana e crescente sensazione di rifiuto del mio corpo di donna.” Nel 1991, Heidi si ritirò dalle piste in una specie di auto-isolamento, pieno di dolore fisico e di vergogna. Tentò anche il suicidio. La Krieger venne trasformata a tal punto che lei stessa non era più in grado di recepire di che sesso fosse. Il tutto accompagnato da sofferenze fisiche, ormai intollerabili, che percepiva in tutto il corpo, innanzitutto nel petto.
Per questi motivi nel 1997 Heidi decise di sottoporsi all’operazione decisiva, il definitivo cambio di sesso che l’ha portata a diventare Andreas. Ancora oggi per vivere ha bisogno costantemente dell'assunzione di ormoni e si porta ancora dietro ferite che non l’abbandoneranno mai, dolorose a tal punto da non riuscire nemmeno più ad assistere a nessun tipo di competizione sportiva.
Leggendo le testimonianze di Heidi e degli altri numerosissimi atleti danneggiati a vita da queste pratiche sleali viene spontaneo chiedersi se sia giusto arrivare a tanto, arrivare a stravolgere la vita di alcune persone in maniera così tragica per raggiungere determinati risultati sportivi e affermare così la grandezza del proprio paese.


CAPITOLO 4: NADIA COMANECI, STORIA DI UN’EROINA SOCIALISTA

Spesso non ci si rende conto di come e di quanto il mondo dello sport rappresenti una realtà che interviene, influenza, indirizza e condiziona le vicende politiche e storiche dell’umanità. Ciò si è verificato anche durante l’esercizio del potere del dittatore della Repubblica Socialista di Romania Nicolae Ceauşescu, il quale, durante il suo regime, durato fino al dicembre del 1989, è riuscito ad utilizzare gli eventi ed i trionfi sportivi, individuali e di squadra, degli atleti romeni come uno strumento di propaganda, di affermazione personale e di autoesaltazione dell’ideologia della superiorità del “perfetto uomo socialista”.
Le prestigiose vittorie, e le affermazioni internazionali ottenute negli anni ‟70 e ‟80 del secolo scorso, hanno permesso a Ceauşescu ed al suo entourage familiare e nepotista di riscuotere ulteriori consensi soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. La prassi vuole che i Capi di Stato riescano di riflesso ad affermare e ad aumentare il proprio peso politico, la propria notorietà ed il proprio culto della personalità di fronte alle imprese sportive dei loro connazionali. Ceauşescu e la sua famiglia hanno vissuto le epopee della prodigiosa ginnasta Nadia Comaneci, probabilmente la più grande di tutti i tempi.

Nadia è stata The Perfect Ten, il dieci perfetto e impossibile nella ginnastica fino al 1976, all’Olimpiade di Montreal, quando ragazzina di soli 14 anni e 153 centimetri venne fuori dalle parallele asimmetriche.
Nadia veniva da una situazione famigliare difficile, il padre l’aveva abbandonata ancora molto piccola e la madre era una figura piuttosto assente. Fin dai 3 anni sviluppò la sua passione per la ginnastica e, all’età di 6 fu notata da Béla Károlyi in visita nella sua scuola alla ricerca di nuovi talenti. Fu proprio Bèla che la accompagnò fino al successo di Montreal, almeno fino a quando una volta diventata mito e celebrità internazionale il sistema comunista non farà di lei una bandiera di Stato ostentandola in ogni occasione. Il dittatore romeno presentò Nadia con il titolo più prestigioso della Nazione: “eroe del lavoro socialista”.
Una ragazza del genere era una manna per la propaganda e fu sfruttata, in tutti i sensi. In quegli anni venne esibita in ogni occasione, ovunque le palestre di ginnastica straripavano di mamme che la osannavano, desiderose di un successo altrettanto mitico per le loro figlie. In Romania, le bambine giocavano a «Nadia». E la Comaneci, nonostante il grandissimo stress e le tensioni per le responsabilità che il regime riponeva in lei, riescì ancora a sostenere i ritmi massacranti degli allenamenti e a vincere. Al regime di Ceausescu non importò di Nadia Comaneci. Interessò l’eroina del lavoro socialista romeno, da esibire in occasioni ufficiali e convivi a palazzo: come un vanto, un trofeo, un oggetto. Da usare a proprio piacimento. Proprio così fece Nicu, il figlio del dittatore, che con la non ancora ventenne campionessa intrecciò una relazione. Caduta fra le braccia di Nicu fra diamanti e Bentley sempre a disposizione, Nadia subì abusi, violenze e umiliazioni. Esasperata da questa situazione perse la testa – complici anche l’allontanamento di Károlyi dalla Federazione –, iniziò ad allenarsi poco e prendere peso e arrivò a tentare il suicidio ingerendo della candeggina. Ecco una sua dichiarazione di quegli anni: Il suo declino comincia alle Olimpiadi di Los Angeles dell’ 84 alle quali viene inviata non più come atleta, ma come accompagnatrice ufficiale, incarnazione vivente e simbolo di un paese falsamente mistificato come immagine felice, ma che in realtà vive in netti contrasti propri di regimi dittatoriali dell’est. Poco prima della caduta del Muro di Berlino, la Comaneci spunta oltre il confine ungherese in compagnia di altri cinque disperati in fuga da una Romania allo sbando e forse da Nicu .
C'è malinconia e un vago senso di compromissione. Nadia Comaneci chiude gloriosamente la sua carriera olimpica, ma si impelaga nella torbida vita di corte. Ceausescu non smette di farle regali e di controllarla in maniera asfissiante, da toglierle il respiro. Nadia studia, inizia la carriera di giudice internazionale, ma vive con ambivalenza via via crescente il suo rapporto con il regime: da un canto, gli è riconoscente, dall' altro, si sente finita, compromessa; da una parte, diventa l' amante di Nicu, figlio del dittatore, dall' altra, fa di tutto per non essere considerata una di famiglia. Nei primi mesi dell’89 cade la dittatura Ceausescu e finalmente Nadia riesce a fuggire dal paese tanto amato e nel contempo tanto odiato e si rifugia in Canada, proprio a Montreal, chiedendo asilo politico a quella città che anni prima l’aveva consegnata alla storia.
Nadia, qui in Canada, apre una scuola di danza e al di fuori di ogni schema di vessazione e di ogni senso di oppressione, ritrova stimoli e serenità sentendosi finalmente appagata dopo tante tristezze e affanni.

CAPITOLO 5: PECHINO 2008 E I DIRITTI UMANI


Nelle Olimpiadi seguenti alla caduta del muro di Berlino (1989) non fu più così centrale ed evidente quel “sapore geopolitico” che caratterizzò le edizioni dei Giochi durante la guerra fredda, almeno fino a Pechino 2008. Infatti l’edizione di Pechino fu particolarmente contestata dai paesi occidentali che criticarono la politica del governo cinese in campo nazionale ed internazionale.
L'intero mondo si appellava allo sport per risolvere i problemi politici che la diplomazia non era riuscita a risolvere. Quando furono assegnati i giochi a Pechino (nel 2001) i dirigenti del CIO garantivano la massima vigilanza ed assicuravano al mondo intero che, con le Olimpiadi a Pechino, la Cina avrebbe fatto grandi passi avanti sul tema dei diritti umani. Iniziata con la speranza di riuscire a cambiare anche solo parzialmente l'orientamento del regime cinese sui grandi temi, l'avventura di Pechino 2008 si è scontrata con una realtà molto dura. Prima le richieste agli atleti di non rilasciare dichiarazioni di natura politica ed etica durante le Olimpiadi, le distruzioni e i sequestri di case per creare gli stupefacenti stadi, l’imbavagliamento dei giornalisti, degli attivisti democratici, delle personalità religiose. Poi le dure e continue repressioni esercitate in Tibet nonostante gli occhi del mondo intero puntati addosso, e sullo sfondo il dramma dell'inquinamento e la guerra in Sudan, in cui la Cina, principale partner commerciale del Sudan, gioca un ruolo di silenzioso complice nel genocidio in Darfur. Si parlò anche di boicottaggio ma tutti gli stati (Tibet compreso), dopo una lunga diatriba, hanno concordato che l’ipotesi non dovesse neanche essere presa in considerazione perché sarebbe stata una sconfitta per tutto il mondo tornare all’onta dei boicottaggi e, soprattutto avrebbe fatto spegnere di nuovo i riflettori sulle questioni dei diritti civili in Cina. Ma davvero le motivazioni sono state queste oppure anche di fronte agli accorati inviti a boicottare le Olimpiadi cinesi l'aspetto economico è risultato decisivo? Non potrebbe essere che forse la maggior parte dei governi ha preferito non correre il rischio di compromettere le relazioni commerciali con il gigante asiatico piuttosto che combattere per la difesa della pace e dei diritti umani?

Per la Cina le Olimpiadi sono state una specie di grande vetrina pubblicitaria per abbagliare la comunità internazionale, per mostrare a tutto il mondo che il loro è ormai un paese moderno, una superpotenza economica e atletica. Ma ogni grande vetrina ha il suo retrobottega e anche le Olimpiadi di Pechino hanno i loro lati oscuri, tant’è che la popolazione definisce le Olimpiadi “un vero disastro nazionale”.

Secondo testimonianze giunte ad AsiaNews il popolo cinese non fu così soddisfatto. Vi sono di certo milioni di cinesi che hanno sperato nelle Olimpiadi come un trampolino di lancio verso la ricchezza, il benessere, una maggiore dignità; altri (e sono la maggioranza) che ved evano i Giochi come l’occasione di presentare la Nuova Cina, moderna e potente. Altri ancora hanno sperato che lo slogan dei Giochi (“Uno solo mondo, un solo sogno”) si applicasse anche a tutte quelle libertà godute dall’occidente, che sono tuttora negate in Cina: libertà di espressione, di religione, di associazione, di democrazia.
Grazie al sapiente controllo delle informazioni da parte del governo di Pechino, negli occhi dell’occidente vi sono state solo le immagini trionfali del percorso della torcia salutato da milioni di cinesi, raggianti di patriottismo. Invece, dai risultati dell’inchiesta di AsiaNews appare tutta un’altra immagine. In generale, nelle risposte giunte le Olimpiadi sono viste anzitutto come un peso perché molta gente ha perso casa, negozio o lavoro (a causa degli espropri) per costruire le sedi olimpioniche. Molti altri si lamentarono perché a causa dei pochi giorni di spettacoli agonistici gli venne proibito l’uso della macchina; sono stati sottoposti a controlli di sicurezza; gli fu impedito fare spese nel loro quartiere (troppo vicino al villaggio olimpico) e almeno 10 province cinesi hanno subito drastiche riduzioni nell'afflusso dell'elettricità a causa delle esigenze energetiche dei giochi olimpici. Altri lamentano che vi furono controlli stretti negli internet café e anche negli hotel: per ogni cliente si registrava e scannerizzava la carta di identità. Se l’hotel dimenticava di farlo, gli veniva ritirata la licenza.
Tutta la popolazione era sotto controllo. Proibito alle persone presentare petizioni, parlare coi giornalisti stranieri sui problemi della Cina, pubblicare sul web notizie sulla democrazia. Oltre 50 fra attivisti, avvocati in difesa dei diritti umani, giornalisti sono stati arrestati e condannati. Altri sono “consigliati” di rimanere a casa agli arresti domiciliari “volontari”. Perfino dei sacerdoti della Chiesa hanno ricevuto il consiglio di “sparire” in questo periodo, fino a dopo le Olimpiadi.
Numerose le accuse verso il Partito comunista di illusione, di aver voluto fare solo un’operazione di immagine e di aver tradito lo slogan: “mettere il popolo al primo posto”.
Particolarmente esplicative dello spirito con cui questa edizione dei Giochi è stata gestita sono le parole di Zhang Ymou (grande regista cinese, tra i suoi film ricordiamo “Lanterne rosse”, “Hero”, “La foresta dei pugnali volanti”…) autore delle straordinarie coreografie delle cerimonie di apertura e chiusura dell’Olimpiade. Ecco cosa ha dichiarato in un’intervista:
“I diritti umani? Rendono l’Occidente inefficiente e non gli consentono di raggiungere quegli elevati standard organizzativi e artistici di cui sono capaci i Cinesi (…) gli interpreti occidentali lavorano solo quattro giorni e mezzo alla settimana, fanno due pause al giorno per il caffé, poi non sono nemmeno in grado di stare bene allineati (…), i Cinesi riescono a realizzare in una settimana quello che gli Europei fanno in un mese”.
Zhang Yimou ha pure confessato di non esser mai riuscito a realizzare grandi regie operistiche in Occidente a causa “delle rigide norme sul lavoro e di tutela sindacale”.
Come se non bastasse ha poi espresso la sua incondizionata ammirazione per le liturgie politico-culturali di massa organizzate dal regime nord-coreano (uno dei più abietti della storia) spiegando che: “questo tipo di uniformità produce una grande bellezza, di cui siamo capaci anche noi Cinesi”. Il regista ha infine commentato la scena, tanto ammirata della cerimonia di apertura, in cui tessere d’argento con i caratteri della scrittura cinese si sollevano e si abbassano ritmicamente, quale esempio di un livello di perfezione conseguibile solo se “gli esecutori obbediscono agli ordini come un computer” ed ha quindi concluso che “è questo lo spirito cinese”
Inoltre vorrei spendere due parole in più riguardo alle condizioni dei lavoratori impegnati nella realizzazione delle opere olimpiche. A realizzare questi colossi architettonici sono stati infatti centinaia di milioni di "migranti", poveri contadini fuggiti dalle campagne, da una situazione di povertà e fame, per cercare fortuna nelle grandi città o negli "agglomerati" industriali della fascia costiera. Per loro il lavoro arriva fino a 12-14 ore al giorno, per 6 e anche 7 giorni alla settimana, dormendo ammucchiati in capannoni dove hanno solo il posto letto. Non hanno alcuna cura sanitaria o infortunistica, né pensione; i loro figli non hanno diritto alla scuola gratuita; le loro famiglie ad alcun servizio sociale. La gente delle città li evita come "stranieri" e loro si sentono tali. Al loro villaggio, lontano molte centinaia di chilometri, ci ritornano solo una o due settimane all’anno.
Il lavoro sottopagato e con scarsa tutela è una via percorsa da sempre, in molti Paesi, per uscire dalla miseria e dalla fame; ma il caso della Cina è speciale: molti di questi "migranti" sono stati "defraudati" due volte, nelle campagne e nelle città, sempre in nome dello sviluppo e della "Nuova Cina".
Accanto ai molti che volontariamente hanno lasciato la campagna per emigrare in città, vi sono decine di milioni che hanno subìto l’esproprio della terra e della casa, perché i loro governi locali dovevano realizzarvi zone industriali o nuovi quartieri. All’avveniristico stadio «Nido d’uccello», una fra le più spettacolari opere olimpiche, hanno lavorato oltre 17mila operai "migranti" provenienti da tutto il Paese. Secondo dati della "Xinhua", nel 2006, nella sola città di Pechino, per incidenti di lavoro sono morte circa 1300 persone.
Nel gennaio 2006 il "Sunday Times" di Londra ha denunciato che almeno 10 operai sono morti per incidenti sul lavoro durante la costruzione dello stadio. Testimoni oculari hanno raccontato al giornale che gli infortuni sono stati causati dalla grande altezza a cui si svolgono i lavori e dalla necessità di fare tutto in fretta. Ancora una volta, tutto è stato messo a tacere: «I corpi sono stati subito rimossi dalla polizia» e «dirigenti e poliziotti hanno ordinato agli operai di non parlare a nessuno delle morti e nemmeno tra di loro». Ai parenti delle vittime, in cambio del silenzio, è stato offerto un elevato "risarcimento", 13mila sterline (circa 17mila euro). Un operaio generico che lavora alla costruzione dello stadio guadagna 4 euro al giorno e un operaio specializzato poco meno di 6 euro.
I morti sul lavoro sono una drammatica realtà a qualunque latitudine ma, ciò che rende speciale il caso della Cina è la sistematicità con cui la sicurezza sul lavoro non viene praticata e la sistematicità con cui queste tragedie vengono nascoste e occultate.
I Giochi olimpici, pubblicizzati come una festa di amicizia e di incontro fra i popoli, nelle mani di Pechino sono divenuti così i Giochi del sospetto e del silenzio; tutto questo senza impedimenti o freni da parte dell’Occidente il quale durante l’assegnazione dei Giochi a Pechino nel 2001 si era posto in primo luogo come garante e difensore dei diritti umani anche in Cina.

CONCLUSIONE

Realizzando questa tesina ho percepito e quindi, tentato di dimostrare, che la maggior parte delle Olimpiadi moderne sono state, in modo più o meno celato e in alcuni casi anche in maniera apertamente dichiarata, politicizzate. Troppo spesso questa manifestazione apparentemente gioiosa si è rivelata nascondere al suo interno le ideologie del ‘900 che credevamo ormai morte.
E anche se, attualmente possiamo affermare che, almeno in occidente lo sport sembrerebbe si stia allontanando sempre di più da quelle dinamiche di subordinazione ai regimi a cui si è assistito in epoca moderna, mai come adesso lo sport mette in movimento enormi capitali che lo espongono al rischio di diventare uno strumento in mano all’economia capitalistica.
Attorno allo sport si creano infatti rilevanti interessi economici. Lo sport diventa esso stesso un affare. Un numero crescente di uomini del mondo economico si serve di esso, attraverso il meccanismo della sponsorizzazione, per lanciare e vendere i propri prodotti.
Le conseguenze di questa situazione sono evidenti: mercificazione dello sport in tutte le sue articolazioni, ricerca spasmodica del risultato sportivo come contropartita dei rischi di investimento del capitale, pericolo permanente di corruzione ed illegalità.
In questo senso lo sport incarna efficacemente i principi del modello capitalista che domina nelle società moderne, proponendone tutte le profonde contraddizioni e rinnegando così le idealità che ispirarono la rifondazione dello sport moderno voluta da De Coubertin.
La lotta contro questo fenomeno è a parole serrata, ma nei fatti spesso i provvedimenti assunti non sono sufficientemente severi, anche se è indiscutibile che per risolvere un problema di questo tipo ne vanno estirpate le cause, non gli effetti; e le cause sono da ricercarsi nei facili guadagni che il successo sportivo promette (sia economici che in termini di visibilità).

Cosa aspettarsi da Londra 2012, la prima olimpiade europea dopo molte edizioni? Possiamo solo augurarci che questa olimpiade possa essere un esempio di fratellanza tra le nazioni e di sana competizione, un evento di gioia intesa come celebrazione dell’uomo e delle sue imprese agonistiche e che non sia corrotto ancora una volta da ideali che di sportivo non hanno proprio nulla.

BIBLIOGRAFIA

- B. BALBONI, A. DISPENZA, F. PIOTTI, Le basi tecnico-scientifiche dell’Educazione Fisica, Edizioni “il capitello”
-BAUSINGER H., la cultura dello sport, Armando Editore.
-COMANECI N., Letters to a Young Gymnas, Basic Books, 2004.
-IMPIGLIA M., Aneddoti olimpici, Eraclea (collana sole 24 ore).
-MANDELL R. D., Storia culturale dello sport , Laterza 1989.
-MARGOL B., How the Cold War affected the Olympic Movement, Thesis Drexel University, 2003

SITOGRAFIA
-www.centrostudiconi.it
-www.corrieredellasera.it/archivio storico
-www.coubertin.it/Coubertin.pdf
-www.infiltrato.it-www.olimpiadi.it
-www.olympic.org
-www.ushmm.org (museo dell’olocausto di Washington)

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