Storia della diplomazia
- -
Dalla “Dichiarazione Balfour” alla nascita dello Stato di Israele
Di Nicolò Pirola
Esame di Stato 2007
Scuola Navale Militare “F. Morosini”
- -
Indice
- Introduzione;
- Breve accenno storico
- Diplomazia nell’antichità;
- Diplomazia pontificia;
- Nascita e sviluppo della moderna diplomazia;
- Posizione giuridica dei diplomatici;
- Un saggio di diplomazia: la “Dichiarazione Balfour”
- Contesto storico;
- Dichiarazione Balfour;
- Immediate conseguenze;
- Verso la creazione dello Stato di Israele
- Un processo senza fine;
- Termine del protettorato inglese;
- Lo Stato di Israele;
- L’evoluzione della diplomazia
- ONU: lotta per la pace;
- Lo statuto dell’ONU;
- Come funziona l’ONU;
- Impegno per la pace ma non solo;
- NATO: la difesa della pace;
- Cos’è la NATO;
- Conclusione
- Ringraziamenti
- Bibliografia
“La cultura [...] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.” Antonio Gramsci
Senza la pretesa di emulare i grandi autori, sento però necessario fare qualche dedica, non per dovere formale ma per vivo sentimento.
A Mamma e Bruno, i miei pilastri, sempre pronti a sorreggermi in ogni occasione. Ogni volta che ho vacillato, ogni volta che il mio piede inciampava erano lì, a volte, con un consiglio, sempre, con una parola affettuosa. Senza di voi, senza la vostra guida, probabilmente non sarei ciò che di me il prossimo apprezza. Un semplice “grazie” non basta, lo so, ma pronunciato con il cuore vuol dire molto di più.
Grazie!
Ai professori, in particolare al Prof. Vettorazzo, per aver tentato di farmi apprezzare la matematica… per avermi insegnato, con il suo esempio, l’umiltà…
Ultimo, semplicemente perché più importante, a te Nonno, che avrei voluto poter trovare a questo traguardo così importante per me.
Maestro di vita per i tuoi nipoti, speciale punto cardinale per me.
So che la tua mano è ancora sulla mia spalla.
Introduzione
Può indubbiamente apparire singolare la scelta di proporre una presentazione degli eventi di maggior spicco accaduti negli ultimi due secoli attraverso un’analisi di quelli che sono stati i meccanismi diplomatici (anche se sarebbe spesso meglio optare per l’espressione “artifici diplomatici”) che hanno regolato, determinato e forse più di tutto influenzato le scelte di importanti statisti e uomini di potere. La scelta di trattare un argomento così inusuale viene dalla grande passione da me nutrita per il mondo diplomatico, passione che mi ha spinto a tentare di intraprendere il lungo cammino che sfocia nella carriera diplomatica. È mia personale convinzione ritenere che il potere delle parole, l’influenza ed il peso che queste possono rivestire nella risoluzione anche delle questioni più intricate siano oggi più che mai l’unico modo per ristabilire un equilibrio tra le civiltà che guerre e scontri, purtroppo non soltanto ideologici, turbano continuamente.
Maestri nell’uso della diplomazia e dei termini “ovattati” per conciliare riottosi dissidenti sono stati, ad esempio, Yitschak Rabin (Primo Ministro israeliano negli anni ’90), Giovanni Paolo II, in qualche modo Bill Clinton (accordi di Camp David del 1992, altro grande saggio di diplomazia), il Mahatma Gandhi, Madre Teresa di Calcutta (premio Nobel per la pace nel 1979) e tanti altri. Questi grandi personaggi hanno saputo utilizzare con abilità le proprie espressioni, nel tentativo tutt’altro che vano di preferire accesi dibattiti a sanguinose guerre, anteponendo sempre il dialogo alla forza delle armi.
La diplomazia si occupa specificatamente delle controversie che nascono fra i popoli. Esse possono in realtà degenerare in conflitti locali, sempre riprovevoli per la perdita di vite umane, per le assurde distruzioni e per i sentimenti di inimicizia che generano, spesso in modo duraturo, fra le nazioni. Esse potrebbero persino condurre a guerre più estese, con rischi di annientamento difficilmente calcolabili. Queste controversie hanno generalmente fondamenti seri, ma assumono tale ampiezza perché sono spesso esacerbate dalle passioni, passioni che complicano le situazioni e non permettono di vedere oggettivamente la realtà. Ed è là che appunto il ruolo della diplomazia è di capitale importanza, per affrontare più serenamente i problemi e trovare soluzioni ragionevoli, senza trascurare la giustizia e senza ledere il legittimo orgoglio nazionale.
In parecchi luoghi del mondo vi sono situazioni difficili come quelle di uomini, donne e bambini che non hanno più patria. Sono rifugiati che, per via delle loro opinioni politiche, dei loro sentimenti religiosi, delle diverse etnie o semplicemente in seguito ai rivolgimenti provocati da guerre o da rivoluzioni, sono sottoposti a tali timori e a tali pressioni o difficoltà di vita, a tale mancanza di libertà o anche a tali minacce che sono praticamente costretti all’esilio lontani dalla loro patria, dovendo fuggire talvolta a rischio della vita, o restare costretti in campi profughi, in attesa di un’eventuale patria d’adozione, ove, in ogni caso, essi riprenderanno un altro tipo di vita senza alcun mezzo. Si tratta di una delle piaghe terribili di cui soffre il nostro mondo contemporaneo, come se gli uomini non fossero più capaci di riservare un posto vivibile ai loro simili.
Ecco perché è necessario, a mio parere, profondere tutte le nostre energie per sfatare l’aggettivo “utopistico” che sempre più spesso viene anteposto alle proposte dei cosiddetti “tavoli di discussione”.
In questa breve presentazione ho scelto di esaminare un avvenimento della storia degli inizi del secolo scorso che appare evidentemente come un fatto straordinario e soprattutto senza precedenti: l’esplicito e pubblico invito a costituire un’aggregazione politica in Palestina, un “focolare nazionale per il popolo ebraico”, citando le parole dello stesso Ministro degli Esteri inglese, influenzato evidentemente non tanto dalla magnanimità e dalla simpatia del governo di Londra verso il popolo ebraico ma da specifiche intenzioni speculative di interesse internazionale, condotte con astuzia e “savoir faire” proprio dagli esperti diplomatici inglesi del “Foreign Office” (Ministero degli Esteri, ndr.).
La dichiarazione sopracitata, detta “Dichiarazione Balfour” dal nome del ministro firmatario, rivestì un così forte peso sulle scelte e sulle decisioni future che è oggi considerata come la pietra miliare posta per la successiva nascita dello Stato di Israele.
Mi è sembrato d’altronde necessario fare anche una piccola divagazione riguardo due “strutture”, se così mi è concesso definirle, che proprio contemporaneamente alla nascita dello Stato di Israele vedevano la luce e che rappresentano probabilmente i luoghi dove più densamente si respira aria di diplomazia: l’ONU e la NATO. Queste due massime istituzioni hanno assunto negli ultimi decenni l’indispensabile ruolo di “peacekeepers” e, sebbene in modo diverso e talvolta apparentemente contrapposto, hanno contribuito a quel bene supremo che la diplomazia è chiamata a preservare, ossia la pace.
Concludo con una citazione estrapolata dal discorso tenuto da Giovanni Paolo II il 13 maggio 1982 a Lisbona presso l’assemblea dei diplomatici accreditati in occasione del Pellegrinaggio Apostolico in Portogallo:
“… l’importanza della vostra missione è la pace, la sicurezza e i rapporti fraterni fra i popoli…” Nicolò Pirola
Breve approccio storico
“Ambasciator non porta pena” è il detto che rispecchia i privilegi e le immunità conquistate dal Corpo diplomatico nel corso della storia.
Diplomazia è un termine che deriva dal verbo greco diploun (piegare in due). Ai tempi dell’impero romano i documenti imperiali, come lasciapassare, permessi di transito, eccetera, erano applicati su piastre metalliche doppie, piegate e cucite.
Questi documenti venivano chiamati “diplomas”. Successivamente tutti i documenti ufficiali, che conferivano privilegi o statuivano accordi e così via, non necessariamente applicati su metallo, furono chiamati “diplomas”. L’enorme produzione di “diplomas” fece nascere la figura dell’archivista e decifratore di questi documenti.
L’aggettivo “diplomatica”, in origine si riferiva esclusivamente alla scienza che studia i documenti ufficiali: la “res diplomatica”, gli “affari diplomatici”, appunto. L’utilizzo dei termini “diplomazia” e “diplomatico” risale a non prima del 1796, quando in Inghilterra Edmund Burke iniziò a utilizzarli designando “l’insieme delle procedure politico-istituzionali mediante le quali gli Stati intrattengono relazioni reciproche”. A partire dal 1815, dopo il Congresso di Vienna, il servizio diplomatico divenne una vera e propria professione distinta da quella del politico, acquistando così valore giuridico con norme e prescrizioni.
Diplomazia nell’antichità
È probabile che anche nella preistoria, sin dal primo organizzarsi di gruppi di uomini separati da altri, si sentì l’esigenza di inviare emissari per proporre delle tregue ai combattimenti che si registravano in quel periodo.
È sicuro, comunque, che l’attività diplomatica era ampiamente praticata nell’antichità, dalle polis greche a Roma, da Bisanzio alla Cina imperiale. Tuttavia, in nessuno Stato antico vi fu mai un’organizzazione permanente preposta all’espletamento delle attività diplomatiche.
Nel mondo greco i rapporti diplomatici erano essenziali, dato il frazionamento delle città-Stato. Per questo si andò elaborando una prima embrionale forma di diplomazia organizzata, anche se siamo ancora lontanissimi dalla vera e propria attività diplomatica permanente.
Dal diritto privato, così, si sviluppò il concetto di immunità diplomatica che, sebbene non codificato esplicitamente, costituì una regola costante che col passare del tempo diverrà prassi formalizzata. In pratica si capì subito che, in caso di guerra o di ostilità non guerreggiata tra Stati, se l’emissario di una delle parti fosse stato ucciso, senza aver esaurito il suo compito, i negoziati per una probabile pace o per una eventuale alleanza sarebbero sfumati.
A partire dal VI secolo a.C., i greci svilupparono anche la pratica di scegliere i loro ambasciatori tra i più abili oratori o tra i più preparati avvocati del foro. Questo sta a significare che già allora si capì l’efficacia per uno Stato di dotarsi di uomini capaci di portare ambascerie e convincere le autorità degli altri Stati.
A Roma la diplomazia si sviluppò ampiamente solo nel tardo periodo repubblicano e durante l’impero. La necessità principale fu quella di mantenere i contatti con un gran numero di Stati sovrani, alleati a Roma o soggetti.
I bizantini recepirono l’utilità delle ambasciate e, oltre a stabilire uno specifico cerimoniale per il ricevimento degli ambasciatori, istituzionalizzarono la pratica della consegna di credenziali e della ratifica dei trattati.
L’inviolabilità degli ambasciatori, oltre al rispetto della vita, era estesa anche alla loro immunità personale e alla inviolabilità del palazzo in cui risiedeva. Ovviamente tutti questi privilegi furono condizionati alla reciprocità.
Gli imperatori bizantini perfezionarono i compiti dell’inviato, chiedendo loro di spedire periodicamente rapporti dettagliati sulla situazione interna dei Paesi stranieri in cui risiedevano, oltre ovviamente al compito di rappresentare ufficialmente gli interessi dell’impero presso le corti assegnate.
L’inviato doveva essere quindi, oltre ad un bravo oratore, anche un affidabile osservatore con un’adeguata capacità di giudizio: inizia così a delinearsi meglio la figura del diplomatico di professione. I sovrani barbarici, come quelli degli Stati arabi, seguirono l’esempio di Costantinopoli, adottando il protocollo bizantino.
Anticipando la prassi moderna, tutti i trattati stipulati in questa epoca (ad esempio quello di Verdun dell’843 o quello di Meersen dell’870) venivano preparati con l’aiuto di esperti.
Diplomazia pontificia
Nella tarda antichità comparve anche la diplomazia pontificia. L’editto di Milano, emanato nel 313 da Costantino il Grande, garantì la libertà religiosa per tutti i culti, tuttavia l’imperatore diede maggior peso al cristianesimo sostenendolo, poiché ritenuto fattore di unità per il suo impero.
Così il potere primaziale ottenuto dai pontefici contribuì alla nascita e allo sviluppo della diplomazia pontificia. Infatti, il pontefice, in seguito alle dispute interne alla cristianità, dovette mandare propri inviati, non solo per consolidare tale superiorità all’interno del cristianesimo, ma per far sentire l’opinione del pontefice alle riunioni conciliari.
Il primo inviato pontificio comparve al sinodo di Arles nel 314, sotto il pontificato di Silvestro I (314-337).
L’utilizzo dei nunzi risale invece all’impero di Bisanzio, presso il quale il pontefice romano delegava un suo “apocrisario” (il portavoce). Il primo apocrisario fu comunque Giuliano di Coo, inviato da papa Leone I (440-461) presso la coppia imperiale Marciano e Pulcheria per intercedere a favore degli interessi della Sede apostolica.
A partire dal pontificato di Agapito I (535-536) gli apocrisari divennero un’istituzione stabile. Fra i più noti apocrisari pontifici alla corte imperiale di Bisanzio, ricordiamo i futuri pontefici Virgilio I (537-555), Pelagio I (556-560) e Gregorio Magno (590-604).
Sotto papa Innocenzo I (402-417) la Chiesa cattolica conobbe un altro diritto di rappresentanza: il cosiddetto “vicariato apostolico”. In pratica il pontefice, attraverso una bolla, concedeva ad un vescovo Nostra vece (al suo posto) di occuparsi di un vescovado, oppure del controllo di tutte le ordinazioni vescovili in un determinato territorio.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Storia delle relazioni diplomatiche
La tesina concerne una breve storia delle relazioni diplomatiche, con particolare attenzione all'atto della dichiarazione Balfour che portò alla nascita dello Stato di Israele, citando le strutture diplomatiche di ONU e NATO.
Materie trattate: storia - inglese