Storia: superbia (Hitler)
Con superbia si intende la pretesa di meritare per se stessi una posizione di privilegio sempre maggiore rispetto agli altri, i quali devono riconoscere e dimostrare di accettare la loro inferiorità correlata alla superiorità indiscutibile e schiacciante del superbo. E chi meglio di Adolf Hitler si macchiò di questo peccato? Per la sua intera esistenza egli tentò con ogni mezzo non solo di prevalere sulle razze da lui ritenute “inferiori”, ma addirittura di estirparle senza pietà e con disumana violenza. Ma facciamo un passo indietro e vediamo da dove deriva questa sua brutale mentalità.
Hitler nacque a Vienna nel 1889 da una famiglia piccolo-borghese. Sin dall’infanzia, il giovane Adolf non riscontrò mai successi: era un pessimo allievo e abbandonò la scuola senza terminarla, pensava di esprimere la propria grandezza attraverso la pittura, ma anche qui non fece che fallire. Tutti elementi che ne decantano la mediocrità.
Trasferitosi a Monaco nel 1913, Hitler si arruolò entusiasta come soldato nella Prima guerra mondiale. Intossicato dai gas, finì la guerra in un ospedale, ma quell’esperienza gli fece capire la sua natura di leader e nel 1920 fondò il Partito nazionalsocialista, organizzato militarmente attraverso la nascita delle SA (squadre d’assalto), i gruppi nazisti che vennero impiegati da Hitler e dai suoi seguaci nel cosiddetto putsch di Monaco, il fallito colpo di stato del novembre 1923, che provocò l’arresto di Hitler e la sua condanna a cinque anni di reclusione in carcere.
In realtà la prigionia durò meno di un anno e fu proprio durante la sua detenzione che Hitler dettò al fedele amico Rudolf Hess il “Mein Kampf”, la bibbia della dottrina nazional-socialista.
Al centro della teoria di Hitler vi è l’idea della razza. Tutta la storia, come afferma Hitler nel suo libro, è solo espressione dell’eterna lotta tra le razze per la supremazia. L’unico scopo dello stato è mantenere sana e pura la razza dominante e creare le condizioni migliori per questa lotta, cioè per la guerra.
Di tutte le razze quella cosiddetta “ariana” è, secondo Hitler, la più creativa e valorosa e l’unica a cui spetta il diritto di dominare il mondo. Tradotto nella realtà questo significava per Hitler prima l’unificazione del continente europeo sotto il dominio della nazione tedesca, per cercare poi nuovo spazio vitale nei paesi dell’est.
In realtà, tutto il Mein Kampf è imbevuto di contraddizioni e imprecisioni, una caratteristica che probabilmente risultava irrilevante per Hitler, dato che alcuni capitoli più avanti scrive con molta franchezza che “la propaganda non ha il compito di essere vera, ha invece l’unico compito di essere efficace.”
Il secondo elemento fondamentale è l’antisemitismo. Per Hitler gli ebrei non sono una comunità religiosa, ma la razza che vuole conquistare il mondo. Secondo lui, essi stavano preparando una vera e propria congiura internazionale, resa possibile per mezzo del capitale finanziario e della rivoluzione.
Dunque, gli ebrei erano temuti in quanto popolo forte e andavano di conseguenza eliminati. Oggi queste teorie suonano decisamente ridicole, e anche all’epoca molti le ritenevano tali e vedevano in esse solo uno strumento politico per incanalare la rabbia del popolo su un capro espiatorio.
Ma l’odio di Hitler contro gli ebrei non era solo strumento politico, era reale con tutto il suo evidente anacronismo e la sua irrazionalità. Gli orrendi eventi degli anni 1940-1945, quando l’antisemitismo non poteva più servire come strumento politico, lo dimostrano in modo spaventoso.
Lo scrittore tedesco Hermann Hesse scrisse nel 1958 sulle origini dell’antisemitismo che “L’uomo primitivo odia ciò di cui ha paura, [..] Anche l’odio dei popoli e delle razze contro altri popoli e razze non si basa sulla superiorità e sulla forza, ma sull’insicurezza e sulla paura. L’odio contro gli ebrei è un complesso di inferiorità mascherato: rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei certi strati meno saggi di un’altra razza sentono un’invidia che nasce dalla concorrenza e un’inferiorità umiliante. Più fortemente e più violentemente questa brutta sensazione si manifesta nella veste della superiorità, più è certo che dietro si nascondono paura e debolezza.”
Ecco come in realtà Hitler, protetto dalla maschera della superbia, nascondeva il proprio terrore per gli ebrei nonché la sua insulsa piccolezza.
Economia: invidia (analisi della concorrenza)
L’invidia si riferisce a uno stato d’animo corrosivo e frustrante per cui, in relazione a un bene o una qualità posseduta da un altro, si prova astio e un risentimento tale da desiderare il male di colui che ha quel bene o qualità.
Se ci sforziamo di trovare un lato positivo a questo stato d’animo possiamo considerare il suo effetto in campo economico. L’invidia, infatti, induce inevitabilmente ad un atteggiamento competitivo, presente da sempre nel mercato.
È così che si arriva a concepire la concorrenza, che, se pervasa da questo peccato, può sfociare nella slealtà concorrenziale. Quest’ultima comprende diverse tecniche tra cui:
- Atti di confusione, ovvero l’utilizzo di nomi o segni distintivi riconducibili ad altre aziende al fine di sfruttarne la notorietà;
- Atti di denigrazione, ossia la diffusione di notizie negative per screditare le imprese concorrenti;
- Atti contrari alla concorrenza professionale, primi tra tutti la vendita di beni e servizi sottocosto.
Le aziende che utilizzano questa metodologia non rispettano le condizioni di mercato e agiscono senza scrupoli con lo scopo di sbaragliare la concorrenza.
Per tale motivo, al momento della redazione del marketing plan è necessario seguire minuziosamente le relative operazioni. Il piano di marketing è il documento con il quale il management fissa gli obiettivi di marketing e le risorse da impiegare per raggiungerli, dopo aver attentamente valutato le condizioni esterne e interne che possono influire sul loro raggiungimento.
Le fasi da effettuare per la stesura e l’implementazione del piano di marketing sono le stesse del processo di pianificazione strategica:
Introduzione: sette peccati capitali, tesina
La seguente tesina di maturità descrive i sette peccati capitali. Gli argomenti trattati nella tesina sono i seguenti: la superbia in connessione alla follia di Hitler, l'invidia in connessione all'analisi della concorrenza (benchmarking), la lussuria in connessione a Charles Baudelaire e la luxure, la gola e la comida en España, l'avarizia e the impoverishment in Kenya, l'ira e il rapporto tra il Futurismo e la tradizione, l'accidia e "Gli indifferenti", Alberto Moravia.
Collegamenti
Sette peccati capitali, tesina
- Storia -
Superbia: la lucida follia di Adolf Hitler
- Tecnica Turistica -
Invidia: l'analisi della concorrenza (benchmarking)
- Francese -
Lussuria: Charles Baudelaire e la luxure
- Spagnolo -
Gola: la comida en España
- Inglese -
Avarizia: The impoverishment in Kenya
- Storia dell'Arte -
Ira: il rapporto tra il Futurismo e la tradizione
- Italiano -
Accidia: "Gli indifferenti", Alberto Moravia