Anno scolastico
2013/2014
Olio d’oliva, il “dono degli dei che protegge il cuore dei mortali”
Marco Costa
ITIS “Ettore Majorana”
Settore: Chimica Industriale
Anno scolastico 2013/2014
Secondo la mitologia, nella gara per la sovranità su Atene e l’Attica, Zeus assegnò la vittoria ad Atena, che recò un ulivo, simbolo di pace, anziché a Poseidone che arrivò con un cavallo bianco, simbolo di guerra. Da qui l’olivo e l’olio diventarono frutti divini. Un recente studio, pubblicato da Francisco Perez Jimenez e collaboratori (BMC Genomics, 20 aprile 2010), sembra dimostrare che un’alimentazione in cui l’olio extravergine d’oliva, ricco in fenoli, sostanze naturali antiossidanti, rappresenta la principale fonte di grassi alimentari spiegherebbe la riduzione del rischio di malattie cardiovascolari nel Mediterraneo: un’analisi, effettuata su cellule mononucleate del sangue periferico di venti pazienti con sindrome metabolica, dopo pranzo, avrebbe consentito l’identificazione di 98 differenti geni che si attivano in misura minore o maggiore a seconda delle quantità di fenoli assunti. Un gran numero di questi sono già noti per essere coinvolti nei processi che favoriscono l’infiammazione e lo sviluppo di obesità e diabete.
LaRepubblica.it - 4 Maggio 2010 3
Roberto Suozzi
Olio d’oliva
Parte prima:
“La scelta dell’ oggetto su cui si basa la tesina che vi propongo, deriva dal fatto che l’uso dell’olio di oliva, nella tradizione gastronomica dei paesi mediterranei, rappresenta uno dei caratteri peculiari della cucina tipica italiana e ogni giorno se ne assume una quantità importante nel nostro organismo: molte persone però non ne conoscono le origini e il processo di estrazione che, da semplici frutti colti da piante (alcune di queste plurisecolari) portano alla realizzazione del condimento più in uso nella dieta mediterranea.”
“L’ ’ ’ ”, G P
Olivo ch’è cibo e ch’è luce Giovanni Ascoli
Nell’800/900, a Oneglia (l’attuale Imperia), terra di oli di grandi tradizioni, il desiderio di pubblicità delle piccole imprese portò alla nascita di un periodico chiamato “La riviera ligure”. Questo nacque come mezzo di diffusione dei prodotti dell’oleificio “Sasso”, ma ben presto entrarono in esso tematiche letterarie, accogliendo novelle, saggi e poesie grazie a 4 collaboratori del calibro di Giovanni Pascoli.
Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna, primo di otto fratelli. All’età di undici anni perse il padre in circostanze misteriose e successivamente la madre, morta per il dolore, e tre fratelli. Nonostante ciò, continuò gli studi in collegio, dove coltivò la sua formazione classica. Tre anni dopo l’iscrizione alla facoltà di lettere di Bologna, lasciò gli studi e perse i sussidi di cui godeva. In questo periodo partecipò attivamente alla vita politica di alcuni gruppi anarchici e ciò lo portò ad essere arrestato. Dopo tre mesi uscì dal carcere, riprese gli studi e si laureò nel 1882. Subito Pascoli iniziò la carriera di insegnante di latino e greco a Matera e Massa, dove volle con se le sorelle Ida e Maria con le quali tentò di ricostruire un nucleo familiare. Il suo fu, verso le sorelle, un legame morboso; addirittura, quando Ida si sposò, ebbe una forte crisi di gelosia e successivamente fece di tutto per non far sposare Maria. In questo periodo compose le prime poesie di impronta personale ed ebbe i suoi primi successi, come Myricae e la prima vittoria al concorso internazionale di poesia latina ad Amsterdam. Grazie a questa notorietà, divenne insegnante universitario e continuò a passare la maggior parte del suo tempo libero con la sorella. Questi furono gli anni in cui completa le sue principali raccolte di poesie, collabora con riviste e inizia l’attività di conferenziere. Negli ultimi anni della sua vita compose i “Poemi Italici”, i “Poemi del Risorgimento” e discorsi celebrativi come quello per la guerra in Libia del 1911. Morì di cancro nel 1912.
Pascoli, con l’autoritratto che fece di se, si mostrava come un eroe del dolore che grazie al suo carattere aveva conquistato un grande ruolo morale e sociale. In realtà la sua non era una personalità forte ma, al contrario, era una personalità fragile e nevrotica, come traspare dalle sue opere. Questa personalità fu segnata dalla perdita della famiglia e a questo si deve il ricorrente uso del “nido”, simbolo che indica il focolare familiare che ci protegge dall’esterno; fuori dal “nido” la realtà gli appare come un mistero, oscuro e minaccioso. Pascoli vede la natura piena di presenze inquietanti come animali o cose da cui riceve oscuri messaggi.
Un’ossessione del poeta sono i morti e il pensiero della sua stessa morte vista da un 5 lato con paura, in quanto fine di tutto, e dall’altra come un rifugio in cui potrà riunirsi ai suoi cari.
Tra il 1897 e il 1903 scrisse il saggio “Il fanciullino” in cui esponeva la sua idea secondo la quale è poeta chi sa ascoltare il fanciullo che è dentro di se; qui appaiono la sua tendenza ad ingigantire ogni difficoltà e a percepire ostile l’intero mondo. Secondo Pascoli i momenti di vera poesia sono brevi e questa deve essere scoperta in quanto esiste già in natura. Egli vuole utilizzare un lessico ben determinato, quindi decide di non utilizzare quello della lirica italiana perché generico e non adatto. Inoltre, tutto ciò che non è moralmente buono non piace al fanciullino e quindi non è poetico.
Pascoli era un socialista, promotore di un’uguaglianza data dalla pace e dall’amore fraterno; il suo ideale sociale è il contadino legato alla casa e alla famiglia, ma anche alla proprietà di cui il simbolo è la siepe che la circonda e vieta l’accesso agli estranei.
Un suo famoso scritto, pubblicato nel 1899 su La Riviera Ligure, fu “la Canzone dell’ulivo”.
I IV
A’ piedi del vecchio maniero Nei massi le barbe, e nel cielo che ingombrano l’edera e il rovo; le piccole foglie d’argento!
dove abita un bruno sparviero, Serbate a più gracile stelo non altro, di vivo; 6 più soffici zolle!
che strilla e si leva, ed a spire Tra i massi s’avvinchia, e non cede, poi torna, turbato nel covo, se i massi non cedono, al vento.
chi sa? dall’andare e venire Lì, soffre, ma cresce, né chiede d’un vecchio balivo: più ciò che non volle.
a’ piedi dell’odio che, alfine, L’ulivo che soffre ma bea, solo è con le proprie rovine, che ciò ch’è più duro, ciò crea
piantiamo l’ulivo! che scorre più molle.
II V
L’olivo che agli uomini appresti Per sé, c’è chi semina i biondi La bocca ch’è cibo e ch’è luce, solleciti grani cui copra gremita, che alcuna ne resti la neve del verno e cui mondi pel lordo sassello; lo zefiro estivo.
L’olivo che ombreggi d’un glauco Per sé, c’è chi pianta l’alloro Pallore la rupe già truce, che presto l’ombreggi e che sopra dov’erri la pecora e rauco lui regni, al sussurro canoro la chiami l’agnello; del labile rivo.
l’olivo che dia le vermene Non male. Noi mèsse pei figli, pel figlio dell’uomo che viene noi, ombra pei figli de’ figli, sul mite asinello. piantiamo l’ulivo!
III VI
Portate il piccone; rimanga Voi alberi, date l’aratro nell’ozio dell’aie. pur ombra a chi pianta ed innesta; Respinge il marrello e la vanga voi, frutto e le brevi fiammate lo sterile clivo. col rombo seguace!
Il clivo che ripido sale, Tu, placido e pallido olivo, biancheggia di sassi e di ghiaie; non dare a noi nulla; ma resta! lo assordano l’ebbe cicale Ma cresci sicuro e tardivo, col grido solivo. nel tempo che tace!
Qui radichi e cresca! Non vuole, per crescere, ch’aria, che sole, che tempo, l’ulivo!
Lo scritto fa parte della raccolta “Canti di Castelvecchio” e mette in evidenza le doti e le caratteristiche dell’ulivo: la resistenza al tempo e alle intemperie, l’utilità del suo frutto, il senso di pace e di serenità che dona agli uomini col colore caratteristico verde pallido dei suoi rami. L’ulivo è una pianta resistente, che pianta saldamente le sue radici nel terreno, e impiega molti anni per diventare la pianta che porta frutto, ma, come è stata lenta nel crescere, così dura a lungo nel tempo. L’ulivo lega tra loro più generazioni, dando ai padri la soddisfazione d’aver piantato un albero non per il proprio bene, ma per quello dei figli e dei pronipoti. Il frutto dell’ulivo è prezioso, perché l’olio non dà solo nutrimento, ma anche luce nella lampada; e come luce ci accompagna fin sul letto di morte. Indubbiamente l’ulivo è pianta che ispira sentimenti vicinissimi al poeta: la pace, la generosità verso gli altri (il dono prezioso del suo frutto); la bontà, che è il contrario della cattiveria.
Giovanni Pascoli: raccolte
La prima raccolta di Pascoli, Myricae, uscì nel 1891 con 22 liriche ampliate a 156 nella 4^ edizione del 1897 e fu dedicata al padre. Gli argomenti sono semplici e modesti, spesso su tema della famiglia e della vita campestre. La raccolta successiva 8 è costituita dai “Poemetti”, divisi in “Primi Poemetti” e “Nuovi Poemetti”; in questa raccolta si narra di una famiglia della Garfagnana che compie un ciclo di vita parallelo alle quattro stagioni. Ai ”Poemetti” seguirono i “Canti di Castelvecchio” dedicati alla madre; essi possono essere considerati la continuazione ideale di “Myricae”. Poi seguirono i “Poemi Conviviali”, chiamati così perché furono pubblicati sulla lussuosa rivista romana “Il Convito”, rivista Esteta e Decadente; qui Pascoli rievoca personaggi del mondo classico greco e romano come Achille e Ulisse, descrivendoli come esseri inquieti, delusi e smarriti, utilizzando una poesia colta e raffinata, lontana dal fanciullino. Infine composte “Odi e Inni” in cui si cantavano temi civili e umanitari, prendendo spunto dalla cronaca. Con le raccolte “Canzoni di Re Enzio”, “Poemi Italici” e gli incompiuti “Poemi del Risorgimento”, la poesia assume una funzione sociale per invitare l’uovo ad essere più buono.
Pascoli raccolse le proprie poesie in base alle forme e ai vastissimi temi come le memorie autobiografiche, l’esaltazione degli ideali patriottici e umanitari e la contemplazione della natura e della campagna. Una delle caratteristiche delle sue opere è la somiglianza all’Impressionismo. La sintassi è ridotta al minimo, spezzando continuamente il discorso e frantumando il periodo in frasi brevi e coordinate. Il linguaggio utilizzato è analogico, infatti vengono utilizzate metafore con le quali si accostano realtà differenti. Il lessico è misto, con termini aulici ma anche gergali e dialettali; inoltre si ricerca la musicalità nelle parole.
A ’ ’ ‘800/’900
Aumento della domanda d’olio d’oliva fra l’Italia giolittiana
Alla fine dell’Ottocento la società italiana era ancora in gran parte povera e arretrata. La maggioranza della popolazione viveva nelle campagne, ed era soggetta a malattie tipiche della miseria e della malnutrizione, come la malaria e la pellagra. La mortalità, soprattutto infantile, era ancora molto alta, anche se, adesso, in lieve 9 calo. Per effetto di questo lieve calo della mortalità e di un’alta natalità (circa quattro figli per donna, in media), la popolazione cresceva a ritmi piuttosto intensi: si passò dai 28 milioni di italiani del 1870 ai 34milioni del 1900. Però, più della metà degli occupati lavorava in agricoltura, e le poche industrie non riuscivano ad assorbire l’eccedenza di manodopera. Questa disoccupazione non fu dovuta soltanto alla crescita demografica ma, nel sud, dipendeva dal fatto che i proprietari lasciavano in gran parte incolti i latifondi e, nel nord, ad alimentare la disoccupazione fu, all’opposto, lo sviluppo di una moderna agricoltura capitalistica, basata sull’impiego di macchinari agricoli e sul lavoro salariato dei braccianti. L’unico sbocco, quindi, per i disoccupati fu l’emigrazione verso l’Europa del nord e verso le Americhe.
Nel quarantennio dopo l’unità (1861), la classe dirigente era stata soprattutto l’espressione dei proprietari terrieri e aveva fatto ben poco per coinvolgere politicamente le masse popolari. Per effetto del suffragio ristretto e del forte astensionismo, i votanti erano piccole minoranze. Questo favoriva il controllo di quei personaggi influenti che con le loro reti di favoritismi potevano facilmente influenzare i pochi elettori.
All’inizio del Novecento questa situazione cambiò, almeno in alcune parti del paese, per il concorso di tre principali fattori: il decollo industriale, la nuova politica di Giovanni Giolitti e l’ingresso sulla scena politica e sociale di movimenti collettivi socialisti e cattolici.
In pochi anni, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nacquero alcune grandi industrie nel settore siderurgico (produzione dell’acciaio), nella meccanica pesante (navi e treni), nel settore automobilistico come la Fiat a Torino, nella chimica e nella produzione di energia idroelettrica. Queste industrie divennero il pilastro portante dell’economia italiana, e continuarono ad esserlo per quasi tutto il ‘900.
Al decollo della grande industria in Italia contribuirono la costruzione di ferrovie, strade, porti, linee telegrafiche e la riforma del sistema bancario, con la nascita della Banca d’Italia.
Lo Stato continuò a praticare una politica commerciale protezionistica, con dazi doganali che ostacolavano le importazioni, ed esso divenne il maggiore cliente di molte aziende e, in qualche caso, l’unico.
Infine, quasi tutte le grandi industrie si concentrarono tra Milano, Torino e Genova, dove si formò allora il cosiddetto “triangolo industriale”. Solo in quell’area del nord-ovest procedettero di pari passo industrializzazione, crescita urbana e 10 miglioramento complessivo dei redditi e delle condizioni di vita. Nel resto del nord, l’agricoltura capitalistica, con l’impiego di braccianti salariati, era ancora dominante. Pochi mutamenti si ebbero invece nelle regioni centrali, caratterizzate dal sistema agricolo della mezzadria, e ancora meno nelle regioni del sud, in gran parte dominate dal latifondo. Alcune zone del Mezzogiorno, però, trassero qualche beneficio dalla crescita economica generale, perché si ampliò la domanda dei loro prodotti agricoli pregiati, quale soprattutto l’olio. Esso infatti è da sempre stato uno dei principali prodotti delle nostre terre.
Fu questo il periodo in cui si ampliò maggiormente il divario fra nord e sud. Sintomo della crescente di questa distanza fu la distribuzione degli analfabeti: il 35% degli italiani nel 1911, ma solo il 14% nelle regioni del nord-ovest, e ben il 60% di quelle del sud (continentale e insulare). All’inizio del Novecento il decollo industriale fu accompagnato da una decisa svolta politica, rispetto alla fase repressiva e autoritaria di fine Ottocento. Dopo l’avanzata elettorale delle opposizioni di sinistra alle elezioni del giugno 1900 e l’assassinio del re Umberto I da parte di un anarchico, salì al trono il nuovo re Vittorio Emanuele III. Questi affidò l’incarico di primo ministro al maggiore esponente del liberalismo progressista, Zanardelli (1901). In quel governo ebbe un ruolo preponderante, come ministro degli Interni, Giovanni Giolitti, che poi arrivò alla guida del governo nel 1903, e vi rimase, con brevi interruzioni, fino al 1914.
La sua fu una dittatura parlamentare caratterizzata da punti come le leggi speciali a favore del Mezzogiorno, la statalizzazione delle ferrovie, la costituzione del monopolio statale delle assicurazioni sulla vita e il suffragio universale maschile del 1912. Giolitti non represse più gli scioperi e le manifestazioni operaie perché erano del tutto normali in una moderna società, se condotti in maniera pacifica. Riteneva che, di fronte ad essi, il governo dovesse restare neutrale, e, se era il caso, intervenire come mediatore.
Giolitti cercò di non modificare gli equilibri parlamentari, ma cercò di attrarre verso se la sinistra, ottenendo così l’astensionismo da parte di molti suoi membri.
Molto importanti furono, in questo periodo, i movimenti di massa organizzati da 11 socialisti e cattolici. Nel 1904 i rivoluzionari si misero alla guida del partito socialista e, a causa di una strage di proletari in Sardegna, organizzarono il primo sciopero generale nazionale. Giolitti lasciò che la manifestazione si esaurisse da sola senza alcun intervento militare. Nel 1906 i riformisti fondarono la Confederazione generale del lavoro (CGdL). Dopo l’espulsione dei riformisti di destra, nel 1912 il partito passò in mano ai rivoluzionari, tra cui il maggior leader fu Benito Mussolini, uno dei principali personaggi cardine della Seconda Guerra Mondiale. Per ciò che concerne il movimento cattolico, invece, molto importante fu il “movimento democratico cristiano”.
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Introduzione tesina olio
La scelta dell’oggetto su cui si basa la tesina che vi propongo, deriva dal fatto che l’uso dell’olio di oliva, nella tradizione gastronomica dei Paesi mediterranei, rappresenta uno dei caratteri peculiari della cucina tipica italiana e ogni giorno se ne assume una quantità importante nel nostro organismo: molte persone però non ne conoscono le origini e il processo di estrazione che, da semplici frutti colti da piante (alcune di queste plurisecolari) portano alla realizzazione del condimento più in uso nella dieta mediterranea. La mia tesina di maturità inoltre permette il collegamento con le varie materie scolastiche.
Collegamenti
Olio d'oliva - Tesina
- Letteratura italiana - "La canzone dell'Ulivo" di Giovanni Pascoli.
- Storia - L'Italia di fine 800 inizi 900, Italia Giolittiana.
- Chimica delle Fermentazioni - Cellula vegetale.
- Tecnologie Chimiche - Estrazione dell'olio d'oliva.
- Analisi Chimiche - Analisi chimiche relative all'olio d'oliva.
- Inglese - Chemical and Biological aspects of Olive Oil.