Letteratura: arte: futurismo
Alberto Moravia
Storia: seconda guerra mondiale
Inglese: The Holocaust
Francese: Paris
Educazione fisica: baseball
Scienze: lo spazio e l’uomo sulla Luna
Musica: il jazz
Tecnologia: combustibili fossili
Il fascismo al potere
Durante la prima guerra mondiale gli stati belligeranti avevano esteso enormemente i loro poteri sull’economia e sulla stessa vita privata dei cittadini attuando una serie di energiche misure, come la censura, la requisizione, il razionamento, il divieto di scioperi e agitazioni e imponendo restrizioni di ogni genere, giustificate dalla necessità di provvedere alle esigenze belliche. Queste dure imposizioni suscitarono il malcontento delle masse popolari, che si aggravò alla fine del conflitto per gli effetti della grave crisi economica conseguente alla chiusura e al ridimensionamento delle industrie belliche. Il proletariato europeo fu stimolato dall’esempio della rivoluzione russa ad affrontare dure lotte ed agitazioni sociali, culminate nell’insurrezione “spartachista” di Berlino nel 1919 e nell’instaurazione del governo dei “soviet” di Bela Kun in Ungheria (marzo-agosto 1919). Nella reazione che seguì a queste rivolte, duramente represse da parte dei gruppi capitalistici appoggiati o affiancati dagli organi dello stato, sta l’origine dei movimenti e dei regimi fascisti.
L’Italia fu il paese dove sorse per primo il movimento fascista. Alla fine della guerra il malcontento serpeggiava tra gli operai e i contadini che avevano visto aggravarsi le loro condizioni economiche in seguito alla smobilitazione dell’esercito e alla disoccupazione che ne era seguita. Ma anche la borghesia grande e piccola era delusa per l’esito insoddisfacente della guerra. La vittoria – si diceva – era stata “mutilata” dall’atteggiamento degli alleati (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) ostili agli obiettivi di espansione italiana nell’Adriatico. Portavoce delle aspirazioni della piccola borghesia colpita anche dalle conseguenze della svalutazione della lira, si fece Benito Mussolini (1883-1945).
Nel marzo 1919 Mussolini fondò a Milano i Fasci Italiani di Combattimento (così chiamati per il fascio littorio che ne era il simbolo, da cui il nome di “fascismo” dato al movimento) che, in un primo momento furono un’associazione di ex combattenti senza grande seguito. Ma a partire dal 1921, con la formazione delle prime squadre d’azione e con le aggressioni da esse compiute ai danni di organizzazioni socialiste o operaie (Camere del Lavoro, sedi di associazioni, di giornali e di partiti), il fascismo divenne lo strumento delle classi capitalistiche contro le rivendicazioni operaie e contadine. Appunto con la violenza squadristica e grazie alla connivenza delle autorità il fascismo riuscì a conquistare il potere. Con la “marcia su Roma”, la spedizione fascista volta a intimidire gli avversari, Mussolini giunse al governo, in seguito alla nomina conferitagli dal re Vittorio Emanuele III (28 ottobre 1922). Da questo momento fino al 25 luglio 1943, Mussolini restò ininterrottamente al potere organizzando man mano la sua dittatura, che cominciò a prender corpo soprattutto nel 1925, dopo l’assassinio, ad opera dei fascisti, del deputato Giacomo Matteotti (giugno 1924).
Venne dapprima istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, composto di ufficiali della milizia fascista con il compito di perseguire i reati politici e di colpire l’antifascismo.
Con l’ordinamento corporativo, che affidava allo stato l’organizzazione del lavoro, furono soppresse le organizzazioni autonome dei lavoratori e vennero riconosciuti solo due sindacati, quello dei padroni e quello dei lavoratori, affidati entrambi a dirigenti di sicura fede fascista. Con la soppressione della Camera dei deputati, sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni (1939), si completava la fascistizzazione del paese: ogni settore della vita pubblica era sottoposto al controllo del partito fascista e del “duce” Mussolini. Anche la chiesa cattolica si accordò con il regime fascista: l’11 febbraio 1929 il papa Pio XI e Mussolini conclusero i Patti Lateranensi, in virtù dei quali alla religione cattolica erano riservati larghi privilegi in cambio dell’appoggio del Vaticano alla politica fascista.
Le mire espansionistiche del regime fascista si realizzarono poi nella conquista dell’Etiopia (maggio 1936) che, se non presentò particolari vantaggi economici per l’Italia, fu per Mussolini occasione per la fondazione di un effimero impero, che avrebbe dovuto ricalcare le orme dell’antico Impero Romano, ma che in realtà durò appena cinque anni. Il fascismo, vittorioso in Italia, fu preso a modello dai vari partiti conservatori e nazionalistici che, negli anni ’30, sorsero in ogni nazione europea. Ma il fascismo europeo divenne veramente pericoloso ed aggressivo solo con l’avvento al potere in Germania di Adolf Hitler.
Nato in Austria nel 1889, trasferitosi poi in Germania, Hitler organizzò, dopo la prima guerra mondiale, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) con un programma di revisione del trattato di Versailles che le potenze vincitrici avevano imposto alla Germania. Nel gennaio 1933 Hitler venne nominato cancelliere (ossia capo del governo) dal presidente della repubblica Hindenburg, in seguito ai ripetuti successi elettorali ottenuti dal partito nazionalsocialista. Nel giro di due anni (1933-1934) Hitler, sostenuto dai grandi gruppi capitalistici e militari, accentrò nelle sue mani tutto il potere. Servendosi delle SS (“squadre di protezione” al servizio del partito nazista), con la creazione dei Tribunali del Popolo e dei campi di concentramento (Lager) per gli avversari del nazismo, con l’istituzione del Fronte Tedesco del Lavoro che irregimentava tutti i lavoratori in un organismo legato al governo, egli terrorizzò il paese e stroncò ogni forma di opposizione. Concluso un Concordato col Vaticano, suggellò infine il suo predominio assoluto proclamandosi presidente dello Stato.
A questo punto Hitler poté sviluppare la sua brutale politica fondata sul razzismo e sull’aggressione agli altri popoli. In nome di una pretesa superiorità della razza germanica, venne organizzata la persecuzione degli ebrei che furono dapprima spogliati dei propri diritti, quindi isolati in “ghetti”, infine deportati e uccisi in massa in appositi campi di sterminio. La politica antiebraica si estese dalla Germania a tutti i paesi europei occupati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale: si calcola che, in questo periodo siano stati trucidati circa 6 milioni di ebrei.
La carica aggressiva della politica hitleriana si precisò con il Patto Anticomintern (novembre 1936) stipulato prima con il Giappone poi con l’Italia e la Spagna e diretto contro l’Unione Sovietica e l’Internazionale Comunista. Nell’agosto 1936 c’era stato l’intervento di forze militari tedesche, assieme a contingenti fascisti italiani, nella guerra civile spagnola (1936-39), per sostenere il generale Francisco Franco contro il governo repubblicano che era appoggiato invece dalle forze democratiche internazionali. In questa occasione si stabilirono stretti legami tra nazismo tedesco e fascismo italiano che terminarono nell’alleanza del maggio 1939, il cosiddetto “Patto d’Acciaio”.
La progressiva espansione nazista in Europa si attuò con l’occupazione tedesca dell’Austria e della Cecoslovacchia e, nel settembre 1939, con l’invasione della Polonia. L’attacco alla Polonia, la cui sicurezza era garantita da patti di alleanza con la Francia e con l’Inghilterra provocò infine lo scoppio della seconda guerra mondiale.
La guerra
Con l’attacco sferrato da Hitler alla Polonia il 1° settembre 1939 e con la conseguente dichiarazione di guerra dell’Inghilterra e della Francia alla Germania, iniziava la seconda guerra mondiale. L’aggressività manifestata dagli stati fascisti – Germania, Italia, Giappone – aveva da tempo cominciato a minacciare la stabilità dell’assetto politico mondiale. In Estremo Oriente la conquista giapponese della Manciuria (1931-1932) aveva chiaramente mostrato la volontà di predominio in Asia del Giappone. In Europa Hitler, subito dopo la presa del potere in Germania nel 1933, aveva indicato nella ricerca di uno “spazio vitale” lo scopo della politica estera tedesca, non nascondendo le sue mire espansionistiche sull’Europa orientale. La guerra italiana contro l’Etiopia infine (1935-1936), aveva rilevato lo spirito imperialistico della politica di Mussolini.
Con l’intervento diretto nella guerra civile di Spagna (1936-1939) a fianco delle truppe ribelli di Franco, si era stretto il legame tra le dittature di Hitler e Mussolini che si unirono poi al Giappone nella firma del patto Anti-Comintern, diretto contro l’Unione Sovietica e i partiti comunisti di tutto il mondo.
Dall’annessione dell’Austria alla Germania, avvenuta nel marzo 1938, iniziò la marcia di Hitler verso la realizzazione del suo piano imperialistico.
I successivi passi dell’espansione tedesca furono l’occupazione della Cecoslovacchia, favorita dalle potenze occidentali – Francia, Gran Bretagna, Italia – che a Monaco, nel settembre 1938, avevano accondisceso alle pretese hitleriane, e il definitivo attacco alla Polonia.
L’Unione Sovietica, frattanto, visti fallire i tentativi di accordo con la Francia e Inghilterra e nel timore di dover affrontare da sola una guerra su due fronti – ad ovest con la Germania, ad est con il Giappone – firmò il patto di non aggressione con la Germania (agosto 1939).
I primi anni di guerra videro lo straripamento delle truppe tedesche in Europa. Dopo avere annientato in breve tempo la Polonia, le armate germaniche si volsero ad occidente e, penetrate in Olanda e in Belgio fino a spingersi sulle rive della Manica, invasero la Francia e la costrinsero alla resa (giugno 1940).
Approfittando del momento favorevole, Mussolini dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna pur essendo l’esercito italiano impreparato.
Mentre la guerra si spostava sui nuovi fronti, il Mediterraneo, l’Africa, i Balcani, Hitler preparava l’offensiva contro l’Unione Sovietica.
Con l’attuazione della campagna nazista contro la Russia, chiamata “Operazione Barbarossa” (giugno 1941) e con l’attacco aereo giapponese alla flotta statunitense ancorata a Pearl Harbor nel Pacifico (dicembre 1941), la guerra assunse veramente dimensioni mondiali: tutti i continenti erano ormai coinvolti nel conflitto. La supremazia militare della Germania cominciò però a declinare nel 1942, quando le forze tedesche furono arrestate ad El Alamein, sul fronte africano, e a Stalingrado, su quello russo.
Da questo momento iniziò il contrattacco degli alleati: sbarcati nell’Africa Settentrionale, passarono nel 1943 in Italia (che si arrese l’8 settembre dello stesso anno) e nel 1944 in Francia, mentre i sovietici avanzarono ad est contro la Germania.
Nel maggio 1945 le forze alleate erano ormai padrone dell’Europa, dove avevano imposto la resa agli eserciti nazisti e fascisti. Per stroncare la forza del Giappone che resisteva ormai da solo, gli Stati Uniti d’America decisero il lancio delle prime bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki, provocando spaventose distruzioni (agosto 1945).
La guerra terminava con un bilancio assai più grave di quello della prima guerra mondiale: decine di milioni di vittime, più civili che militari, città e regioni completamente distrutte, intere popolazioni eliminate.
L’uso delle armi micidiali (dai carri armati agli aerei, ai sommergibili, alla bomba atomica) e gli spietati sistemi di tortura e di eliminazione praticati dai nazisti (campi di concentramento, deportazioni, rappresaglie) colpirono brutalmente popolazioni civili e gruppi etnici, come gli ebrei che furono sterminati in massa. Una guerra del genere che aveva investito direttamente i popoli assieme agli eserciti, non poteva non lasciare sul suo tragico cammino grossi problemi da risolvere.
Per sancire definitivamente la condanna del nazismo che aveva scatenato la guerra, si radunò a Norimberga (1945-46) un tribunale internazionale che pronunciò severe sentenze contro i superstiti capi nazisti, considerati criminali di guerra; altrettanto si fece più tardi a Tokio contro i responsabili della politica imperialistica giapponese.
Lo stesso accordo che si era avuto tra le potenze vincitrici a proposito della condanna del nazismo, non si realizzò invece per la sistemazione della Germania e dei territori dell’Europa centro-orientale. Già durante la guerra nelle conferenze di Teheran (1943) e di Yalta (1945) i “tre grandi” (l’americano Roosevelt, l’inglese Churchill e il sovietico Stalin) avevano suddiviso la Germania e l’Europa in zone di influenza. La mancata risoluzione, dopo la guerra, del problema della Germania, l’instaurazione dei regimi socialisti nella zona di influenza russa a cui si opposero gli stati capitalisti, furono l’origine della “guerra fredda”, cioè del lungo contrasto tra potenze occidentali e Unione Sovietica.
I problemi sollevati dalla seconda guerra mondiale non riguardavano però solo l’Europa: la stessa esigenza di libertà che aveva spinto in Europa i popoli a combattere contro il nazismo e il fascismo mosse le popolazioni oppresse di tutto il mondo a lottare per conquistare la propria libertà e indipendenza contro il colonialismo e l’imperialismo.
Nuovi popoli emergevano dalla loro antica schiavitù e rivendicavano la libertà intesa soprattutto come liberazione dallo sfruttamento.
La Resistenza
Nel corso della guerra il nazismo pose in atto i suoi piani di espansione e di dominio su tutta l’Europa. Mentre le armate hitleriane avanzavano, nuovi territori venivano occupati, le risorse economiche depredate, intere popolazioni racchiuse in campi di concentramento. Il programma era quello di fare dell’Europa un’immensa zona soggetta al Reich tedesco, trasformata in base alle sue esigenze economiche e ai suoi miti di superiorità razziale, cioè germanizzata.
Di fronte a questa tremenda prospettiva, dovunque nei territori occupati sorse un movimento di lotta contro l’occupante e contro i governi che lo sostenevano. Questo movimento si chiamò Resistenza.
Nell’Europa nord-occidentale (Belgio, Olanda, Norvegia, Danimarca) la Resistenza si manifestò principalmente nell’aiuto offerto alle potenze in guerra contro la Germania con trasmissioni di informazioni e atti di sabotaggio. In altri paesi come la Jugoslavia, portò alla formazione di veri e propri eserciti popolari che combatterono frontalmente i nazisti: la Jugoslavia fu l’unico paese dove nella Resistenza si svilupparono contemporaneamente con successo la rivolta nazionale contro l’imperialismo tedesco e la rivoluzione sociale che diede luogo ad un regime socialista.
La Resistenza ebbe un forte sviluppo anche negli altri paesi dell’Europa Orientale: dalla Cecoslovacchia, alla Polonia, all’Unione Sovietica.
Lo stesso avvenne in Francia. Episodi di Resistenza, sia pure estremamente ristretti e inesorabilmente repressi, non mancarono neppure in Germania.
In Italia verso la fine del 1943 cominciavano a formarsi gruppi di ribelli, che salivano in montagna per non essere costretti a combattere affianco dei tedeschi. Questi occupavano allora solo una parte del paese (centro nord) sostenuti da un governo fascista completamente sottomesso, mentre l’altra (centro sud) era stata liberata dalle truppe anglo-americane.
Le bande erano di diverso orientamento politico e solo più tardi furono unificate in un unico esercito. I combattenti della Resistenza, che in Francia si chiamavano maquis (ossia guerrigliero che opera alla macchia), in Italia presero il nome di partigiani. Le armi dei Partigiani erano inizialmente quelle abbandonate dall’esercito italiano (scioltosi l’8 settembre del 1943 dopo la conclusione dell’armistizio con gli anglo-americani) o quelle portate via ai nemici.
Più tardi, ma in misura non rilevante, le forze del movimento di liberazione ricevettero aiuti dagli Alleati.
Anche per i viveri e gli equipaggiamenti i partigiani dovettero basarsi quasi esclusivamente sugli apporti dei contadini e della popolazione. Ma spesso, come descrivono i loro diari, il vitto era molto povero e consisteva in castagne secche, patate, qualche volta pane.
Nonostante questo, molte zone di campagna e le principali città furono liberate dai partigiani prima dell’arrivo delle armate anglo-americane.
In Italia, come negli altri paesi, la Resistenza non fu però soltanto un fatto militare, ma anche un fatto politico. Fu infatti organizzata e diretta da comitati che riunivano forze politiche diverse, le quali aspiravano a riorganizzare i loro paesi dopo averli liberati dal nazismo, rovesciando i vecchi regimi. In Italia questi comitati si chiamarono C.L.N. (comitati di liberazione nazionale).
Benché clandestini, come veri organi di governo popolare, essi emanavano leggi e decreti e davano ordini ai comandi militari. Dei C.L.N. fecero parte principalmente questi partiti: Partito d’Azione, Partito Comunista, Democrazia Cristiana, Partito Liberale e Partito Socialista.
La forza più organizzata e numerosa fu quella dei comunisti, che ebbero il più alto numero di combattenti.
Un apporto decisivo alla lotta contro i fascisti e i tedeschi fu dato in Italia dagli operai, che diedero vita a imponenti scioperi, ostacolando la produzione bellica e rendendo difficile il controllo tedesco delle città e delle fabbriche. Naturalmente i nazisti reagirono alla Resistenza, in ogni parte d’Europa, con tremende rappresaglie, massacri di popolazioni civili, incendi e distruzioni di paesi interi. Poiché il nazismo aveva rappresentato una spezzatura.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.