Indice esame
- Storia: Le dittature del 1900
- Geografia: L’Asia
- Italiano: Primo Levi-Neorealismo e poesia
- Francese: L’Union Européenne
- Inglese: United Kingdom and London
- Scienze: La tettonica a placche
- Tecnica: L’energia nucleare
- Musica: Te Deum e vita Charpentier
- Ed. Artistica: Il 1900 artistico
- Ed. fisica: Le Olimpiadi
Le dittature del 1900
La Germania e il nazismo
Verso la fine della prima guerra mondiale, la Germania attraversò una forte crisi e il più forte partito tedesco chiedeva la pace e la fine dell’assolutismo monarchico.
Nell’ottobre del 1918 esplose la rivolta: l’imperatore fuggì in Olanda e venne proclamata la repubblica. La repubblica tedesca trasferì la sua capitale a Weimar e nacque così la Repubblica di Weimar, che si diede una nuova Costituzione democratica. La Germania venne considerata nei trattati di pace come unica responsabile della guerra e fu sottoposta a condizioni punitive e costretta a pagare ai vincitori un enorme risarcimento che la portò a una gravissima crisi economica.
Nel 1924 la Germania ottenne dagli Stati Uniti consistenti prestiti, l’economia tedesca si riprese piuttosto velocemente, iniziò a pagare i danni di guerra e ciò permise l’entrata nella Società delle Nazioni. Ma nel 1929 la grande crisi colpì a morte la Repubblica di Weimar e favorì l’avanzata dei nazisti di Hitler, i quali alle elezioni del 1930 conquistarono il popolo.
Il programma dei nazisti fu ispirato fin dall’inizio da una ideologia razzista. Il punto centrale di questa ideologia era l’idea che la razza ariana fosse superiore a tutte le altre. Il compito della razza ariana e dei tedeschi in particolare era quello di sottomettere le razze inferiori; in particolare, gli slavi andavano ridotti in schiavitù, mentre gli ebrei dovevano essere eliminati. Infatti erano proprio gli ebrei che avevano indebolito la resistenza del popolo tedesco durante la guerra.
La crisi della Repubblica di Weimar nel 1932 precipitò, il paese era sull’orlo della guerra civile, gli industriali, gli agrari e l’esercito decisero di appoggiare i nazisti in quanto pensavano che solo Hitler fosse in grado di salvare il paese, imponendo un governo forte e conservatore.
Nel 1933 Hitler conquistò il potere e pose termine alla Repubblica di Weimar. Egli soppresse tutte le libertà civili e personali, mise fuori legge i partiti e i sindacati e fondò uno stato totalitario: il Terzo Reich, cioè uno stato guidato da un solo uomo che educasse le masse alla disciplina e alla lotta.
Non appena ottenne ogni potere, Hitler sottopose tutti i settori dello Stato al controllo dei nazisti e avviò la persecuzione degli ebrei, che si fece particolarmente aspra a partire dal 1935, quando vennero approvate le leggi razziali.
Il principale obiettivo di Hitler era la rivincita tedesca dopo la sconfitta subita nella prima guerra mondiale. Per prepararsi a una nuova guerra, egli cercò, nella produzione agricola, di arrivare all’autosufficienza alimentare e quindi di essere autosufficiente senza dover dipendere dalle importazioni. Secondo Hitler la guerra era la soluzione definitiva dei problemi tedeschi, compresi quelli economici.
Nel 1928 i più importanti Stati del mondo, compresi la Germania e l’URSS, avevano firmato un patto con cui si impegnavano a risolvere le controversie internazionali senza ricorrere alla guerra. L’avvento del nazismo pose termine a quest’epoca di pace e volle far uscire la Germania dalla Società delle Nazioni. In quell’anno l’Italia iniziò la conquista dell’Etiopia e si avvicinò alla Germania. Parallelamente Hitler raggiunse un’intesa con il Giappone. Infine, nel 1937 si costituì l’Asse Roma-Berlino-Tokio.
Sfruttando la debolezza di Francia e Inghilterra, Hitler iniziò a realizzare il suo programma espansionistico. Infatti, nel marzo del 1938 le truppe naziste occuparono l’Austria, presero il controllo dei Sudeti, una regione della Cecoslovacchia, e successivamente, nel 1939, occuparono la Boemia e la Moravia.
Finalmente Francia e Gran Bretagna si resero conto che la loro arrendevolezza favoriva le pretese smisurate di Hitler e incominciarono allora a stringere alleanze con le nazioni minacciate dalla Germania. Esse ben presto strinsero un’alleanza con la Polonia, che appariva la prossima vittima dell’espansionismo nazista.
Nel frattempo anche l’Italia fascista occupò l’Albania e in questo periodo si rafforzò l’alleanza firmando il Patto d’Acciaio. Ma l’accordo più inaspettato fu quello firmato il 23 agosto del 1939 tra il ministro degli esteri sovietico e quello tedesco. Ora, con questo appoggio, Hitler era pronto a invadere la Polonia, convinto che la Francia e l’Inghilterra non avrebbero avuto il coraggio di affrontare una guerra.
Le origini del fascismo
Il fascismo fu un movimento politico italiano, fondato da Benito Mussolini nel 1919. La parola “fascismo” deriva dal fascio littorio, che era il simbolo del potere nell’antica Roma.
Il fascismo nacque in Italia in una situazione politica ed economica particolare. L’Italia era uscita vittoriosa dalla prima guerra mondiale e aveva ampliato il suo territorio. Nonostante ciò, le conseguenze del conflitto furono molto gravi.
Non meno grave era la situazione economica in cui si trovava il paese, distrutto dalla guerra e sommerso dai debiti. Le promesse di un lavoro sicuro, fatte ai reduci di guerra, non poterono essere mantenute; gli agricoltori trovarono i campi incolti e molti operai rimasero senza lavoro perché la maggior parte delle fabbriche erano chiuse per mancanza di materie prime.
In varie città italiane scoppiarono scioperi e manifestazioni di protesta. I grossi industriali e i proprietari terrieri temevano una rivoluzione socialista e chiedevano un deciso intervento del governo per reprimere i moti di protesta.
In questo clima di incertezza e malcontento generale, si fece avanti Benito Mussolini, che formò a Milano un’associazione chiamata Fasci di combattimento. In poco tempo vi aderirono numerose persone. I Fasci di combattimento erano chiamati anche Camicie Nere, dal colore della divisa.
Grazie all’appoggio economico degli industriali e dei proprietari terrieri, il movimento fascista diventò sempre più violento.
I sostenitori del fascismo aumentavano ogni giorno e, nel 1921, Mussolini decise di trasformare il movimento in un partito politico: nasceva così il Partito nazionale fascista.
Il fascismo al potere
Nell’ottobre del 1922, Mussolini ordinò alle Camicie Nere di marciare verso Roma per occupare la capitale. Il re Vittorio Emanuele III di Savoia diede a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo. La Marcia su Roma era stata un successo.
Una volta al governo, Mussolini tolse di mezzo i suoi oppositori e instaurò la dittatura fascista. Alle elezioni del 1924, illegali perché si svolsero in un clima di minacce, il fascismo ottenne la maggioranza dei voti.
Il deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato in Parlamento le violenze e gli abusi dei fascisti, fu rapito e ucciso. L’uccisione di Matteotti suscitò un forte sdegno in Italia e all’estero, ma gli avversari del fascismo non riuscirono a far dimettere Mussolini.
La dittatura fascista
Mussolini ben presto si fece chiamare Duce, dal latino dux, cioè “capo, guida”, e rafforzò il suo potere. Dichiarò che ogni altro partito e associazione erano illegali ed eliminò ogni forma di libertà, di stampa, di espressione e di associazione. Gli oppositori del fascismo furono imprigionati o mandati al confino in luoghi sperduti. Ogni voce di dissenso fu fatta tacere.
Nelle scuole divenne obbligatorio l’insegnamento delle nozioni della cultura fascista e tutti i giovani furono organizzati in associazioni di stampo militare.
Mussolini promosse poi una forte propaganda attraverso la radio e i giornali. Nel 1929 Mussolini e papa Pio XI firmarono i Patti Lateranensi, così il governo riconobbe il cattolicesimo come religione di Stato.
Per cercare di rimettere in sesto l’economia italiana, Mussolini mise dei limiti alle merci che si potevano importare dall’estero, favorendo la produzione interna. Promosse l’agricoltura e avviò la bonifica di zone paludose, come l’Agro Pontino.
Nel 1936, spinto dal desiderio di fare dell’Italia una potenza coloniale, Mussolini decise di conquistare l’Etiopia. Nello stesso anno strinse un patto di alleanza con Adolf Hitler: l’Asse Roma-Berlino. Per avvicinarsi alla politica dei nazisti tedeschi, nel 1938 vennero emanate in Italia le leggi razziali contro gli ebrei.
La seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo
Nel 1939 Mussolini decise di stringere ancora di più la sua alleanza con Hitler, perché era convinto che, al suo fianco, l’Italia avrebbe potuto diventare una grande potenza. Firmò quindi con la Germania nazista il Patto d’Acciaio, che prevedeva aiuto reciproco in caso di guerra.
Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini fu colto di sorpresa e decise di non entrare in guerra. Poi però, accorgendosi dei rapidi successi riportati da Hitler, temette di rimanere escluso dai benefici della vittoria e, il 10 giugno 1940, dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia, a fianco della Germania.
La guerra, contrariamente alle speranze del Duce, non finì in pochi mesi. Anzi, si protrasse per tre lunghi anni, durante i quali l’esercito italiano subì dure sconfitte in Grecia e in Africa, oltre che gravi perdite in Russia.
Dopo lo sbarco delle truppe anglo-americane sulle coste della Sicilia, il 9 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo decise di deporre il duce. Il 25 luglio, il re ordinò il suo arresto e diede l’incarico di formare il governo al maresciallo Pietro Badoglio.
Mussolini fu però liberato dai tedeschi e posto alla guida della Repubblica Sociale Italiana, o Repubblica di Salò. Salò era la sede del governo. La Repubblica di Salò era stata costituita dai nazisti per controllare l’Italia settentrionale e contrastare meglio l’avanzata dal Sud Italia degli Alleati.
Il 27 aprile del 1945, Mussolini cercò di scappare in Svizzera, ma fu riconosciuto dai partigiani a Dongo, sul Lago di Como. Catturato, venne giustiziato il 28 aprile 1945.
Finiva così, dopo oltre vent’anni di potere, la dittatura fascista.
La dittatura di Stalin
Mentre in Italia c’era il fascismo, in Unione Sovietica c’erano le ultime possibilità di realizzare la dittatura voluta da Lenin, che aveva già avviato l’autoritarismo. Stalin voleva una dittatura comunista e, per crearla, aveva bisogno dell’aiuto di altri paesi, ma questo non fu possibile a causa dell’autoritarismo di Lenin. Quindi Stalin si pose l’obiettivo dell’industrializzazione dell’URSS a tappe forzate, scatenando così un regime di terrore.
Per iniziare a lavorare su questo suo obiettivo, abolì la NEP nel 1928 e fece in modo che l’agricoltura nascesse nella futura classe operaia; inoltre abolì anche ogni altra iniziativa privata. Tutti i contadini furono rinchiusi nei Kolkhoz, aziende collettive. Gli agricoltori benestanti, i Kulaki, non volendo condividere tutto nei Kolkhoz, scatenarono molte rivolte.
Stalin, per coloro che non rispettavano le sue idee, formò i Gulag, campi di lavoro della Siberia. Il livello di vita rimase tuttavia molto basso; infatti, ci furono anche carestie e molte morti.
Ottenne invece buoni risultati nel campo dell’industrializzazione; infatti, sviluppò l’industria pesante, mentre fu sacrificata quella leggera, e ci fu anche un aumento dei mezzi di trasporto.
Questi progressi furono pagati a spesa del popolo, i quali, non producendo sufficienti beni di consumo, dovevano fare gli straordinari, seguendo l’esempio di Stachanov.
I numerosi sacrifici del popolo sollevarono le proteste di alcuni membri del Partito, ma ormai la sua dittatura era inattaccabile e venne considerato il massimo interprete del pensiero di Marx.
Stalin controllava la polizia segreta e, nel 1934, morì Kirov, probabilmente ad opera di Stalin. L’assassinio gli servì per scatenare le purghe, dal 1936 al 1939, contro gran parte della popolazione.
Esse, se erano di personaggi minori, venivano fatte dal KGB; se invece erano di personaggi illustri, venivano rese pubbliche, gonfiate anche dalla propaganda. Questo periodo, ovvero durante il quale si consolidò il mito di Stalin, con il passare del tempo, si trasformò in terrore.
L’obiettivo di Stalin era quello di distruggere la dignità umana, quindi trasformare lo stato in totalitarismo, cioè il popolo doveva “identificarsi” con il capo. Il suo scopo era quindi quello di fare in modo che la vita dell’uomo girasse intorno alla sua identificazione con il capo. Per il popolo Stalin era un “dio” e forse è per questo che lo adorarono sia prima che dopo la morte.
Saddam Hussein
Saddam Hussein, uomo politico iracheno, presidente dell’Iraq (1979-2003). Fu un membro del partito Baath dal 1957; nel 1959 prese parte al complotto contro Abd al-Karim Kassem, il principale protagonista del colpo di stato che l’anno precedente aveva instaurato la repubblica nel paese.
Costretto a fuggire, Hussein si rifugiò prima in Siria e poi in Egitto, rientrando in Iraq nel 1963, quando Kassem fu definitivamente rovesciato. Nel 1964, dopo la cacciata dei baathisti dal governo, fu imprigionato; evaso nel 1966, riorganizzò il partito nella clandestinità, preparandolo al successivo colpo di stato che il 17 luglio 1968 portò al potere il cugino, il generale Ahmed Hassan al-Bakr.
Hussein diventò così il numero due del regime e stabilì un ferreo controllo sul partito e sull’esercito.
Nel 1979 spodestò al-Bakr e assunse la guida del paese, concentrando nelle sue mani le cariche di capo dello stato e capo supremo delle forze armate.
Con Hussein, l’Iraq raffreddò i rapporti con l’Unione Sovietica, riavvicinandosi alle monarchie del Golfo e ai paesi occidentali. Questi ultimi, temendo la diffusione dell’influenza dell’iraniano Khomeini tra gli sciiti iracheni, fornirono un grosso sostegno al regime di Baghdad.
Autoritario e spietato, Hussein diede due parole d’ordine: arabo e sannita, escludendo dal potere tutte le altre componenti etniche e religiose del paese. Dopo aver colpito duramente l’opposizione laica, Hussein represse gli sciiti nel sud e i curdi nel nord del paese.
Nel settembre del 1980, si lanciò in una cruenta e costosa guerra contro l’Iran, che si concluse con una tregua solo nell’agosto 1988.
Verso la fine degli anni Ottanta, a causa dell’intensificarsi della repressione delle opposizioni interne e dei curdi in particolare, contro i quali nel 1987 l’esercito iracheno utilizzò le armi chimiche, provocando migliaia di vittime tra la popolazione civile, Hussein perse il sostegno dei paesi occidentali.
Forte comunque di un esercito ben addestrato ed equipaggiato, grazie anche all’aiuto ricevuto dall’Occidente, il dittatore tentò di imporsi come potenza regionale.
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Sommario
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