Dedicato a Giulietta
“What’s in a name?”
Premessa
Dal momento che andremo a parlare di nomi e del loro significato, partirei dalla considerazione che in una tesina, per definizione, debba essere esposta e sostenuta una tesi.
Ho pertanto abbandonato la sicura scientificità di un neutro percorso di approfondimento per addentrarmi nelle difficoltà dello schierarsi a favore di una tesi opportunamente argomentata.
Ritengo infatti che il conseguimento della maturità coincida con il passaggio dall’assimilazione passiva di nozioni all’elaborazione critica e feconda di esse.
Nome proprio e referente, un rapporto controverso
Il nome, sia: brutto fino alla crudeltà. Moscarda. La mosca, e il dispetto del suo aspro fastidio ronzante. Non aveva mica un nome per sé il mio spirito, né uno stato civile: aveva tutto un suo mondo dentro; e io non bollavo ogni volta di quel mio nome, a cui non pensavo affatto, tutte le cose che mi vedevo dentro e intorno.
Ebbene, ma per gli altri io non ero quel mondo che portavo dentro di me senza nome, tutto intero, indiviso e pur vario. Ero invece, fuori, nel loro mondo, uno - staccato - che si chiamava Moscarda, un piccolo e determinato aspetto di realtà non mia, incluso fuori di me nella realtà degli altri e chiamato Moscarda.
L. Pirandello, Uno nessuno e centomila
La presenza del nome
Il nome è la particella con cui ciascuno di noi si presenta alla società e si mette in relazione con essa, con cui è identificato nella sua singolarità e alla quale risponde.
Sancisce la nostra nascita come individui, nel momento della separazione dal grembo materno (prima aleggia solo un “si chiamerà…”), segna l’ingresso in una comunità civile, con l’atto di nascita, e in una comunità religiosa, con il battesimo.
Viene apposto per affermare la paternità di un’opera, per autenticare un documento, e ciò che fisicamente resterà di noi sarà un nome su una foto sbiadita.
In qualche senso, per un processo di sovrapposizione tanto interiorizzato quanto opinabile, noi siamo il nostro nome.
Le teorie del riferimento: Mill
La maniera con cui il nome proprio, e il nome in generale, si lega al referente è stata dibattuta negli ultimi due secoli dai principali filosofi del linguaggio.
Il primo, sostanziale contributo si deve a Mill, responsabile della distinzione tra denotazione e connotazione.
La denotazione altro non è che il referente del nome, l’ente fisico cui il nome rinvia.
La connotazione invece è l’insieme di attributi che l’ente deve presentare per essere referente di quel nome: perché la parola “uomo” ci denoti, dobbiamo rispondere a particolari requisiti (ad esempio avere due braccia, due gambe, ecc.).
Secondo questa teoria, mentre il nome concreto comune ha anche un “senso”, cioè connota delle caratteristiche del referente, il nome proprio ha solo un “significato”: esso denota gli oggetti direttamente, senza che la loro denotazione dipenda da qualche attributo o proprietà.
Frege e Russell, il nome proprio
In seguito i cosiddetti “descrittivisti” si opposero alla tesi di Mill, evidenziandone alcuni aspetti problematici.
Si pensi ad esempio a Espero e Fosforo, nomi che designano rispettivamente la stella della sera e la stella del mattino, ovvero, in entrambi i casi, Venere.
Considerarli solo come due sequenze fonetiche diverse con il medesimo referente significherebbe sminuire la loro portata comunicativa, il fatto che, tramite il loro differente contenuto concettuale, esprimono il risultato di genuine scoperte astronomiche.
Frege e Russell pertanto sostengono che un nome proprio è in realtà l’abbreviazione di una descrizione definita e il senso del nome è quello della descrizione che esso abbrevia.
Ad esempio, il senso di “Aristotele” potrebbe essere: “Lo scolaro di Platone, maestro di Alessandro Magno”, descrizioni che mentalmente associamo al nostro uso della parola “Aristotele”.
Ne consegue che un nome senza senso (come potrebbe essere “dfjeveksd”) non ha neanche un referente.
Searle e Kripke: il nome proprio designatore rigido
Inizia a distaccarsi da queste argomentazioni Searle, il quale asserisce che, se il nome proprio fosse sinonimo di una descrizione definita, sarebbe tautologico dire che Aristotele è stato discepolo di Platone; inoltre sarebbe da escludere a priori l’eventualità che Aristotele avrebbe potuto non ricevere insegnamenti da Platone, fatto in realtà prettamente contingente.
Kripke conclude che, a differenza delle descrizioni, i nomi propri sono designatori rigidi: mentre le descrizioni denotano un referente diverso a seconda delle circostanze di valutazione, il nome proprio designa sempre la medesima entità.
Se dico: “Nel 2008 il sindaco di Milano (descrizione) ha trascorso le vacanze in Francia” posso intendere o che l’attuale sindaco di Milano, Pisapia, ha trascorso le vacanze in Francia nel 2008, o che le ha trascorse il sindaco di Milano di allora, Moratti.
Dicendo “Nel 2008 Pisapia (nome) ha trascorso le vacanze in Francia”, svanisce ogni ambiguità.
Per Kripke quindi le descrizioni, sebbene aiutino a identificare il referente di un nome in un contesto conoscitivo, non sono necessarie né determinanti all’interno del rapporto che lega nome e referente.
Non danno un senso a tale rapporto, che per lui è stabilito sulla base di una certa catena storico-causale, che parte da un battesimo iniziale e si sviluppa in una serie progressiva di anelli, ogniqualvolta il nome passa di bocca in bocca entro una determinata comunità linguistica.
Il senso del nome
Dall’articolata evoluzione delle teorie del riferimento possiamo ricavare da un lato che il ruolo del referente nel determinare il senso del suo nome, per così dire presentando e producendo descrizioni, è limitato; dall’altro che il senso del legame nome/referente è stabilito da terzi nell’atto iniziale del battesimo, in seguito al quale il nome è sensatamente associato al referente.
Se prendiamo le mosse da quest’ultimo rilievo e tracciamo un filo rosso da Kripke a Mill, rileviamo che il nome, una volta assegnato, si lega a colui che lo porta con un rapporto di senso, o connotazione.
Inoltrandoci su questa strada costatiamo che il nome proprio fornisce informazioni e suggerisce attributi circa la persona cui si riferisce: in qualche modo ci “parla” di essa e della sua collocazione, fosse solo nel comunicarne il genere (maschile/femminile) o la nazionalità di appartenenza.
Il nome può rivelare particolari ascendenze dei genitori, qualora derivi da una stella del cinema piuttosto che da un personaggio letterario da loro particolarmente amato; può rifarsi a una figura della cristianità o del mito, oppure riprendere il nome di un caro defunto.
Può implicare caratteristiche fisiche e caratteriali, come testimonia un amico di famiglia allorché riconosce nel promettente pargolo un degno portatore del nome che ha ereditato.
Filosofia
Mill e Kripke; Platone (Il Cratilo); Soren Kierkegaard (l'eteronimia); Hannah Arendt (nome come validificatore dell'agire)
Italiano
Dante Alighieri (l'etimo del nome nel Paradiso); Marcel Proust (la musicalità del nome); Alessandro Manzoni e Giovanni Verga (i soprannomi); Gabriele D'Annunzio, Italo Svevo e Umberto Saba (gli pseudonimi); Luigi Pirandello; Tommaso Landolfi
Letteratura inglese
Emily Dickinson e Virginia Woolf (l'emancipazione del nome proprio)
Letteratura latina
L'agnomen e il cognomen nella latinità
Storia
Storia dei nomi e dei cognomi durante e dopo il Fascismo