Istituto d’istruzione superiore “R. Cartesio”
Olevano Romano
“La morte, inevitabile termine a chi venne in vita, mai fu inutile a chi mal
vive, e mai dannosa a chi visse bene”
Maria Coda 5^B
Giacomo Leopardi: la noia leopardiana
Biografia
L’infanzia
Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, nelle Marche (allora appartenenti allo Stato
pontificio), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di otto figli. Il padre, il conte
Monaldo uomo amante degli studi e d’idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era
una donna energica, legata alle convenzioni sociali e ad un concetto profondo di dignità della
famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo, che non ricevette tutto l’affetto di cui aveva
bisogno. In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito, la marchesa prese in
mano un patrimonio familiare dissestato, riuscendo a rimetterlo in sesto grazie ad una rigida
economia domestica. I sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari dei genitori resero infelice il
giovane Giacomo che, costretto a vivere in un piccolo borgo di provincia e in uno stato tra i più
retrogradi d’Italia, rimase escluso dalle correnti di pensiero che circolavano nel resto del paese e in
Europa. Fino al termine dell’infanzia Giacomo crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i
suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d’età e che amava
intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.
La formazione giovanile
Giacomo fu istruito inizialmente da precettori ecclesiastici, ma ben presto, intorno ai dieci anni, non
ebbe più nulla da imparare da essi e cominciò i suoi studi da solo, per quei “sette anni di studio
matto e disperatissimo”, che contribuirono a minare il suo fisico già fragile. Dotato di
un’intelligenza fuori dal comune imparò in breve tempo, oltre il latino, anche il greco e l’ebraico e,
seppure in modo più sommario, altre lingue e compose poi opere di grande impegno ed erudizione.
La conversione: «dall’erudizione al bello» e «dal bello al vero»
Tra il 1815 e il 1816 si attua quella che lo stesso Leopardi chiama la sua conversione “dall’erudizione
al bello” entusiasmandosi per i grandi poeti come Omero, Virgilio e Dante. Un momento
fondamentale della sua formazione e della sua esperienza vissuta è costituita dall’amicizia con
Pietro Giordani, uno degli intellettuali più significativi di quegli anni. Ebbe inizio così una fitta
corrispondenza che durerà nel tempo. Nella corrispondenza con Giordani trova quella confidenza
affettuosa che gli manca nell’ambiente familiare, e al tempo stesso una guida intellettuale. Questa
“apertura” verso il mondo esterno gli rende ancor più dolorosamente insostenibile l’atmosfera
chiusa e stagnante di Recanati, come egli stesso dichiarerà in una delle prime lettere scritte al nuovo
amico, datata 30 aprile 1817, il giovane Leopardi sfogherà il suo malessere, non con atteggiamento
remissivo ma polemico e aggressivo:
«Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che
so io. Di che s’io m’arricchisco di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con
una risata o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo[…] Unico divertimento in
Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia.»
Nell’estate del 1819 tenta la fuga dalla casa paterna, ma il tentativo viene scoperto e sventato, fu
appunto nei mesi che seguirono che Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e riflettendo
sulla vanità delle speranze e l’ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore
stesso. Questa crisi del 1819 segna un altro passaggio dal «bello» al «vero». Iniziò intanto la
composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di “Idilli” e scrisse
“L’infinito”, “La sera del dì di festa” e “Alla luna”.
Le esperienze fuori da Recanati
Nel 1822 ha finalmente la possibilità di uscire da Recanati e di vedere il mondo esterno a quella
“tomba de’ vivi”, si reca quindi a Roma, ma l’uscita tanto desiderata si risolve in una cocente
disillusione, poiché gli appare vuota e meschina. Tornato a Recanati nel ’23, si dedica alla
composizione delle Operette morali, a cui affida l’espressione del suo pensiero pessimistico.
Comincia un periodo di aridità interiore, che gli prelude di scrivere versi; perciò si dedica alla prosa,
e all’investigazione dell’«acerbo vero». Trascorre l’inverno tra il 1827 e il 1828 a Pisa: qui la
dolcezza del clima e una relativa tregua dai suoi mali favoriscono un “risorgimento” della sua
facoltà di sentire ed immaginare. Nella primavera del ’28 nasce così A Silvia.
L’ultimo soggiorno a Recanati. Firenze e Napoli
Nell’autunno del 1828, aggravatesi le condizioni di salute, divenuto impossibile ogni lavoro e
sospeso l’assegno dell’editore, è costretto a tornare in famiglia, a Recanati, definito dal poeta stesso
“sedici mesi di notte orribile”. Nell’aprile del 1830 si risolve ad accettare una generosa offerta degli
amici fiorentini, che pochi mesi prima aveva respinto per fierezza: un assegno mensile per un anno.
Lascia così Recanati, per non farvi più ritorno. A Firenze fa anche l’esperienza della passione
amorosa, per Fanny Targioni Tozzetti. La delusione ispira il cosiddetto “ciclo di Aspasia”, in cui
compaiono soluzioni poetiche decisamente nuove. In questo periodo stringe amicizia con un
giovane napoletano, Antonio Ranieri, e con lui fa vita comune fino alla morte. Dal 1833 si stabilisce
a Napoli con Ranieri. In questo periodo compone La Ginestra, una polemica all’ambiente culturale
napoletano. A Napoli lo coglie la morte, attesa e invocata da anni, il 14 giugno 1837.
La teoria del piacere
La “teoria del piacere” è una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La
maggiore parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello “Zibaldone”, in cui il poeta
cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del
pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio del 1820. La “teoria del piacere”
sostiene che l’uomo nella sua vita tende sempre a ricercare un piacere infinito, come soddisfazione
di un desiderio illimitato. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa dell’uomo,
che può concepire le cose che non sono reali. Poiché grazie alla facoltà immaginativa l’uomo può
figurarsi piaceri inesistenti, e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione, non bisogna
stupirsi che la speranza sia il bene maggiore e che la felicità umana corrisponda all’immaginazione
stessa. La natura fornisce tale facoltà all’uomo come strumento per giungere non alla verità, ma ad
un’illusoria felicità. Anche l’occupazione (che può essere considerata la soddisfazione continua degli
svariati bisogni che la natura ha fornito agli uomini) è una condizione che porta felicità nella vita
dell’uomo. Ad essa si oppone il tedio, la noia, che è il male più grande che possa affliggere
l’umanità. La felicità, dunque, è più facilmente trovata dai fanciulli che riescono sempre ad
immaginare e perdersi dietro ogni “bagattella”, ovvero riescono a distrarsi con ogni sciocchezza.
Secondo Leopardi, l’umanità poteva essere più vicina alla felicità nel mondo antico, quando la
conoscenza scarsa lasciava libero corso all’immaginazione; nel mondo moderno, invece, la
conquista del vero ha portato l’immaginazione ad indebolirsi, fino a sparire del tutto negli adulti.
La noia leopardiana: la morte dell’anima
Recanati, 19 novembre 1819
Sono così stordito del niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prendere la penna per rispondere
alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre con gli
occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere né muovermi, altro
che per forza, dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche della morte;
non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene
più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma
mi affanna e lacera come un dolor gravissimo, e sono così spaventato dalla vanità di tutte le cose, e della
condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me,
considerando ch’è un niente anche la mia disperazione.
[…]
Lettera di Giacomo Leopardi a Pietro Giordani
La lettera riflette lo stato di abbattimento seguito al fallito tentativo di fuga da Recanati, nel luglio
del 1819, con cui Leopardi aveva sperato di sottrarsi all’ambiente soffocante del “natio borgo” e ad
una vita disperatamente vuota.
La lettera è l’esempio più eloquente di come le sofferenze psichiche e fisiche non siano la causa del
pessimismo leopardiano, ma solo lo stimolo esterno a grandi riflessioni filosofiche, l’occasione per
la presa di coscienza di verità fondamentali. Compare in questa lettera, con accenti fermi ed
essenziali, degni dei momenti più alti della poesia leopardiana, un motivo centrale, quello del nulla,
insieme con il motivo ad esso collegato della noia, cioè l’assenza di sensazioni (neppure il dolore) e
quindi la morte dell’anima. La noia, come egli stesso scrisse, è “l’assenza di ogni speciale desiderio
di bene o di male” per cui ogni agire diventa vano poiché sentimenti o desideri e la vita stessa non
sono che “un’inutile miseria”, un lento e progressivo morire. Questa percezione acutissima del nulla
segna il passaggio, nel 1819, a una nuova fase dell’esperienza leopardiana, dalle illusioni giovanili al
“vero”, dalla “poesia” alla “filosofia”, dallo stato “antico”, fondato sull’immaginazione e le
generose illusioni, a quello “moderno”, fondato sulla consapevolezza del nulla e della necessaria
infelicità dell’uomo.
Il linguaggio della confessione: lettere 1817-1820
Recanati
Sul tema di Recanati, invece, il poeta si dichiarerà in un’altra lettera al Giordani del 30 aprile, una
lettera che si apre con abbandono affettuoso alla storia della nuova amicizia, per poi continuare a
parlare in senso dispregiativo della sua città e per concludere con queste parole: “... Qui,
amabilissimo Signore mio, tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. Si meravigliano i
forestieri di questo silenzio, di questo sonno universale.”
L’infelicità, le illusioni, la noia, la speranza, la misoginia
Dalle lettere al Giordani, emergono anche molti altri motivi leopardiani: l’infelicità personale e
l’infelicità universale, le illusioni, la noia, la speranza e la sua misoginia. Così scrive nella lettera del
30 giugno 1820 al Giordani: “Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come uno stecco o uno
spino, con tutto ciò sono migliorato in questo ch’io giudico risolutamente di poter guarire, e che il
mio travaglio deriva più dal sentimento dell’infelicità mia particolare, che dalla certezza
dell’infelicità universale e necessaria. Io credo che nessun uomo al mondo in nessuna congiuntura
debba mai disperare il ritorno delle illusioni........le grandi e splendide illusioni non appartengono a
questa gente: sicché ristretti alla verità e nudità delle cose, che altro si deggiono aspettare se non
tedio infinito ed eterno?”. Il pessimismo leopardiano
Il dolore esistenziale
La poesia di Leopardi non nasce solo da un senso di inadeguatezza alla realtà, di sproporzione fra
reale e sovrannaturale, ma soprattutto da un dolore che è motore primario del fare poetico, dolore
universale e insieme profondamente intimo e personale. Il tema del dolore appartiene sia al
Leopardi che scrive lo Zibaldone che a quello dei Canti, ma ha diverse vesti: il dolore per la propria
patria, l’Italia, divisa e preda di dominazioni straniere; il dolore per lo sfiorire rapido e inavvertito
della giovinezza; lo scorrere inesorabile del tempo; il dolore per la morte e soprattutto per la morte
intesa in senso materialistico, come termine ultimo della vita. Eppure da questo dolore traspare a
volte l’avvertimento di un senso del destino come realtà positiva, e l’Autore quasi se ne vergogna,
ritornando sui suoi passi, nel cosiddetto pessimismo cosmico tratto fondamentale della sua poetica.
Ma il pessimismo non cancella il bisogno, il desiderio (dal latino sidera, stelle) di infinito insito in
ogni uomo, per cui anche il “naufragar” può essere “dolce in questo mare”, che altro non è se non il
mistero dell’Essere.
Le fasi del pessimismo leopardiano
Il pessimismo individuale
Dapprima vi è il dolore personale che diviene per lui strumento di conoscenza. Il poeta pensa che la
vita sia stata spietata con lui (esperienza personale/dolore personale), ma che altri possono essere
felici (pessimismo personale o soggettivo).
Il pessimismo storico
Leopardi non interpreta più il dolore come personale ma come “storico”: non solo lui ma anche tutta
l’umanità è destinata a soffrire a causa dell’evoluzione storica della coscienza e della ragione
dell’uomo maturo che rende limitato e passeggero il piacere umano. La natura è ancora vista come
benevola, ma è la ragione umana matrigna. Il dolore storico volgerà infine al grado “cosmico”.
L’origine dell’infelicità umana
Al centro della meditazione di Leopardi si pone l’infelicità dell’uomo. Egli identifica la felicità con
il piacere sensibile e materiale. Ma l’uomo aspira a un piacere infinito, e siccome nessuno dei
piaceri goduti dall’uomo può soddisfare questa esigenza, nasce in lui un senso di insoddisfazione.
La natura ha voluto offrire un rimedio all’uomo: l’immaginazione e le illusioni. Per questo gli
uomini primitivi, più vicini alla natura, erano felici. Il progresso della civiltà ha allontanato l’uomo
da quella condizione privilegiata. Gli antichi erano anche più forti fisicamente, e questo favoriva la
loro forza morale; la loro vita era più attiva, e ciò contribuiva a far dimenticare il vuoto
dell’esistenza. La colpa dell’infelicità presente è dunque attribuita all’uomo stesso, che si è
allontanato dalla vita tracciata dalla natura benigna. Ne deriva un atteggiamento titanico: il poeta
come unico difensore dell’antichità, si eleva per sfidare il crudele destino che ha colpito l’Italia.
Questa fase del pensiero leopardiano è definita pessimismo storico, ovvero la condizione negativa
del presente viene vista come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un
allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità. Questa concezione di natura
benigna e provvidenziale entra in crisi. È la natura che ha messo nell’uomo quel desiderio di felicità
infinita, senza dargli mezzi per soddisfarlo. Leopardi concepisce la natura non più come madre
amorosa, ma come meccanismo crudele: è una concezione meccanicistica e materialistica. La colpa
dell’infelicità non è più dell’uomo stesso ma solo della natura. Se causa dell’infelicità è la natura
stessa, tutti gli uomini sono infelici. Al pessimismo “storico” subentra così un pessimismo
“cosmico”: l’infelicità è legata ad una condizione immutabile di natura. Ne deriva, l’abbandono
della poesia civile e del titanismo: se l’infelicità è un dato di natura, vane sono la protesta e la lotta.
Il pessimismo cosmico
Nasce il dolore cosmico nel momento in cui Leopardi arriva ad una conclusione assolutamente
negativa: la condizione d’infelicità è propria del genere umano in quanto tale, ed è da attribuirsi alla
Natura stessa. Infatti questa, mettendoci al mondo, ha fatto sì che in noi nascesse il desiderio del
piacere infinito, senza però darci i mezzi per raggiungerlo. Questa concezione, che è alla base della
maggior parte della produzione poetica di Leopardi, emerge per la prima volta con assoluta
chiarezza nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, un’Operetta morale scritta nel 1824. In
questo Dialogo la Natura si mostra del tutto indifferente alla sofferenza dell’uomo, che è soltanto un
elemento del ciclo universale di produzione e distruzione. Nella Ginestra, del 1836, Leopardi
ribadisce che la Natura non ha per gli uomini riguardo maggiore di quello che ha per le formiche:
eppure “l’uom d’eternità si arroga il vanto”.
La morte per Seneca: Epistolae morales ad Lucilium
Valenza formativa e morale della morte
Ogni uomo ha la possibilità di interrogarsi di fronte al succedersi degli avvenimenti e, dunque, di
fronte alla vita. Se la vita implica la morte, l’uomo ha la possibilità di interrogarsi sulla morte. Di
fronte alla vita, e quindi di fronte alla morte, il sapiente stoico deve dimostrare la propria virtù: la
virtù del sapiente consisterà nel mantenere ferma la propria forza razionale lasciando che essa si
esprima di fronte a qualsiasi evenienza.
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Introduzione morte - tesina
Questa tesina di maturità tratta della morte. Tra gli argomenti trattati dalla tesina: in Italiano Leopardi e la morte dell'anima, in Storia la Shoah, in Filosofia Schopenhauer, in Latino Seneca, le epistulae morales ad lucilium, in Inglese Coleridge (the rime of ancient mariner), in Geografia astronomica la morte delle stelle, in Storia dell'arte la morte a confronto: Goya, David e Caravaggio e in Fisica la corrente elettrica.
Collegamenti
Morte - tesina
- Italiano - Leopardi e la morte dell'anima.
- Storia - La Shoah.
- Filosofia - Schopenhauer.
- Latino - Seneca (epistulae morales ad lucilium).
- Inglese - Coleridge (the rime of ancient mariner).
- Geografia astronomica - La morte delle stelle.
- Storia dell'arte - La morte a confronto. Goya, David e Caravaggio.
- Fisica - La corrente elettrica.