Estratto del documento

L’immortalità tra sogno e ambizione

A cura di Cairoli Andrea

Classe VB

Anno scolastico 2006-07

Schema generale

1. Introduzione

1.1 Harry Mulisch (intervista su L’Eco di Bergamo)

1.2 Luigi Pirandello “Di sera, un geranio”

2. Arte

2.1 Alle soglie dell’eternità Van Gogh

3. Latino

3.1 Le riflessioni di Seneca sulla brevità della vita e l’incombere della morte (Passi ripresi: dal lenzuolo 1 “La brevità della vita” “Si muore ogni giorno”; 2 “È davvero breve il tempo della vita?”)

3.2 L’immortalità cristiana secondo S. Agostino (brevi accenni)

4. Filosofia (l’evoluzione del concetto di immortalità nella filosofia dell’800/900)

4.1 Platone (l’immortalità dell’anima)

4.2 Kant (critica della Ragion pratica)

4.3 Dispense (Miguel De Unamuno) (accenni)

5. Italiano

Foscolo (Dei Sepolcri): concetto di immortalità come “corrispondenza d’amorosi sensi”

5.1 Leopardi (Operette morali): visione pessimista della gloria letteraria ne “Il Parini ovvero della gloria”.

Montale (Piccolo Testamento; Alla madre): negazione dell’immortalità

5.3

6. Inglese

6.1 Tennyson (“Ulysses” and “Tithonus”): riflessione sulla innata spinta dell’uomo verso l’ignoto e immortalità come raggiungimento della gloria

James Joyce (“The dead”)

6.2

7. Fisica (e scienze) fonti tratte da Tipler “La fisica dell’immortalità”

7.1 Le ipotesi sulle condizioni dell’universo alla fine della storia

Accenni alla teoria del Punto Omega

7.2

7.3 Riflessioni sull’immortalità come emulazione in super-calcolatori

A

A

A II

Mappa concettuale

a Introduzione

a Harry Mulisch

a

a

a

a Seneca e le riflessioni sulla morte

a Pirandello

a

a

a

a Van Gogh

a Alle soglie dell’eternità

a

a

a Miguel De Unamuno

a Immortalità dell’anima e immortalità raggiunta con la fama

a

Sogno/riflessione Ambizione/fama

a

a

a Foscolo

a

Considerazioni generiche Corrispondenza d’amorosi sensi

a

sulla riflessione filosofica sensi

a

a

a Platone

a

a Leopardi

a Il Parini ovvero della gloria

Kant

a

Critica della Ragion pratica

a

a

a Montale

a Jean Paul Sartre Negazione dell’immortalità

a metafisica e memoria

a

a

a

a Tennyson

a riflessione sulla innata spinta dell’uomo verso l’ignoto e immortalità come raggiungimento della gloria

Fisica

a

La risposta della scienza

a

a

a

a James Joyce

The dead III

Introduzione

If it were only the other way! If it were I who was to be always young, and the picture that was to grow old! For that—for that—I would give everything! Yes, there is nothing in the whole world I would not give! I would give my soul for that!

(by the “Picture of Dorian Gray” by Oscar Wilde)

Fin dai tempi più antichi l’uomo occidentale — non tratterò infatti il problema in relazione al pensiero orientale — ha riflettuto sul problema della morte naturale del corpo e della possibilità che la vita non finisse con essa, ma che potesse invece continuare in una realtà non fenomenica, iper-sensoriale, posta quindi al di là del mondo che conosciamo comunemente. In ogni caso non si poteva negare la morte corporale dell’individuo, legata ad evidenti processi di degradazione fisica, e si dovette quindi ipotizzare l’esistenza di una realtà ulteriore e complementare a quella, l’anima, alla quale fosse concesso il privilegio dell’immortalità.

La possibilità che l’anima potesse sopravvivere al corpo nell’eternità ha stimolato il pensiero filosofico occidentale fin dall’antica grecità ed ora è oggetto di riflessione e di ricerca non solo di pensatori ed intellettuali, ma anche di scienziati. Il secolo appena trascorso ha infatti registrato notevoli miglioramenti nell’infinita lotta dell’uomo contro l’invecchiamento, che ora non è più considerato un processo fondamentale e inevitabile del percorso umano, ma è visto come un ostacolo da abbattere e superare, una malattia da curare ed estirpare per estendere il più possibile la vita. Il traguardo sarebbe anche molto vicino; grazie alle nuove scoperte scientifiche i più ottimisti pensano che esso potrebbe essere raggiunto entro i prossimi cinquant’anni.

Questo tema fondamentale del pensiero umano è stato visto nel corso del tempo sotto diverse prospettive; infatti, si è cercato di capire se veramente l’uomo avesse questa possibilità, se questo fosse un privilegio solamente umano o anche proprio di tutti gli esseri viventi e dove poi l’anima si sarebbe recata dopo la morte del corpo. Non bisogna credere inoltre che il dibattito si sia svolto solo sul terreno filosofico o, più recentemente, su quello scientifico, bensì, essendo un argomento che riguarda l’uomo in tutto il suo essere, ha ispirato anche l’opera di scrittori e poeti, italiani e stranieri.

Tuttavia, benché la mia trattazione sarà focalizzata principalmente sulla concezione di immortalità che si è sviluppata nel pensiero occidentale, non bisogna tuttavia dimenticare che forse “Vivere mille anni? Sarebbe terribile”.

Queste parole, tratte da un’intervista pubblicata su L’Eco di Bergamo a Harry Mulisch, mostrano il risultato della riflessione dello scrittore olandese.

Mulisch afferma che l’uomo nella sua corsa verso l’immortalità, spinto dalla volontà di attribuirsi l’onnipotenza di dio, sta rinunciando alla sua stessa grandezza, poiché è proprio la morte che rende viva la vita e che le conferisce un senso. L’immortalità del singolo costituirà inoltre la “morte dell’umanità”, poiché, non essendo il nostro pianeta in grado di ospitare un numero sempre in crescita di individui, se nessuno morisse, non potrebbe nascere più nessuno e la storia dell’umanità si interromperebbe tragicamente.

A V

Come sottolinea allora Mulisch il problema che in questa trattazione verrà discusso è ancora più ampio, poiché si dovrebbe anche considerare se un’eventuale immortalità dell’essere umano possa davvero rappresentare un vantaggio per l’umanità oppure se essa possa risultare pericolosa, in quanto faustiano tentativo di valicare i limiti della natura propriamente umana.

Accenni sulla morte

Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit.

Ita est: non accipimus brevem vitam sed fecimus [...]

Epistulae ad Lucilium

(tratto da Seneca)

Non si può parlare d’immortalità senza aver prima condotto una riflessione propedeutica sulla morte.

Tutto ciò che nasce deve avere necessariamente anche una fine e l’uomo certamente non è esente da questa implacabile legge di natura. A differenza però degli altri animali, l’uomo ha una caratteristica sua, cioè quella dell’essere consapevole e cosciente della sua stessa finitezza, del suo essere destinato alla morte corporale. Questa consapevolezza è ciò che permette all’uomo di riflettere su di essa, che genera paura e speranza di poterla in qualche modo evitare; l’immortalità si pone proprio come l’ultimo sogno, l’ultima speranza, l’ultimo tabù da infrangere.

Mors-mortis

Dal punto di vista etimologico, il vocabolo latino è affine al sanscrito mer e un’identica radice, che assomma in sé diversi significati, tra i quali spiccano attrarre e consumare, si trova in quasi tutte le lingue del ceppo indoeuropeo. Quest’ultimo significato è quello che è rimasto nella lingua latina: la morte è in fin dei conti la consumazione di ciò che è esistito in vita, la cessazione di ogni spirito vitale. La possibilità che l’uomo ha di conoscere il suo essere destinato alla morte, gli permette anche di cercare di figurarsi la vita o il momento stesso della morte, del quale egli non può avere conoscenza diretta.

Di sera, un geranio

Nella novella “Di sera, un geranio”, Luigi Pirandello, scrittore siciliano tra i più importanti del primo Novecento italiano, recide i legami con l’ambientazione realistica, tipica delle sue prime novelle, per dedicarsi a una tematica fantastica, o parapsicologica. Il protagonista è colto nel momento successivo alla morte corporale, quando la sua coscienza, sospesa nel vuoto e separata dal suo stesso corpo, mantiene per un attimo la lucidità e cerca di indagare le cose che costituivano la sua precedente quotidianità in relazione a quel nuovo punto di vista, prima di spegnersi completamente. Il narratore emerge saltuariamente nel racconto, descrivendo in terza persona la morte, intesa come progressiva metamorfosi, come disgregazione di identità. Si crea un’atmosfera onirica, il protagonista infatti è surreale, dove non vigono più le normali leggi spazio-temporali, ma dove al contrario si crea una dissoluzione dell’io del protagonista; la morte è liberazione dal peso del corpo e abolizione del confine tra soggetto e oggetto. Nella morte si perde la propria identità e ci si riunisce alle cose, ci si perde in esse, in quelle cose che prima, da vivi, osservavamo da lontano con la vista. Dice infatti l’autore: “Lui è ora quelle cose; non più com’erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono più niente per lui. E questo è morire”.

Di sera, un geranio

S’è liberato nel sonno, non sa come: forse come quando s’affonda nell’acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giù.

Dormiva, e non è più nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell’aria della sua camera chiusa.

Alienato dai sensi, ne serba più che gli avvertimenti il ricordo, com’erano; non ancora lontani ma già staccati: là l’udito, dov’è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov’è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giù il pavimento col tappeto, e quell’uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s’indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull’occhio.

Lui, quello! Uno che non è più. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d’addormentarsi. Difatti poi, nel sonno...

Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:

– Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un’operazione così rischiosa?

– Al punto in cui siamo, il rischio veramente...

– Non è il rischio. Dico se c’è qualche speranza.

– Ah, poca.

– E allora... –

La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.

Ma dopo tutto, ora s’è liberato, e prova per quel suo corpo là, più che antipatia, rancore. Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell’immagine come la cosa più sua.

Non era vero. Non è vero.

Lui non era quel suo corpo; c’era anzi così poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s’agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza più vedere se stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.

Già, ma ora, senza più il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d’addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza più lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.

Lui è ora quelle cose; non più com’erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono più niente per lui.

E questo è morire.

Il muro della villa. Ma come, n’è già fuori? La luna vi batte sopra; e giù è il giardino.

La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.

L’acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.

Come chiara quest’acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta. E così esile il filo, così rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d’acqua già caduta è come un’eternità di oceano.

A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite. E a fior d’acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell’acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca che s’ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di sparire ingoiate, come se non fosse bello nuotar lievi e così bianche sul cupo verde vitreo dell’acqua. Ma se sono cadute! Se sono così lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!

Sparire.

Sorpresa che si fa di mano in mano più grande, infinita: l’illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c’erano; suoni, colori, non c’erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com’era. Quel verde... Ah come, all’alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde così fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l’umore della terra nera. Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un’erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz’aver più nulla vicino; sì, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza più tempo, nella tristezza infinita d’una così vana eternità.

Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra.

O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio...

– Oh guarda giù, nel giardino, quel geranio rosso. Come s’accende! Perché?

Di sera, qualche volta, nei giardini s’accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.

Riflettere sulla morte

Riflettere sulla morte può inoltre condurci a rivalutare la vita. Lucio Anneo Seneca, filosofo latino, originario dalla Spagna, nella sua Epistulae ad Lucilium, raccolta epistolare in cui il pensatore latino tratta una serie di tematiche morali secondo la sua fede stoica, destinandole all’educazione del giovane nipote Lucilio, si sofferma spesso sul tema della morte.

Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit. Infantiam amisimus, deinde pueritiam, deinde adulescentiam. Usque ad hesternum quidquid transiit temporis perit; hunc ipsum quem agimus diem cum morte dividimus. Quemadmodum clepsydram non extremum stilicidium exhaurit sed quidquid ante defluxit, sic ultima hora qua esse desinimus non sola mortem facit sed sola consummat; tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus. [21] Haec cum descripsisses quo soles ore, semper quidem magnus, numquam tamen acrior quam ubi veritati commodas verba, dixisti, mors non una venit, sed quae rapit ultima mors est. Malo te legas quam epistulam meam; apparebit enim tibi hanc quam timemus mortem extremam esse, non solam. [22] Video quo spectes: quaeris quid huic epistulae infulserim, quod dictum alicuius animosum, quod praeceptum utile. Ex hac ipsa materia quae in manibus fuit mittetur aliquid. Obiurgat Epicurus non minus eos qui mortem concupiscunt quam eos qui timent, et ait: ‘ridiculum est currere ad mortem taedio vitae, cum genere vitae ut currendum ad mortem esset effeceris’. [23] Item alio loco dicit: ‘quid tam ridiculum quam appetere mortem, cum vitam inquietam tibi feceris metu mortis?’ His adicias et illud eiusdem notae licet, tantam hominum imprudentiam esse, immo dementiam, ut quidam timore mortis cogantur ad mortem. [24] Quidquid horum tractaveris, confirmabis animum vel ad mortis vel ad vitae patientiam; [at] in utrumque enim monendi ac firmandi sumus, et ne nimis amemus vitam et ne nimis oderimus. Etiam cum ratio suadet finire se, non temere nec cum procursu capiendus est impetus.

Anteprima
Vedrai una selezione di 9 pagine su 38
L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 1 L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 2
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 6
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 11
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 16
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 21
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 26
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 31
Anteprima di 9 pagg. su 38.
Scarica il documento per vederlo tutto.
L'immortalità tra sogno e ambizione Pag. 36
1 su 38
Sintesi

L'immortalità dell'uomo

Tratta il tema dell'immortalità dell'uomo nella riflessione filosofica occidentale, nella letteratura dell'800-900 e nella fisica moderna.

Materie trattate: Latino, Arte, Filosofia, Scienze, Fisica, Italiano, Inglese.

D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi