La scelta
Giuseppe Di Nardo Istituto tecnico agrario “G. Tommasi” Cosenza 2007/08
Umanistica. Premessa
La tematica che affronterò in questo percorso formativo ha come obiettivo quello di far luce su un aspetto fondamentale che da sempre ha caratterizzato la vita dell’uomo: la scelta. Ovviamente quest’atto è troppo generico per essere argomentato nella sua vera essenza, quindi mi limiterò a porre dimostrazioni esemplari che diano almeno un’idea a riguardo.
Prendendo in esame le varie discipline per affrontare questo tema, ho seguito motivi, un percorso, una traccia nascosta che, appunto, costituisce la scelta. Inizierò dallo scopo, per i quali si opta per una determinata azione, procedendo con la ricerca delle informazioni, che sarebbe la soddisfazione del bisogno.
Utilizzando le informazioni acquisite attraverso lo studio del problema e la ricerca delle soluzioni, terrò conto della valutazione delle conseguenze, che possono avere esiti vantaggiosi o svantaggiosi.
Il tema è diviso in due percorsi: campo umanistico e settore tecnico-scientifico. Nell’ambito umanistico ho discusso la scelta (forzata) che fecero gli intellettuali, passando da una concezione del mondo a un’altra.
Il mio percorso verterà su due esponenti del Decadentismo, Luigi Pirandello e Italo Svevo, i quali vissero in un periodo storico importante, quello dell’età giolittiana.
Nel percorso tecnico-scientifico mi soffermerò sulla vite (propagazione, serra, malattie, vinificazione), passando dalla scelta dei riproduttori in ambito zootecnico ai possibili procedimenti di stima delle servitù prediali, fino all’impostazione e risoluzione dei problemi di decisione in condizioni certe nella gestione di un’azienda.
La scrittura romanzesca dinanzi alla crisi dell’uomo moderno
Nel Novecento la narrativa realistica assume nuovi caratteri in relazione al mutato clima culturale, politico e sociale. L’attenzione degli scrittori si rivolge alla crisi dell’uomo che viene analizzata in tutte le sue componenti e messa in rapporto con il contesto sociale che la determina.
Con il romanzo d’analisi l’attenzione dello scrittore si sposta dall’esterno all’interno del personaggio. Al centro della narrazione non sta più il rapporto tra il personaggio e l’ambiente, ma lo scavo interiore che mette a nudo tutte le sfaccettature del sentimento e finanche le pulsioni dell’inconscio.
La nascita della moderna narrativa d’analisi va ricondotta a una serie di importanti trasformazioni che all’inizio del secolo hanno investito l’economia, la società, il pensiero scientifico e filosofico e hanno influenzato la posizione dell’uomo di cultura e il suo rapporto con la realtà.
L’aumento vertiginoso della produzione economica comporta infatti la ricerca di nuovi territori in cui esportare le merci e dai quali trarre le materie prime. Contemporaneamente si va diffondendo una mentalità ispirata alla ricerca dell’utile personale, all’egoismo e al rifiuto di qualsiasi sentimento autentico e disinteressato, in particolare di quei valori (libertà, solidarietà, uguaglianza) che avevano guidato la borghesia del primo Ottocento.
L’intellettuale non si sente più integrato in questa società, anzi ne rifiuta la logica dell’utile, il falso perbenismo, l’ipocrisia. A sua volta la società lo respinge perché lo ritiene inutile.
Ecco allora nascere la figura dell’inetto, incapace di integrarsi nella società borghese, ma al tempo stesso dotato di un’acuta capacità di penetrazione che gli consente di intuire le contraddizioni e i mali che si annidano sotto le sane apparenze borghesi.
L’organizzazione temporale dei fatti è sostituita ora da un tempo psicologico e soggettivo, il tempo simultaneo, fluttuante, associativo della coscienza.
Venendo meno la fondamentale fiducia nei valori della realtà, anche le strutture della narrazione ne sono direttamente coinvolte, dando vita alle due tecniche più innovative del romanzo novecentesco: il monologo interiore e lo stream of consciousness (flusso di coscienza), che mettono in primo piano l’io.
Il primo è una forma di autoanalisi, di pensiero diretto libero, che consente al lettore di introdursi direttamente nella vita interiore del personaggio, senza l’intermediazione del narratore; il secondo è un pensiero diretto ancor più immediato, basato su associazioni repentine e sul magma di immagini e sensazioni che rivelano l’inconscio o lo strato più profondo dell’interiorità di un personaggio.
Nel nuovo romanzo, quindi, la narrazione è frammentata e i nuovi protagonisti non sono più esponenti di un ambiente o di un ceto sociale determinato, ma universi singoli, spesso in conflitto con il mondo esterno, o «inetti», individui «senza qualità», estranei ai valori socialmente condivisi.
F. Kafka I. Svevo L. Pirandello
J. Joyce
Marcel Proust in Francia, James Joyce e Virginia Woolf in Irlanda e Inghilterra, Thomas Mann, Franz Kafka, Robert Musil nell’area mitteleuropea di lingua tedesca, come Italo Svevo e Luigi Pirandello in Italia, assorbono in vario modo questa consapevolezza della crisi nel rapporto tra l’io e la realtà e danno vita a una radicale trasformazione del romanzo.
M. Proust R. Musil T. Mann V. Woolf
Luigi Pirandello e l’“umorismo”
Pirandello è uno dei nostri maggiori scrittori della prima metà del Novecento; nelle sue opere letterarie e teatrali traspare il senso tragico della vita che fu proprio dei primi anni del secolo e della sensibilità decadentistica.
Luigi Pirandello dovette gran parte del suo successo all’attività teatrale. La sua poetica e la sua visione del mondo rappresentarono un radicale rinnovamento della tradizione artistica, per quanto riguardava sia le tecniche sia le scelte espressive.
La sua opera fu sorretta da una concezione filosofica che guardava con straordinaria lucidità e spregiudicatezza alla realtà della condizione umana, ben più tragica e inquietante di quello che i modelli della rassicurante società borghese tendevano a diffondere.
Pirandello si occupò di questioni teoriche fin da giovane. Pubblicò nel 1908 i saggi Arte e Scienza e L’umorismo, caratterizzati da un’esposizione di stile colloquiale, molto lontana dal consueto discorso filosofico.
Le due opere sono espressione di un’unica maturazione artistica ed esistenziale che ha coinvolto lo scrittore siciliano all’inizio del ’900 e che vede come centrale proprio la poetica dell’umorismo.
L’umorismo pirandelliano, pensieroso e amaro, esprime le contraddizioni e i profondi turbamenti del mondo contemporaneo, attraverso il sentimento del contrario si scopre la tragica realtà che è celata dietro l’apparenza talvolta ridicola delle cose e se ne esprime la desolante angoscia, tormentosa e senza uscita.
La dicotomia comicità/umorismo è alla base del pensiero pirandelliano, non per nulla lo scrittore siciliano dedicò a tale argomento vari saggi teorici, tra i quali è di capitale importanza L’umorismo.
L’umorismo. Compito dell’umorista
Tutta la migliore produzione di Pirandello si muove all’insegna dell’umorismo con due tendenze costanti e congiunte: per un verso quella di aggredire tutte le false certezze, smascherare i luoghi comuni, gli atteggiamenti fossilizzati dall’abitudine, dall’altro una posizione di larga comprensione e benevolenza.
In questo passo Pirandello illustra come, secondo lui, ci si debba accostare all’arte per coglierne il più possibile il significato e il valore.
Distingue l’operato del poeta epico-drammatico da quello dell’umorista: gli scrittori, in genere, non tengono conto dei fatti normali e consueti, che non attirano il loro interesse. L’umorista sceglie invece di focalizzare su questi la propria attenzione.
Se il poeta cerca di mostrare il personaggio coerente in ogni sua azione, l’umorista ne evidenzia anche i contrasti, le contraddizioni e le ambiguità, sapendo che questi particolari mettono in crisi la visione troppo logica della vita.
«(…) Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un carattere si stagliano su un fondo di vicende ordinarie, di particolari comuni. Ebbene, gli scrittori, in genere, non se n’avvalgono, o poco se ne curano, come se queste vicende, questi particolari non abbiano alcun valore e siano inutili e trascurabili.
Ne fa tesoro invece l’umorista. L’oro, in natura, non si trova frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori ordinariamente buttano via la terra e presentano l’oro in zecchini nuovi, ben colato, ben fuso, ben pesato e con la loro marca e il loro stemma ben impressi.
Ma l’umorista sa che le vicende ordinarie, i particolari comuni, la materialità della vita in somma, così varia e complessa, contradicono poi menti contrarii a tutta quella logica armoniosa dei fatti e dei caratteri concepiti dagli scrittori ordinarii(…)»
Italo Svevo e l’uomo “inetto”
Nel panorama letterario a lui contemporaneo si distingue per una formazione da autodidatta, avvenuta in un contesto mitteleuropeo e caratterizzata da ampie ma non sistematiche letture di autori italiani e dall’attenzione alle sperimentazioni più avanzate della cultura europea, comprese le radici filosofiche e letterarie ottocentesche.
I temi conduttori delle opere di Svevo sono malattia e inettitudine: l’assurdità dei rapporti sociali, la consapevolezza del fallimento, l’inadeguatezza all’esistenza, e la totale imprevedibilità degli eventi che danno così vita a quel cocktail che è la poetica sveviana.
L’incapacità di adeguarsi alla realtà, di prendere decisioni e affrontare problemi caratterizzano la figura dell’inetto, protagonista indiscusso delle opere del nostro autore.
L’insicurezza psicologica rende i personaggi di Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno «incapaci di vivere» in campo amoroso, lavorativo e relazionale.
Alfonso Nitti, Emilio Brentani e Zeno Cosini sono dunque intrappolati da una serie di perturbazioni psicologiche. L’inettitudine ne La coscienza di Zeno invece non è associata alla trag icità come nei precedenti romanzi di Svevo.
Zeno è inquieto, nevrotico, ma disponibile alle trasformazioni, a sperimentare le più varie forme dell’esistenza, ad esplorare l’affascinante «originalità», è un essere in divenire grazie alla sua «mancanza assoluta di uno sviluppo marcato in qualsivoglia senso», mentre i «sani» sono cristallizzati in una forma rigida e immutabile, definitiva, perfettamente compiuti in tutte le loro parti e incapaci di evolversi ulteriormente.
La morale è che la malattia di Zeno in fondo non è una condizione eccezionale e anomala, ma è forse una condizione comune e inalienabile dell’uomo e finisce per scoprire che la «salute» degli altri è anch’essa «malattia», e a sovvertire le nozioni di salute e malattia, di forza e debolezza.
La coscienza di Zeno. Una domanda di matrimonio
Capitolo V “La storia del mio matrimonio”
Dopo la seduta spiritica il protagonista avanza una triplice domanda di matrimonio, prima ad Ada, poi alla dotta Alberta e infine, come estremo ripiego, alla povera Augusta.
A costei, con apparente franchezza, ma in realtà con profonda ipocrisia, Zeno affida la decisione che cambierà la sua vita, evitando di assumersi delle responsabilità in prima persona.
«(…) La risposta era veramente rude. Io dovevo sposare lei e lei me, ed io non domandavo quello ch’essa pensasse né pensavo potrebbe toccarmi di essere costretto a dare delle spiegazioni. Se non facevo altro che quello che tutti volevano.(…)».
«(…) Mi porse la mano paffutella ch’io quasi istintivamente baciai.»
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Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: La scelta
Autore: Giuseppe Di Nardo
Descrizione: la tematica che affronterà in questo percorso formativo ha come obiettivo quello di far luce su un aspetto fondamentale che da sempre ha caratterizzato la vita dell'uomo: la scelta. Prendendo in esame le varie discipline per affrontare questo tema, ho
Materie trattate: italiano, storia, vivaismo, strutture vivaistiche, biologia, zootecnia, chimica, estimo, matematica
Area: tecnologica
Sommario
Nel Novecento la narrativa realistica assume nuovi caratteri in relazione al mutato clima culturale, politico e sociale. L'attenzione degli scrittori si rivolge alla crisi dell'uomo che viene analizzata in tutte le sue componenti e messa in rapporto con il contesto sociale che la determina. Con il romanzo d'analisi l'attenzione dello scrittore si sposta dall'esterno all'interno del personaggio. Al centro della narrazione non sta più il rapporto tra il personaggio e l'ambiente, ma lo scavo interiore che mette a nudo tutte le sfaccettature del sentimento e finanche le pulsioni dell'inconscio.
La nascita della moderna narrativa d'analisi va ricondotta a una serie di importanti trasformazioni che all'inizio del secolo hanno investito l'economia, la società, il pensiero scientifico e filosofico e hanno influenzato la posizione dell'uomo di cultura e il suo rapporto con la realtà. L'aumento vertiginoso della produzione economica comporta infatti la ricerca di nuovi territori in cui esportare le merci e dai quali trarre le materie prime. Contemporaneamente si va diffondendo una mentalità ispirata alla ricerca dell'utile personale, all'egoismo e al rifiuto di qualsiasi sentimento autentico e disinteressato, in particolare di quei valori (libertà, solidarietà, uguaglianza) che avevano guidato la borghesia del primo Ottocento.
L'intellettuale non si sente più integrato in questa società, anzi ne rifiuta la logica dell'utile, il falso perbenismo, l'ipocrisia. A sua volta la società lo respinge perché lo ritiene inutile. Ecco allora nascere la figura dell'inetto, incapace di integrarsi nella società borghese, ma al tempo stesso dotato di un'acuta capacità di penetrazione che gli consente di intuire le contraddizioni e i mali che si annidano sotto le sane apparenze borghesi.
L'organizzazione temporale dei fatti è sostituita ora da un tempo psicologico e soggettivo, il tempo simultaneo, fluttuante, associativo della coscienza. Venendo meno la fondamentale fiducia nei valori della realtà, anche le strutture della narrazione ne sono direttamente coinvolte, dando vita alle due tecniche più innovative del romanzo novecentesco: il monologo interiore e lo stream of consciousness.