La ricostruzione del concetto
Di Dio dopo Auschwitz
Elisa Gesu, 5D
Liceo Scientifico “Giulio Casiraghi”, Cinisello Balsamo (MI)
Anno scolastico 2008-2009
… ti cerco eternamente invano, tu, mio passato?
Tendo le mani e prego – e sperimento la realtà nuova.
Ciò che è passato ritorna a te come parte vivente della tua vita attraverso la gratitudine e il pentimento.
Di Dio cogli nel passato perdono e bontà e prega che t’assista oggi e nel giorno che verrà.
Dietrich Bonhoeffer
Introduzione
Premesse
- Auschwitz come evento storico
Auschwitz come scandalo
- Della religione → Dio non può più rispondere agli attributi tradizionali. Il concetto di Dio si riconsidera in relazione all’uomo.
- Della ragione → l’uomo non può più definirsi razionale, perché Auschwitz è la concreta negazione di questa caratteristica. Crolla il senso dell’uomo in ogni direzione storica.
- Dell’umanità → la colpa metafisica
Il nuovo mondo
- La religiosità nuova → la religiosità dell’uomo attivo e non religioso
- Il nuovo uomo al pari del vecchio → il teatro dell’assurdo come emblema della società contemporanea, in cui fallisce la possibilità di una nuova religiosità (“Waiting for Godot”, Samuel Beckett)
Conclusioni
“Un Dio che è morto, nei campi di sterminio Dio è morto”
Francesco Guccini canta queste parole, proverbiali, nel 1965. Sono passati 20 anni dall’Olocausto.
Sono ormai 20 anni che Dio è morto.
È vero, la morte di sei milioni di ebrei, i campi di sterminio e di lavoro, fra tutti Auschwitz, la paura, l’annientamento di tutto ciò che esiste definibile con l’aggettivo “umano”, sono gocce che avvelenano, annientano il divino.
O meglio, la percezione che l’uomo ha del divino, perché come lo stesso Immanuel Kant afferma, l’uomo può cogliere solo il fenomeno, ciò che appare, e nulla dell’essenza.
Non importa cosa sia accaduto prima, nulla del divino, ora, appare. Ma la stessa essenza, l’esistenza, su cui si è fatto affidamento per tutto il corso della Storia, a prescindere dalle convinzioni personali, dalle dottrine religiose e filosofiche che permeano i diversi momenti, quella certezza che costituisce il più grande fondamento dell’umanità, il più grande punto di riferimento, mai veramente scosso finora, ora viene messo in dubbio: non esiste più il garante dell’amore, della vita, ma, soprattutto, del significato dell’esistenza.
L’umanità è orfana dell’assoluto, del totalmente altro. L’umanità è orfana di se stessa perché perde il suo significato. Si mette in dubbio l’origine e, con essa, la fine.
L’opera di annientamento dell’identità personale e della memoria messa in atto dalla politica nazista ha, in ultimo, l’effetto di suscitare domande, inscindibili dall’uomo fin dalla sua comparsa, che ora non possono più in alcun modo essere ignorate.
Esistono bontà e giustizia, i primi principi messi in discussione da questi avvenimenti, gli strumenti, le virtù che, così ci hanno sempre insegnato, sono necessarie per vivere?
Esiste la felicità, non è una favola che consente all’uomo di vivere, esiste davvero per chi lotta per essa, compie il giusto, la merita?
Esiste un significato, la verità dell’esistenza di ognuno, la certezza dell’utilità di ogni attimo speso, della necessarietà di ognuno, dell’insensatezza del sentimento di vuoto che lacera l’uomo, che ognuno finge di colmare, in cui ognuno si perde, che necessita di essere dissolto?
Esiste qualcosa per cui vale la pena vivere, davvero, che non sia contingente, ma totalmente necessario, fine a se stesso, su cui non si possono fare domande, su cui non esistono risposte perché tutto è già insito in esso, esiste un’entità che sollevi l’uomo dal peso di dover bastare a se stesso?
Nel corso di queste domande, ricorrono le parole “vita”, “vivere”. Questo perché la condizione di vita è l’unica certezza con cui l’uomo nasce. Ciò non significa che sia sufficiente. Questa stessa vita è volta alla ricerca di un ente superiore. Paradossalmente, la ricerca della causa, è il fine supremo.
Questa appare una struttura circolare e, dunque, classicamente, dominata dall’armonia: eppure tutti la riconosciamo essere fonte primaria di dissidio.
“Dio è risorto”, così conclude Guccini.
Questo percorso si pone di verificare se davvero Dio è risorto, se l’uomo, negli ultimi sessant’anni ha trovato la forza in se stesso di fare il “Salto” ed avere fiducia, nuovamente, nel totalmente altro.
Oppure, se questa scossa è stata tanto forte da avere messo in crisi del tutto le possibilità dell’uomo contemporaneo di credere davvero di avere un significato, segnando una morte del tutto umana del divino: eterna.
Qualunque sia il risultato, ciò che è davvero importante è la reale natura dell’uomo che si realizza pienamente solo quando cerca l’assoluto, completamente fuori di sé ed al contempo completamente coincidente con la ricerca di se stesso.
Dopo tutto, lo stesso Platone scrive, nel Fedone: “Pare a me, o Socrate, e forse anche a te, che la verità sicura in queste cose nella vita presente non si possa raggiungere in alcun modo, o per lo meno con grandissima difficoltà. Però io penso che sia una viltà non studiare sotto ogni rispetto le cose che sono state dette in proposito, e lo smettere le ricerche prima di aver esaminato ogni mezzo”.
Premesse – Auschwitz come evento storico
Il termine “Auschwitz” verrà qui utilizzato, come spesso nelle considerazioni contemporanee sull’argomento, nella sua valenza emblematica, cioè come nucleo (una parola di pietra, si potrebbe dire) che sintetizza in sé tutta la violenza e la criminalità nazista.
In esso si manifesta ogni volto della barbarie nazista: deportazione di prigionieri politici e di guerra, di detenuti comuni, di omosessuali, sperimentazioni mediche, lavoro coatto, sterminio attraverso il lavoro, sterminio diretto.
Auschwitz è il termine ultimo dell’istituzione criminale nazista, tanto cronologicamente quanto nell’obiettivo: è la soluzione finale, che va oltre il sottrarre la vita, ma giunge a “sottrarre all’uomo la sua stessa umanità” (Hanna Arendt).
La logica dello sterminio si avvia con l’invasione della Polonia e va incontro ad un brutale incremento con l’invasione dell’Unione Sovietica. I mezzi in esso impiegati, così come il personale che vi partecipa, erano stati ampiamente collaudati a partire dal 1939 nell’ambito dell’operazione T4, il programma di eutanasia messo in atto per sopprimere le “bocche inutili” che malati mentali e incurabili costituivano e solo dopo estesi alle razze inferiori da annientare: ebrei e zingari.
Ma Auschwitz come evento storico chiama in causa un aspetto in particolare dell’individuo: la coscienza storica. L’evento rappresenta una cesura definitiva con essa, per come fino a questo momento era stata intesa: sconvolge la nostra visione storica del mondo. La storicità prima di Auschwitz è dominata dalle grandi figure emblematiche che forgiano l’Europa, formando una coscienza storica ampiamente condivisa. Caratteristica dominante di questa coscienza era la convinzione ch’essa fosse riuscita a superare i momenti storici “contraddittori” che l’avevano plasmata attraverso il tempo. Essa affermava la propria superiorità sulla altre culture, si nutriva della fiducia nelle proprie possibilità.
Già dopo la Prima Guerra Mondiale il mondo non può più essere considerato quello di prima, ma questo conflitto è ancora in certa misura razionalizzabile e perciò inquadrabile in questa elaborata costruzione che la coscienza storica rappresenta.
L’evento Auschwitz spezza questa forma di storicità, e frantuma questa forma di coscienza storica. Esso è la negazione assoluta e radicale del principio umano, del principio di unità della specie. Fino ad allora, nonostante tutte le barbarie portate agli occhi dell’uomo attraverso i secoli, si era ammessa l’integrità della sfera dei valori riconducibili al concetto di “umanità”.
La nostra coscienza storica, che a questa genesi si riconduce, mostra le proprie crepe se messa a confronto con questa situazione: essa si dimostra incapace di integrare in sé la realtà di questo evento, di ammetterlo possibile e immaginabile, e reagisce secondo strategie diverse: il negazionismo nasce laddove la coscienza storica si rifiuta totalmente di ammettere l’evento Auschwitz come verificato, cancellando con esso otto milioni di vittime; questo atteggiamento non si dimostra peggiore di un’assoluta demonizzazione dell’intero stato nazista, come improvviso palesarsi di forze oscure e irrazionali che avrebbero deviato la storia fuori dalla storia; atteggiamento differente, ma tanto complesso quanto diffuso, vede la razionalizzazione dell’evento attraverso procedimenti comparativi e analogici. Il risultato è quello di storicizzarlo come prodotto di leggi razionali più ampie e a lungo termine ma anche, inevitabilmente di banalizzarlo attraverso quello che viene definito “revisionismo”.
Si riconosce, in ultimo, la strategia definita “funzionalista”, che comporta numerosi risvolti positivi, tra i quali un approfondimento nella conoscenza e nella comprensione dell’evento, attraverso una meticolosa analisi delle strutture e del funzionamento del Terzo Reich. Tutto ciò comporta, però, un distacco, una certa dose di asetticità nell’affrontare l’evento.
Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: La ricostruzione del concetto di Dio dopo Auschwitz
Autore: Gesù Elisa
Scuola: Liceo scientifico
Descrizione: "Un Dio che è morto, nei campi di sterminio Dio è morto" Francesco Guccini canta queste parole, proverbiali, nel 1965. Sono passati 20 anni dall'Olocausto. Sono ormai 20 anni che Dio è morto. È vero, la morte di sei milioni di ebrei, i campi di sterminio e di lavoro, fra tutti Auschwitz, la paura, l'annientamento di tutto ciò che esiste definibile con l'aggettivo "umano", sono gocce che avvelenano, annientano il divino. O meglio, la percezione che l'uomo ha del divino, perché come lo stesso Immanuel Kant afferma, l'uomo può cogliere solo il fenomeno, ciò che appare, e nulla dell'essenza. Non importa cosa sia accaduto prima, nulla del divino, ora, appare. Ma la stessa essenza, l'esistenza, su cui si è fatto affidamento per tutto il corso della Storia, a prescindere dalle convinzioni personali, dalle dottrine religiose e filosofiche che permeano i diversi momenti, quella certezza che costituisce il più grande fondamento dell'umanità, il più grande punto di riferimento, mai veramente scosso finora, ora viene messo in dubbio: non esiste più il garante dell'amore, della vita, ma, soprattutto, del significato dell'esistenza. L'umanità è orfana dell'assoluto, del totalmente altro. L'umanità è orfana di se stessa perché perde il suo significato. Si mette in dubbio l'origine e, con essa, la fine. L'opera di annientamento dell'identità personale e della memoria messa in atto dalla politica nazista ha, in ultimo, l'effetto di suscitare domande, inscindibili dall'uomo fin dalla sua comparsa, che ora non possono più in alcun modo essere ignorate.</p>
Esistono bontà e giustizia, i primi principi messi in discussione da questi avvenimenti, gli strumenti, le virtù che, così ci hanno sempre insegnato, sono necessarie per vivere? Esiste la felicità, non è una favola che consente all'uomo di vivere, esiste davvero per chi lotta per essa, compie il giusto, la merita? Esiste un significato, la verità dell'esistenza di ognuno, la certezza dell'utilità di ogni attimo speso, della necessarietà di ognuno, dell'insensatezza del sentimento di vuoto che lacera l'uomo, che ognuno finge di colmare, in cui ognuno si perde, che necessita di essere dissolto? Esiste qualcosa per cui vale la pena vivere, davvero, che non sia contingente, ma totalmente necessario, fine a se stesso, su cui non si possono fare domande, su cui non esistono risposte perché tutto è già insito in esso, esiste un'entità che sollevi l'uomo dal peso di dover bastare a se stesso?</p>
Nel corso di queste domande, ricorrono le parole "vita", "vivere". Questo perché la condizione di vita è l'unica certezza con cui l'uomo nasce. Ciò non significa che sia sufficiente. Questa stessa vita è volta alla ricerca di un ente superiore. Paradossalmente, la ricerca della causa, è il fine supremo. Questa appare una struttura circolare e, dunque, classicamente, dominata dall'armonia: eppure tutti la riconosciamo essere fonte primaria di dissidio. "Dio è risorto", così conclude Guccini. Questo percorso si pone di verificare se davvero Dio è risorto, se l'uomo, negli ultimi sessant'anni ha trovato la forza in se stesso di fare il "Salto" ed avere fiducia, nuovamente, nel totalmente altro. Oppure, se questa scossa è stata tanto forte da avere messo in crisi del tutto le possibilità dell'uomo contemporaneo di credere davvero di avere un significato, segnando una morte del tutto umana del divino: eterna.</p>
Materie trattate: Filosofia (Jonas, Jaspers, Horkheimer, Bonhoeffer), Inglese (Samuel Beckett)
Area: umanistica
Sommario
Auschwitz come scandalo:
- 1- della religione → Dio non può più rispondere agli attributi tradizionali. Il concetto di Dio si riconsidera in relazione all'uomo.
- 2- della ragione → l'uomo non può più definirsi razionale, perché Auschwitz è la concreta negazione di questa caratteristica. Crolla il senso dell'uomo in ogni direzione storica.
- 3- dell'umanità → la colpa metafisica ↓
Il nuovo mondo:
- 1- la religiosità nuova → la religiosità dell'uomo attivo e non religioso
- 2- il nuovo uomo al pari del vecchio → il teatro dell'assurdo come emblema della società contemporanea, in cui fallisce la possibilità di una nuova religiosità ("Waiting for Godot", Samuel Beckett)