La crisi dell’individuo nel Novecento
Premessa
È vero che, come spesso si sente dire, oggi stiamo vivendo in un’epoca senza valori? È questo che porta l’individuo e l’intera umanità alla cosiddetta crisi esistenziale?
Voglio partire da qui per sviluppare la mia tesi, considerando ciò che avviene ora, nel XXI secolo, per risalire poi alle cause, alle origini.
Ai giorni nostri siamo continuamente scossi da notizie tragiche, suicidi, omicidi, genitori che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori, stragi più o meno annunciate e attribuite a momenti di follia o ad un termine ormai abusato come la depressione. Spesso si sente dire che tutto questo dipende dalla mancanza di quei valori che dovrebbero guidarci e darci una giusta dimensione della realtà. Ma come si può spiegare questa crisi di valori?
Spesso si tende a dare risposte sbrigative e forse troppo semplicistiche del tipo “il mondo cambia”, “non è più il mondo di una volta”, “gli interessi cambiano con le generazioni”.
Leggendo interviste di uomini e ragazzi scopriamo che in cima alle loro priorità ci sono gli affetti, la famiglia e gli amici, non la carriera, non il successo, non il denaro. Ma è sugli stessi giornali che leggiamo di ragazzini che uccidono genitori, fratelli, amici, per i motivi più futili, motivi che però portano a distruggere una vita. Magari proprio la vita di qualcuno che fino a poco prima era un punto di riferimento.
Leggiamo i sondaggi che ci dicono come molti genitori siano preoccupati dell’avvenire dei loro figli, delle prospettive che la società potrà offrire loro, ma allo stesso tempo sentiamo parlare di quegli stessi genitori che abusano dei figli, che stravolgono le loro vite, che non hanno tempo per fermarsi e chiedere loro “cosa pensi?”, o forse lo fanno, ma senza essere veramente interessati alla risposta che ricevono.
Si ha l’impressione che quello che sfugge al nostro controllo e alla nostra comprensione crei un senso di disagio, ma perché si arriva a temere così tanto quello che non si riesce a capire e a spiegare?
È possibile che un problema, un’incomprensione, possa diventare un motivo sufficiente per cancellare la vita di una persona che ci è vicina? A dettare questi gesti estremi troviamo spesso un’incapacità di chi li compie ad affermare la propria individualità: è il problema irrisolto della costituzione di un proprio io distinto da quello di chi lo circonda.
Questo crea un forte disorientamento e porta all’impossibilità di percepire e definire con chiarezza la propria individualità. Non potersi definire equivale a non esistere, la paura di perdere la propria identità spinge a temere e a sfuggire ogni elemento di disturbo che, mettendo in crisi dei valori già per sé incerti, può aumentare il disagio generato dalle proprie incertezze.
Ogni situazione che mette in dubbio e destabilizza questa precaria conoscenza di sé mette in dubbio la stessa essenza dell’individuo. La formazione e l’essenza stessa del proprio io vengono vissute come esperienze assolutamente autonome, finalizzate a far prevalere la propria personalità. L’individualità, le proprie esigenze, i propri pensieri, finiscono per prendere il sopravvento su tutto quello che ci circonda.
Ciascuno di noi non è più solo una persona, ma è quello che riesce a dimostrare di essere e questo ci carica di una forte responsabilità: rispondere di fronte a tutti delle nostre scelte e dell’indirizzo del nostro pensiero; ma difendere le proprie scelte è un’impresa insostenibile se non si può contare su delle certezze.
Ma ora voglio partire dall’inizio. Come mai l’umanità ha iniziato a perdere fiducia nel proprio io e nei valori portanti della società occidentale?
Il concetto di identità singolare e definita è entrato in crisi lungo il corso della modernità, all’inizio del Novecento, a seguito dello sviluppo degli spazi di incertezza, di arbitrio ma anche di libertà e di scelta individuale.
Da qui derivano le difficoltà per i soggetti individuali e quelli collettivi, come popoli, comunità di famiglie, di fondare una propria identità su precisi punti di riferimento, ossia di riconoscersi in un sistema di regole di vita, di valori morali, di aspettative sociali, di visioni del mondo condivise e ritenute valide.
La perdita d’identità coinvolge sia la sfera delle percezioni e delle emozioni individuali, sia quella più ampia di un insieme condiviso di valori sociali, etici, culturali, estetici. Poi ancora la crisi dell’individuo coinvolge la sfera metafisica, quella cioè che riguarda i concetti astratti di autenticità e di verità.
Ciò che scompare è una visione autentica e una concezione “naturale” dell’esistenza che in passato si risolveva nel ciclo “vita-morte”.
Il Novecento è un secolo che raccoglie e sviluppa la crisi di fine Ottocento. Siamo ormai lontani dal determinismo scientifico del naturalismo francese, dall’idealismo assoluto di Hegel e dal giustificazionismo positivista di Comte.
La fiducia nelle ideologie dell’Ottocento è venuta meno, Nietzsche sconvolge le ideologie drammatizzando la “morte di Dio”: inizia così il declino delle false certezze, l’uomo attraversa una crisi profonda, è solo, atterrito, annichilito, senza senso, non riesce a conoscersi e ad integrarsi in un mondo totalmente sconvolto dalle nuove rivelazioni filosofiche, scientifiche ed artistico-letterarie.
L’urlo che anticipa un secolo
“Camminavo sulla strada con due amici, il sole tramontava, sentii come una vampata di malinconia, il cielo divenne improvvisamente rosso sangue. Mi arrestai. Mi appoggiai al parapetto, stanco da morire… rimasi là, tremando d’angoscia e sentivo come un grande interminabile grido che attraversava la natura”.
[Edvard Munch]
A fine Ottocento si sviluppa in ambito artistico la corrente espressionista, i cui esponenti mirano a trasportare dal piano emotivo a quello figurativo il disagio interiore maturato in una società ormai divenuta avversa alla totalità degli uomini.
Ciò che caratterizza gli espressionisti è un uso forte del colore, intriso di angoscia e tormento, atto a mostrare l’interiorità turbata e desolata degli artisti. Edvard
Chi meglio, a mio avviso, trasmette figurativamente tale pensiero è il norvegese Munch (Loten, 1863 - Oslo, 1944).
Egli ricerca le forze nascoste dell’esistenza, le riorganizza, le intensifica allo scopo di definire, il più chiaramente possibile, gli effetti della vita umana nei suoi meccanismi inconsci e nei suoi conflitti con le altre vite.
La sua pittura esprime la solitudine e la disumanizzazione della società borghese, l’angoscia e il senso della morte che segnano la condizione dell’uomo contemporaneo. Tale visione pessimistica nasce a seguito di lutti famigliari e problemi esistenziali che lo portano, nel 1893, a dipingere il suo maggior capolavoro, “Il grido”.
Si può parlare di un urlo che anticipa, già a fine dell’Ottocento, il dramma dell’individuo che si svilupperà nel secolo successivo.
Non esiste alcuna mediazione tra mondo dipinto e mondo reale: colori e natura esistono in funzione della percezione interiore, ogni cosa diviene specchio dell’anima.
L’artista cerca di descrivere le proprie emozioni in modo da generalizzarle adattandole alla vita interiore di ogni uomo, l’urlo diventa dunque l’emblema del dolore universale.
L’opera rappresenta simbolicamente il tormento esistenziale dell’io, l’irrimediabile perdita d’armonia tra l’uomo e il cosmo, la visione del mondo come un’entità estranea all’esistente.
La creatura in primo piano sbarra gli occhi, tiene le mani alle orecchie per non udire un urlo che è al contempo suo e del mondo circostante. È l’immagine di un qualsiasi essere umano, senza sesso, senza razza, senza età, ridotto ai minimi termini, tanto che il corpo stesso perde forma, ondeggia.
Ciò che si vuole sottolineare è la perdita d’equilibrio: le linee ondeggiano e sembrano essere risucchiate da un vortice; il ponte scivola verso l’osservatore, coinvolgendolo.
L’uomo è atterrito, angosciato, annichilito. Non ha volto, non ha identità, non ha sguardo: ciò che resta è l’urlo, unico atto di resistenza in un mondo vuoto, privo ormai di alcun senso, privo di certezze, di riferimenti metafisici, Dio muore, e con lui tutti i riferimenti illusori sui quali si era fondata la società dell’Ottocento.
Nietzsche e la morte di Dio
Chi riprende a pieno titolo la visione annichilita dell’esistente è Friedrich Nietzsche, il filosofo tedesco (Roecken, 1844 – Weimar, 1900).
Egli pone in discussione la civiltà e la filosofia dell’Occidente, basata sul cristianesimo, distruggendo le certezze del passato.
Nietzsche sostiene che il cristianesimo non ha mai amato la vita ma ne ha sempre auspicato una nuova, diversa, anzi, del tutto opposta a quella reale.
Tale religione, sostiene il filosofo, è ricorsa a Dio come centro di garanzia di una vita così fatta, l’ha annunciata come vera vita, ha avvelenato l’umanità, ha imposto valori contrari all’esistenza reale.
La morale cristiana è tipica dei deboli, dei vinti, degli schiavi che, mossi dal risentimento verso tutto ciò che è nobile, bello e aristocratico, dice Nietzsche, non hanno altra arma per combatterlo se non la mistificazione.
Questi uomini hanno rovesciato tutti i valori, hanno reso nobile ciò che è brutto, morale ciò che è immorale nei confronti della vita.
Se il cristianesimo è una bugia, un’illusione, allora cosa rimane dopo che la sua maschera è caduta? Niente, un abissale nulla.
Premessa sulla degenerazione dei valori nel XXI secolo
L'urlo che anticipa il secolo, Munch. Cause da cercare nella perdita di valori all'inizio del 900: morte di Dio di Nietzsche, esistenzialismo ateo di Sartre. Teatro dell'assurdo di Beckett e disumani.
Materie trattate: arte, filosofia, inglese, italiano e storia