Estratto del documento

Premessa

Pag. 3

Appendice

Luigi Pirandello (letteratura italiana)

Pag. 26

Appendice

Petronio (Latino)

Pag. 28

Bibliografia/Sitografia

Pag. 30

La crisi dei valori: premessa

La molteplicità della realtà

Il concetto di relativismo gnoseologico è presente fin dai tempi della prima sofistica: furono infatti i grandi filosofi greci Protagora e Gorgia, seguiti poi dai loro allievi, ad introdurlo nella cultura occidentale.

Il relativismo ci insegna che una verità assoluta non esiste, oppure che, anche se esiste, o non è conoscibile o è conoscibile ed esprimibile soltanto parzialmente (appunto, relativamente); gli individui possono dunque ottenere solo conoscenze relative, in quanto ogni affermazione è riferita a particolari fattori e solo in riferimento ad essi è vera.

Questa dottrina filosofica è chiaramente sopravvissuta al passare del tempo giungendo a noi attraverso l’insegnamento di Popper, Montaigne e molti altri, declinandosi, secondo i tempi e i luoghi, in forme diverse e articolate: possiamo parlare di relativismo culturale, morale, conoscitivo e così via per ogni aspetto del reale e del vissuto.

La mia sintesi, concisa e -spero- efficace, vorrebbe essere, come vedremo in seguito, la base per un più ampio ragionamento sulla cultura europea del periodo a cavallo tra ‘800 e ’900 e sulla molteplicità delle sue forme, spesso di radice innovativa, come l’avanguardia svizzera del dadaismo e l’italianissimo futurismo, e volte nostalgiche e con un occhio rivolto al passato, come il decadentismo.

Il Gatto del Cheshire

« Gatto del Cheshire, » chiese Alice, « mi diresti per favore, che strada devo prendere per andarmene da qui? »

« Dipende molto da dove vuoi andare » disse il Gatto.

« Non mi importa molto il dove » disse Alice.

« Allora non importa quale strada prendi » disse il Gatto.

Lewis Carroll - Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie (1865)

Carrol scrive il suo libro alle porte della seconda rivoluzione industriale che prenderà il via, convenzionalmente, nel 1870. Questo periodo di boom economico e tecnologico, che portò all’affermazione definitiva di quella borghesia novecentesca che poi D’Annunzio definirà « grigio diluvio democratico », generò nuove scale di valori e nuovi modelli, che tutt’ora si perpetuano, per l’uomo moderno: era venuta meno l’élite dell’essere, soppiantata da quella dell’avere.

L’omuncolo piccolo-borghese non ebbe grossi problemi ad integrarsi nella nuova e sfavillante società di massa proposta dal modello capitalista inglese e poi americano, ma per gli intellettuali di fine secolo non fu altrettanto facile. E fu così che in un momento in cui i vecchi valori, quelli dettati dai testi sacri e ispirati dalle parole dei grandi uomini andavano progressivamente perdendosi nella storia, i pensatori dell’Ottocento, dovettero crearsene di nuovi: le strade che si aprirono innanzi a loro furono molteplici, tutte frutto di considerazioni e scelte personali maturate dai valori nei quali si riconobbero.

Come dice il gatto del Cheshire, non è importante la strada che si intraprende, quando alle spalle delle proprie decisioni non c’è nulla. Ognuno, disse Moliére, si crea i suoi valori.

La fabbrica dei valori: il richiamo al presente

Nella società odierna, il sistema di fabbrica si è sviluppato al punto di divenire con i suoi diversi prodotti, una vera industria di valori, acquistabili a buon prezzo e spesso legati agli e bassi del mercato.

Ritengo che i grandi pensatori ottocenteschi, più di molti altri, possano essere, con la loro fantasia ed originalità, un’ottima fonte di riflessioni e di idee, da cui trarre ispirazione per formulare un pensiero e una sistema d’approccio alla realtà proprio, tra le molte persone che si preoccupano poco di interpretare il mondo e affidano se stessi a morali impacchettate e pronte all’uso.

L’albero e le sue foglie

Perché, infine, la scelta di un albero spoglio in copertina? A mio parere rappresenta metaforicamente il succo della ricerca: in un’epoca in cui i valori precedentemente dettati dalle antiche istituzioni vengono persi a causa delle trasformazioni sociali in atto, la vita delle persone appare spoglia ed insignificante, basata su nuove morali che nascondono un vuoto di fondo.

Ed ecco che quindi l’albero diventa metafora dell’individuo stesso, che, nei casi degli intellettuali che andremo ad analizzare, riusciranno ad immaginarsi una loro propria primavera sublimandosi in un mondo di valori nuovi ed innovativi o, talvolta, recuperando antiche tradizioni.

La crisi dei valori: panoramica storica

L’affollata società di massa

Il periodo che andremo ad analizzare comprende gli anni che vanno dalla prima grande crisi economica capitalista alla seconda, la più nota crisi di Wall Street del 1929.

Infatti, al contrario di quanto alcuni sostengono, la società di massa non nasce nel secondo dopo guerra, ma prende forma già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. In questo periodo, grazie alla seconda rivoluzione industriale e alla sempre più alta concentrazione di abitanti nelle città, si iniziarono a sviluppare i fenomeni che tutt’oggi identificano la società di massa. Primo fra tutti fu la scomparsa dell’individuo a favore del gruppo, che assunse un’identità politica e sociale di rilevante importanza. In secondo luogo avvenne il fenomeno del riempimento, sintetizzabile con le parole che il filosofo spagnolo Ortega y Gasset usa per definire le città industrializzate di fine Ottocento:

« Le città sono piene di gente. Le case, piene di inquilini. Gli alberghi, pieni di ospiti. I treni, pieni di viaggiatori. I caffè, pieni di consumatori. Le strade, piene di passanti. Le anticamere dei medici più noti, piene di ammalati. Gli spettacoli, pieni di spettatori. »

In questo nuovo ordine sociale diventò sempre più importante la partecipazione ai meccanismi circolari dell’economia di mercato da parte della maggioranza della popolazione: le abitudini delle antiche società contadine e artigiane furono dimenticate per lasciare spazio a nuovi comportamenti quotidiani improntati su modelli generali. Inoltre con i progressi della tecnica e della scienza, che portarono alla diffusione dell’illuminazione elettrica, dell’acqua potabile e delle automobili, anche lo stile di vita che fino a pochi anni prima era riservato solo alle classi abbienti della società diventò accessibile alla maggior parte della popolazione.

Anche il settore dei servizi acquistò rilevanza, infatti si cominciò a prestare attenzione al commercio e soprattutto all’istruzione: diventata obbligatoria e gratuita, organizzata (e soprattutto finanziata) dallo Stato riuscì, se non a combattere, a diminuire la piaga sociale dell’analfabetismo.

Con l’alfabetizzazione crescente aumentarono naturalmente i fruitori della carta stampata che, insieme alla nuovissima radio, fu alla base della massificazione dei partiti e veicolò i messaggi propagandistici delle organizzazioni sindacali.

La grande depressione

La crescita sociale legata alla crescita economica, fu la base della nascita del capitalismo. Il raddoppio della produzione industriale, l’aumento dei salari e il conseguente sviluppo del mercato portarono alla diffusione di ottimismo in tutto l’Occidente. I meccanismi del capitalismo però, come teorizzò Marx ne il Capitale, sono regolati da un ciclo destinato a momenti di crescita alternati a periodi di lieve calo o di profonda crisi. Il primo di questi momenti di crisi fu il periodo conosciuto come la prima Grande Depressione, che si ebbe fra il 1873 e il 1896.

Questa fase storica si aprì quando l’incessante crescita economica dovuta alla seconda rivoluzione industriale si fermò improvvisamente dopo trent’anni. Il fallimento della banca newyorkese di Jay Cooke diede il via ad un'ondata di panico che si diffuse nell'economia americana e poi in tutti gli altri paesi industrializzati. Nel giro di pochi mesi la produzione industriale degli Stati Uniti cadde di un terzo per la mancanza di acquirenti parallelamente all’aumento smisurato della disoccupazione. Presto la crisi si diffuse anche in Europa. I tentativi di rimedio, frutto di menti ancora inesperte e abituate alle crisi precapitalistiche date dalla carestia, predilessero i licenziamenti e le diminuzioni dei salari, che trascinarono sempre più le industrie ed i paesi nel vortice della crisi.

Alla crisi industriale, in questo periodo si affiancò anche una crisi agraria dovuta alla chiusura dei mercati ad opera dei singoli stati. Infatti, sull’onda delle innovazioni tecnologiche, molti stati producevano beni in surplus che però non potevano essere importati da altri paesi a causa dei dazi che venivano imposti dai produttori interni per non vedere diminuito il valore dei propri prodotti.

Il grano americano e la siderurgia europea

Celebre fu l’episodio del grano americano: negli Stati Uniti vi era una sovrapproduzione di grano dovuta all'ampiezza degli spazi coltivati e alla bassa densità di popolazione. I progressi nei trasporti consentivano sempre più i trasporti a lunghe distanze cosicché gli USA divennero esportatori di grano in Europa. L'Europa, che di bocche da sfamare ne aveva tante, acquistava il grano americano a prezzo più basso rispetto alla produzione locale. Questo danneggiava i proprietari terrieri europei, i quali imposero ai governi i dazi per bloccare le importazioni dall'America, causando un’eccedenza di grano in USA con il conseguente abbandono di terre coltivate e disoccupazione.

Analogamente potremmo fare l’esempio opposto con le imprese siderurgiche europee, in particolar modo quelle tedesche, cresciute con le riparazioni di guerra francesi, le quali tecnologicamente avanzate ed efficienti, trovano blindati i porti statunitensi a causa degli altissimi dazi governativi imposti a tutela delle nuove e deboli industrie d’oltreoceano.

Possiamo dire comunque che i dazi europei servirono a poco, poiché lo scenario che si venne a delineare a fine ‘800 vide l’economia americana in tutto il suo strapotere esportare ben il 59% in più di quella europea. Percentuale notevole se confrontata con i dati del 1870 che segnavano un divario del 5-6% tra i due continenti. A livello nazionale, inoltre, i paesi meno sviluppati come l’Italia, diventarono sempre più dipendenti dai mercati esteri, soprattutto quello del nord America.

Monopoli e banche miste: l’antibiotico alla crisi

Col finire della crisi si aprì una nuova fase di capitalismo organizzato, ovvero un capitalismo più cosciente, con l’accettazione da parte delle imprese di un piccolo aiuto dei governi per rialzarsi dalla crisi che le aveva messe in ginocchio. Contemporaneamente si svilupparono i monopoli, volti ad eliminare la violenta concorrenza tra le aziende, permettendo un rialzo dei prezzi e aumentando il potere delle singole imprese. Si ebbe così un numero maggiore di posti di lavoro e la ripresa definitiva dell’economia.

Questa tecnica, detta della concentrazione, dopo essere stata brillantemente applicata all’industria, fu utilizzata anche a livello finanziario dando così vita alle banche miste. Queste istituzioni, fondendo la banca commerciale (che raccoglieva i risparmi dei lavoratori) e quella d’affari (che investiva nelle imprese), riuscirono ad avere la disponibilità di capitali necessari per investire e risanare le aziende.

La prima guerra mondiale, il cammino verso la seconda depressione

All’inizio del Novecento, si susseguirono avvenimenti di rilevante importanza come la prima guerra mondiale, la rivoluzione in Russia e l’avvento del fascismo in Italia. Questi fatti ebbero come conseguenza una profonda crisi morale: le certezze degli uomini crollarono dinnanzi al trascorrere degli eventi che spesso si erano rivelati imprevedibili e distruttivi.

Dopo questi tragici trascorsi, le persone trovarono finalmente conforto, in particolar modo il popolo americano, nell’ondata di ottimismo che si diffuse grazie alla crescita economica post bellica. Fu questa rinnovata fiducia nell’economia e nel benessere che trascinò il mondo verso la prima crisi economica del secolo, conosciuta come la seconda Grande Depressione.

Gli Stati Uniti, entrati in guerra a conflitto quasi concluso e avendo a disposizione un potente esercito, non subirono gravissimi danni e i soldati americani, al ritorno in patria, si trovarono davanti ad un futuro nuovo e tutto da inventare. Proprio grazie a questa fiducia nel futuro i grandi e medi risparmiatori iniziarono ad investire in borsa sempre di più, osservando i valori crescere in maniera esponenziale e trascinando nel vortice del facile guadagno anche i piccoli risparmiatori, fiduciosi nell’affidare i propri averi all’economia virtuale.

La società, già massificata, si uniformò ancora di più: tutti potevano giocare, tutti potevano avere in casa l’automobile, il tostapane, l’elettricità. In questa febbre del gioco, nessuno pensava che un giorno la crescita economica si sarebbe però arrestata. Inaspettatamente accadde.

Le dinamiche della crisi economica

Taylorismo

Teoria riguardante il management esposta da Frederick Winslow Taylor.

È alla base del moderno sistema di fabbrica e si propone di organizzare il lavoro secondo tre fasi:

  • Analizzare le caratteristiche della mansione da svolgere;
  • Creare il prototipo del lavoratore adatto a quel tipo di mansione;
  • Selezionare il lavoratore ideale, al fine di formarlo e introdurlo nell’azienda.

Come accennato in precedenza, gli anni 20 videro un grandissimo sviluppo dell’economia mondiale. Furono gli Stati Uniti a capeggiarne l’avanzamento esportando in tutto il mondo i concetti di produzione di massa e taylorismo.

L’alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi: ciò favoriva gli investimenti che facevano a loro volta aumentare la produzione. Ma questa crescita nei primi anni del dopoguerra era sostenuta dai risparmi dei contribuenti, dalle pensioni dei reduci e dai prestiti facili.

Al crescere delle quotazioni di borsa, gli investitori americani preferirono concentrarsi sulla compravendita di azioni che sul vero sbocco della loro economia, ovvero gli investimenti extracontinentali. Chiusi i rubinetti all’Europa, già dal giugno 1929 le esportazioni si erano fermate: la reazione degli operatori di borsa a settembre, cioè alla riapertura delle transazioni di mercato, fu la vendita massiccia, che provocò una flessione del 17%. Nei mesi successivi ci fu un lieve recupero, a cui seguì il tracollo.

Era giovedì 24 ottobre 1929: molte persone misero in vendita le proprie azioni. Pochissimi comprarono: fu il panico. Alle 12.30, un gruppo di banchieri rese disponibile denaro per sostenere il mercato, per quel giorno la borsa fu salva. Il lunedì non fu buono, ma il martedì, arrivò il crollo: gli operatori, insieme ai piccoli risparmiatori, per realizzare i guadagni ottenuti, liquidarono 13 milioni di pacchetti azionari. Fu l’inizio di un’affannosa corsa alle vendite che generò una naturale caduta del valore dei titoli.

Le banche fallirono, e le poche che si salvarono, restrinsero il credito al consumo. Le piccole imprese, non vendendo più a causa della povertà dilagante, entrarono in crisi di sovrapproduzione e furono costrette a tagliare i salari, o il rifornimento di materie prime. Questi fattori portarono infine alla spirale per la quale i bassi salari e la disoccupazione diminuivano i consumi, la cui caduta colpiva nuovamente le imprese spingendole ad altri licenziamenti e altri tagli.

La crisi si fece sentire anche nel resto del mondo poiché i flussi creditizi americani agli stati distrutti dalla guerra furono ulteriormente diminuiti, fino alla totale interruzione. Inoltre il governo degli Stati Uniti, potenza egemone sul piano economico, invece di favorire gli scambi per una ripresa, decise di adottare una politica protezionistica abbandonando gli stati europei e sudamericani al loro destino.

Gli effetti furono devastanti: 13 milioni di disoccupati negli Stati Uniti, 6 milioni in Germania e 3 milioni nella Gran Bretagna.

La fine del capitalismo puro

Crollarono insieme ai valori di borsa anche gli ideali di un’epoca, l’ottimismo si spense, e quello stile di vita che così facilmente era arrivato ad essere alla portata di tutti diventò invece ancora più elitario.

Per ricominciare, negli Usa, come nel resto del mondo, si presero dei provvedimenti che miravano ad una rapida ripresa del sistema economico. Le prime risoluzioni furono proposte dal nuovo presidente Franklin Delano Roosevelt e che capì di trovarsi di fronte ad un trauma sociale collettivo senza precedenti. I suoi primi cento giorni furono una drastica iniezione di fiducia, riassumibile col passaggio dallo Stato liberale a quello interventista in materia economica: il New Deal, prodotto dell’empirismo senza un piano accuratamente concertato, venne alla luce così, col contributo fondamentale del presidente e del suo brain trust. L’entusiasmo e la sensazione di ripartire coinvolsero tutti.

Oltre ai fiduciosi discorsi che il neo presidente rivolse al popolo, furono proposte delle concrete soluzioni mirate a dare lavoro ai milioni e milioni di disoccupati. Tra questi i più rilevanti furono la Tennessee Valley Authority, agenzia con il compito di occuparsi della realizzazione di impianti per sfruttare i bacini idroelettrici in Tennessee, o la WPA (Work Progress Administration).

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2009

Titolo

La crisi dei valori

Autore

Dalena Lucky

Descrizione

Ho analizzato un periodo storico compreso tra le due grandi crisi economiche capitalistiche (1873-1929), in cui nasce la società di massa, e ho analizzato le varie soluzioni che gli intellettuali trovano per rifuggire la mancanza di valori che caratterizzav

Materie trattate

  • Storia
  • Lett italiana
  • Lett inglese
  • Lett tedesca
  • Filosofia
  • Storia dell'arte
  • Latino

Area

Umanistica

Sommario

Storia: le due grandi crisi economiche e la nascita della società di massa. La società di massa porta gli intellettuali a trovare soluzioni alla mancanza di valori:

  • Inglese: Oscar Wilde, il ritratto di Dorian Gray e l'estetismo (accenni al dandysmo)
  • Italiano: Gabriele D'Annunzio e le due fasi (estetismo, Il Piacere, e superomismo, Le vergini delle rocce)
  • Tedesco: Thomas Mann, Tonio Kroger e la malattia dell'artista decadente
  • Filosofia: Nietzsche e la riflessione sulla tragedia greca, Nietzsche e l'annuncio dell'Oltreuomo
  • Arte: il movimento innovatore per eccellenza, il dadaismo (analisi delle opere: Fontana di M. Duchamp, L.H.O.O.Q. di M. Duchamp e Cadeau di Man Ray)
  • Latino: piccola appendice su Petronio, precursore degli Esteti
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