Indice
I. Introduzione
Perché una ricerca sul mondo giovanile pag. 1
II. L’autonomia e la creazione di identità nel rapporto padre-figlio
La philanthropia nel rapporto padre-figlio pag. 4
Confessioni di autori all’inizio del XX secolo pag. 6
III. Strumentalizzazione ideologica della gioventù
Giovani, interventismo e fascismo pag. 10
Giovani e Resistenza pag. 15
Giovani e Resistenza in Abruzzo pag. 17
Conclusione: Resistenza e Costituzione pag. 18
IV. «L’anno zero di una nuova epoca»
Gli USA nel secondo dopoguerra pag. 21
L’Europa e l’Italia pag. 21
La controcultura dei giovani pag. 22
Il sessantotto pag. 24
Una guida culturale del ‘68: Herbert Marcuse pag. 27
V. L’arte dei giovani e per i giovani
La Graffiti Art pag. 35
Bibliografia pag. 40
Perché una ricerca sul mondo giovanile
Il mondo giovanile gode spesso degli onori della cronaca: titoli ben in vista, episodi e
comportamenti emblematici del suo modo di essere presentati con dovizia di particolari e discussi
dai più esperti analisti del mondo contemporaneo.
Il più delle volte esso viene giudicato negativamente, per esempio in rapporto a episodi di
bullismo che hanno la scuola come epicentro; alle ripetute stragi del sabato sera, causate dall’
eccesso di alcol, se non di sostanze ancora più pericolose; alla mancanza di valori o di punti di
riferimenti certi, che invece avrebbero avuto le generazioni precedenti.
Poi ci si accorge che è difficile usare categorie rigide, perché esistono tanti altri fenomeni di
tutt’altro segno: i giovani che fanno volontariato con grande generosità; i giovani che si dedicano
agli studi e alla ricerca con una serietà che non ha niente da invidiare ai loro predecessori; i giovani
che si incontrano con coetanei di altri paesi e imparano le lingue e determinano l’incontro di
culture diverse.
A questo proposito si è parlato di “generazione Erasmus”, per indicare migliaia di
universitari che partecipano al progetto europeo basato su esperienze di studio in atenei stranieri,
istituito venti anni fa. A me sembra un bel modo per rappresentare “la meglio gioventù” di oggi,
perché più di tanti discorsi dimostra i suoi nuovi valori che sono: il desiderio di viaggiare, di
mettere insieme esperienze, di comunicare al di là dei confini nazionali, di superare dunque le
barriere, di rifiutare stereotipi e pregiudizi.
Di fronte a questo quadro così variegato, ma di cui a volte si privilegia il lato negativo, molti
danno giudizi sbrigativi, altri più onestamente sono disorientati e parlano di “enigma”, volendo
segnalare la difficoltà di abbracciare con poche formule un universo così complesso. Ed è proprio
questo il punto: il duemila si sta connotando come un periodo di grandi cambiamenti, di transizione,
di incertezze, che pesano sui giovani, già naturalmente fragili, insoddisfatti e tendenti a esplorare
nuove strade.
Dopo un lungo periodo, iniziato dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, di
sviluppo economico, almeno nella parte industrializzata del mondo, di certezze determinate dalla
propria appartenenza politica, di rinnovamento del costume con i nuovi valori della partecipazione
democratica e dei diritti individuali e collettivi, si pensi alla rivoluzione femminista, con la fine del
Novecento si è avviato un percorso ancora tutto da decifrare. Le vecchie ideologie, nate
nell’Ottocento, vivono una crisi irreversibile; la caduta del muro di Berlino sta lì a segnalarlo. Lo
sviluppo economico non è più un affare che riguarda solo una parte, e nemmeno la più grande del
pianeta; nuovi soggetti irrompono sulla scena a scardinare vecchi equilibri; si pensi alla crescita
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tumultuosa della Cina o al grande ruolo assunto in un settore così innovativo come l’informatica
dall’India. Le professioni cambiano velocemente richiedendo un aggiornamento continuo, spesso
danno luogo alla precarizzazione del lavoro o nel migliore dei casi a dover cambiare luogo di lavoro
e ad adattarsi velocemente a nuove situazioni.
Di fronte a questi fenomeni, i giovani sono molto esposti, più di altre categorie. Dopo tanti
decenni, in Europa e in America, si prevede un futuro difficile per le nuove generazioni, le quali
avranno più difficoltà dei loro genitori a costruirsi un futuro di certezze; dovranno sudare per
risolvere il problema della casa e della costituzione di una famiglia; e dovranno costruirsi
attentamente la professionalità per poter entrare e rimanere nel mercato del lavoro.
Forse in questo ampio quadro, sommariamente accennato, si possono rintracciare alcune
cause della trasformazione antropologica dei giovani. Altre vanno ricondotte ai cambiamenti del
costume, che con la stessa velocità di quelli economici e sociali, si sono verificati negli ultimi
decenni. I giovani di oggi sono definiti “i figli del sessantotto”, con un significato piuttosto
negativo, perché si vuole indicare che essi hanno perso il senso di autorità, che hanno dato un
significato troppo estensivo al concetto di libertà, sottolineando spasmodicamente i diritti, ma
perdendo di vista i doveri. Ma non si può ignorare che quella “rivoluzione” del costume è nata per
affermare maggiore dignità sociale per tutti, partecipazione attiva alla vita politica, rifiuto del
perbenismo ipocrita, rifiuto dell’autoritarismo e del militarismo.
Si potrebbero citare altri aspetti dell’universo giovanile. In questi giorni, in occasione di
un’ennesima riunione del G8 a Rostock, in Germania, abbiamo assistito ad ulteriori, ma forse
inefficaci, manifestazioni dei no-global, che nati a Seattle nel 1999, tentano caparbiamente di
contrapporre logiche diverse, attente ai diritti dei popoli più svantaggiati come quelli africani o
sudamericani, rispetto alle logiche dei grandi della terra. Così si potrebbe citare la rivolta nelle
banlieues parigine, che per mesi ha messo a soqquadro la capitale francese, da parte soprattutto di
giovani immigrati, in cerca di diritti e di spazi vitali.
Sono manifestazioni che rivelano un disagio, che non sempre viene prontamente colto; sono
comunque condannabili per la forma violenta che a volte assumono a opera di sparute minoranze,
che, tuttavia, non possono di per sé connotare il mondo giovanile nella sua interezza.
Oggi non c’è un movimento generalizzato e unificante come quello del sessantotto, ma i
giovani, almeno quelli più consapevoli, non cessano di farsi sentire, anche a livello politico,
attraverso tante e varie forme di espressione. Mi piace ricordare il movimento della pace, le cui
bandiere con i colori dell’arcobaleno hanno sventolato per tanto tempo nelle piazze e nelle strade
delle città italiane. Esso con creatività e tolleranza ha manifestato la sua avversione per le guerre in
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Medio Oriente, affermando il valore della pace da cui non si può mai prescindere, pena il rischio di
rivivere gli incubi delle guerre mondiali.
Da questa riflessione sull’attualità è scaturita l’idea di una “ricerca” sul mondo giovanile,
una ricerca che non può avere l’ambizione di un saggio che fornisca risposte ai tanti interrogativi
che stanno sul tappeto. Essa vuole più semplicemente collegare “passato” e “presente”, cioè vuole
recuperare argomenti e moduli svolti durante il triennio di liceo classico riferibili a questa
problematica, cercando in essi degli spunti che possano aiutare a capire la realtà di oggi.
Ho dedicato attenzione e passione ad alcune letture sul sessantotto in particolare, a cui mi
sento “affettivamente” legata, perché spesso è stato oggetto di discorsi in famiglia. Così ho letto
testi di Marcuse e un bel volume, “Il secolo dei giovani” (a cura di Sorcinelli P. e Varni A.), che mi
hanno offerto tanti spunti interessanti di riflessione.
Pertanto, il mio lavoro non aspira ad avere carattere di organicità, ma presenta solo e
modestamente dei momenti storici o degli aspetti letterari e filosofici che possono contribuire a
cogliere l’evoluzione del mondo giovanile in occidente e in Italia in particolare, evoluzione che
molto spesso ha avuto priorità nel dibattito culturale e il suo rilievo è andato rapidamente crescendo
nel secolo scorso.
Questo lavoro mi ha soddisfatto per vari motivi: mi ha consentito di ampliare le mie
conoscenze su un argomento che sento vicino ed ha alimentato curiosità e passione; mi ha
impegnata in una ricerca più ampia del solito, seguendo gli stessi criteri che mi hanno insegnato in
questi anni di liceo; in ultimo, mi ha portato a dimostrare come i cosiddetti contenuti scolastici non
sono dei “fossili”, nozioni inutili di un mondo che non esiste o non esiste più, ma consentono,
invece, di considerare con maggiore ricchezza di significato e di critica problemi che caratterizzano
il nostro tempo presente. 3
L’autonomia e la creazione di identità nel rapporto padre-figlio
“Dentro a me c’è un essere che mi comanda, dinanzi al quale io tremo.
E la mia anima si dilegua dinanzi al padrone che comanda.” F. Tozzi
Agli albori del ‘900, emerge con forza il tema del conflitto padre-figlio. In un contesto
storico che vedeva la diffusione del mito giovanilistico, i giovani apparivano agli occhi del pater
familias, depositario della morale e dalla virtù, come elementi pericolosi da “tenere in soggezione”
(come ricorda l’austriaco Stefan Zweig). Tale soggezione si attua sul piano educativo conferendo
“un’aurea sacrale” all’autorità paterna: egli rappresenta la perfezione, la compiuta realizzazione
dell’uomo borghese, pienamente inserito nel mondo degli affari; l’opinione del padre è infallibile ed
il figlio non può fare altro che adeguarsi al suo sistema di valori.
1. La philanthropia nel rapporto padre-figlio
I segni di una conflittualità latente e spesso drammatica tra padri e figli animarono anche le
scene della commedia latina di Plauto e Terenzio. Dall’età arcaica fino alla tarda età imperiale, a
Roma la giovinezza era intesa come soggezione al padre: il padre romano aveva diritto di vita e di
morte sul figlio, soprintendeva a tutte le fasi della sua esistenza e, solo quando moriva, il figlio
poteva diventare a sua volta pater familias. Quella romana si configura dunque come una società
rigidamente autoritaria che predilige la sottomissione dei giovani ai vecchi.
La trascrizione in chiave comica dello scontro generazionale si risolve per lo più nella
contrapposizione tra due caratteri fortemente tipizzati: da una parte il vecchio austero conservatore
che basa la sua azione educativa sui severi principi della tradizione dei padri, dall’altra il figlio
scapestrato e scialacquatore che agisce seguendo la voce delle passioni giovanili, che lo portano
inevitabilmente al conflitto con il padre.
Se in Plauto da questa situazione di crisi nei rapporti familiari scaturisce una serie di
inesauribili situazioni comiche, in Terenzio, capace di un maggior approfondimento psicologico dei
singoli caratteri, la comprensione delle ragioni dei giovani e la conseguente sensibilità per i
problemi della loro educazione diventano centrali. Terenzio, infatti, riflette l’insofferenza e la crisi
del modello educativo patriarcale e repressivo tipico del mos maiorum, indicando la meta a cui
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tendere nella solidarietà tra le generazioni e in una nuova legittimazione morale dell’autorità
paterna, fondata non più sulla paura ma sull’amore.
Ciò è quanto traspare con evidenza all’interno degli Adelphoe (“I fratelli”): i fratelli indicati
nel titolo sono due senes, Demea e Micione, che hanno allevato secondo sistemi educativi opposti i
due figli; Demea è un padre burbero e autoritario, odiato e temuto dal figlio Ctesifone, mentre
Micione è affettuoso e comprensivo. In un suo lungo monologo Micione sottolinea che la sua linea
di condotta si rifà al principio che educare significa guidare un giovane a scegliere ciò che è giusto
non per paura di un castigo ma per intima convinzione, e che per sviluppare una solida coscienza
morale non servono minacce e punizioni. Il rapporto padre-figlio, di conseguenza, deve basarsi non
sull’autorità prevista dalle leggi e consacrata dalla tradizione, ma sull’affetto, sulla fiducia e sulla
sincerità. Con queste parole d’altronde Micione conclude il suo discorso:
Hoc patrium est, potius consuefacere filium
sua sponte recte facere, quam alienu metu:
hoc pater ac dominus interest. Hoc qui nequit
fateatur nescire imperare liberis.
“Questo è il compito di un padre: abituare il figlio
a comportarsi bene spontaneamente piuttosto che per paura di altri:
questa è la differenza tra un padre e un padrone. Chi non è capace di fare ciò,
ammetta di non sapere esercitare la sua autorità sui figli.”
Ai padri compete quindi la fondamentale responsabilità di educare ai valori condivisi,
sociali e morali, non con l’imposizione, bensì attraverso il dialogo e la persuasione:
“Sbaglia di grosso secondo me chi crede che
l’autorità paterna sostenuta dalla forza
sia più efficace e duratura di quella fondata sull’amicizia.”
Il messaggio centrale nell’opera terenziana, dunque, si può riassumere nell’esortazione alla
philanthropia, già presente nella commedia menandrea, che costituirà il fondamento di uno dei
valori morali che il mondo latino ci ha lasciato in eredità: l’humanitas.
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2. Confessioni di autori all’inizio del XX secolo
È proprio nell’immaginario del ‘900 che il tema del conflitto padre-figlio acquista un
particolare rilievo. Se nell’analisi della letteratura latina, prendono forma figure di giovani
comicamente stilizzati e ribelli, l’aggressione ai padri produce ora inetti, personaggi che nascono da
una complessa condizione psicologica ed esistenziale di inadeguatezza rispetto ai valori di una
società materialista qual è quella borghese.
La forza repressiva e annientante della volontà paterna nei confronti della libera
affermazione del figlio emerge con forza all’interno delle opere di due autori emblematici del primo
‘900: Franz Kafka e Federigo Tozzi.
Lettera al padre di Kafka è una lunga, intensa e drammatica confessione in cui l’uomo e lo
scrittore si trovano indissolubilmente uniti di fronte alla figura del padre.
Il rapporto conflittuale che molti personaggi kafkiani vivono nei confronti del padre, infatti,
trova una motivazione nell’esperienza autobiografica dello scrittore, che ha sempre avuto con la
famiglia in generale, e con il padre in particolare, un rapporto freddo e distaccato. Sia la sua attività
scolastica che il lavoro furono dominati dalla figura paterna autoritaria di Hermann Kafka, che
voleva per il figlio il massimo possibile di integrazione nelle attività economiche del paese. Tuttavia
egli riuscì a condurre la sua doppia vita di impiegato e scrittore, immettendosi a pieno nel clima di
solitudine e di contraddittorietà che investì le dimensioni della coscienza dell’uomo nel ‘900: Kafka
si dimostra capace di mettere a fuoco impietosamente le lacerazioni e la tragica condizione di
instabilità dell’uomo che si apprestava a cavalcare il XX secolo.
Nella sua narrativa egli si fa interprete del senso di sradicamento e di estraneità che
caratterizza il precario modo di vivere dell’uomo moderno. Egli propone degli eroi che, all’interno
della società borghese capitalistica che rende l’uomo impotente e alienato tentando di schiacciarne
l’umanità stessa, si scontrano disperatamente con l’incubo di colpe mai commesse, con
l’incomprensione e l’assurdità delle leggi e dell’autorità.
È proprio la Lettera uno dei documenti più significativi nel comprendere la psiche
tormentata di Kafka. Questa è una spietata requisitoria contro il padre, in cui lo scrittore vuole
analizzare le conseguenze devastanti dei metodi educativi paterni sulla formazione della propria
personalità, schiacciata dall’imposizione di un modello di vita che ne misconosce aspirazioni e
bisogni.
“Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te.”
Sono queste le parole che aprono la lettera e che ci catapultano immediatamente nella dimensione in
cui lo scrittore scrive, quella della paura. Come egli stesso ammette, tale paura è difficile da
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esprimersi seppur tanto palesemente avvertita nell’animo dello scrittore da divenire chiave di lettura
dell’intera confessione.
Il modo del padre di accostarsi alla vita e agli affari, pieno di energia, così in sintonia con la
sua epoca, si traduceva in forza e ira nei confronti dei figli, privati quindi della loro possibilità di
esprimere se stessi: quello che il padre era (“forte, alto e massiccio”) voleva che fossero i figli.
Derideva il figlio e idolatrava se stesso come l’emblema della soddisfazione a cui qualsiasi uomo
dovrebbe anelare; voleva aver ragione anche di fronte al torto palese, non riconosceva al figlio
alcun merito, si mostrava indifferente verso di lui, e ciò causò a Kafka ferite psichiche irreversibili.
La sua volontà era appiattire la natura dei figli sulla propria, mettendone a tacere le loro peculiari
inclinazioni, ma, ammette Kafka con lieve commozione, “questa azione è stata troppo forte per me,
io sono stato troppo docile e sono ammutolito completamente, mi sono nascosto davanti a te e ho
osato muovermi soltanto quando sono stato così lontano da te che il tuo potere, almeno
direttamente, non poteva raggiungermi.”
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Evoluzione del ruolo dei giovani nel XX secolo
La tesina tratta dell'evoluzione del ruolo dei giovani nel XX secolo, dalla loro affermazione come categoria sociale al loro imporsi come categoria "politica".
Materie trattate: Letteratura latina, Letteratura italiana, Storia, Filosofia, Inglese, Storia dell'arte