Cilano Ilaria
Liceo Classico Cavour Classe III D
Anno scolastico 2007-2008
L’uomo combattuto tra guerra e pace
O pace, quante guerre sono state mosse in tuo nome
Alexander Pope
Presentazione verbale
Titolo della mia tesina è l’uomo combattuto tra guerra e pace e il tema che si propone di
affrontare è come l’uomo si pone e si sia posto di fronte alla guerra e abbia tentato, e tenti
tuttora, di raggiungere la pace.
Bobbio definisce il pacifismo come teoria che considera la pace un bene supremo tanto
desiderabile da considerare ogni sforzo per raggiungerla degno di essere perseguito. Mira
quindi ad una pace durevole e universale, perpetua, come la definì Kant nel suo saggio del
1795. Non si tratta dunque di una pace d’impero, quale quella denunciata da Calcago, capo
caledone, che nell’Agricola di Tacito incita i suoi uomini a difendere la propria libertà
dall’imperialismo romano. Quella che a Roma, dai tempi di Virgilio, veniva chiamata “pax
augustea” non era vista allo stesso modo dai popoli sottomessi. La pace cui mira il pacifismo
non può nemmeno essere definita pace d’equilibrio che è piuttosto una condizione di stallo
con forti tensioni tra i paesi interessati come quella che si ebbe durante la guerra fredda in
seguito alla corsa agli armamenti. Per evitare situazioni di questo genere il pacifismo si
propone di agire contro le cause che le determinano contrapponendo, nel caso della guerra
fredda, la politica del disarmo a quella della corsa agli armamenti. In questo caso, quando si
agisce direttamente sui mezzi che potrebbero causare una guerra, si parla di pacifismo
strumentale. Secondo la partizione di Bobbio ci sono tre tipi di pacifismo: strumentale,
istituzionale e finalistico.
Il pacifismo strumentale opera attraverso due grandi strade: il disarmo e la non violenza.
Quest’ultima è la dottrina attraverso la quale Gandhi ottenne l’indipendenza dell’India senza
scontri armati ed è la stessa dottrina che il Dalai Lama sta utilizzando per rendere il Tibet
indipendente e lo ha portato ad ottenere il Premio Nobel per la Pace nel 1989. La non violenza
non è quindi una passiva sopportazione dei soprusi e delle ingiustizie bensì una forma di
pacifismo propositivo, attivo, che tenta di raggiungere gli scopi che si è prefissato usando
metodi diversi da quelli violenti. E’ quindi un atteggiamento diverso da quello passivo, che
non potrebbe nemmeno essere definito pacifismo. Atteggiamento che viene criticato da
Glucksmann, giornalista e filosofo francese, che in un’intervista del 2003 faceva notare che lo
slogan dei manifestanti “non fate la guerra, fatevi un tè” denunciasse una forma di egoismo e
di attenzione solamente al benessere del proprio paese piuttosto che uno spirito altruistico e
umanitario nei confronti di popolazioni vittime di regimi dittatoriali o guerre. Forse la
condizione che più caratterizza l’uomo occidentale è quella descritta da Franco Fortini nella
lirica “Lontano, lontano…” in cui denuncia la propria impotenza ad agire concretamente per
una popolazione che si trova molto distante da lui.
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Il pacifismo istituzionale
Il secondo tipo di pacifismo, quello istituzionale, si basa sulla creazione di enti in grado di
mantenere la pace tra i membri costituenti e si divide in pacifismo sociale e giuridico. Il
primo è quello che uno stato, in quanto unico detentore della facoltà di punire un cittadino, è
in grado di mantenere al proprio interno, il secondo, più complesso, è quello che regola i
rapporti internazionali. C’è una legislazione internazionale che limita lo ius ad bellum,
ponendo restrizioni all’intervento armato come risoluzione di controversie tra stati, tra i
compiti di organizzazioni come l’ONU o l’Unione Europea c’è anche quello di verificare che
non si verifichino violazioni di queste norme. Anche la Costituzione del nostro paese,
all’articolo 11, sostiene che l’Italia ripudia la guerra. Nel caso in cui scoppi un conflitto c’è
comunque uno ius in bello che tutela i diritti della popolazione civile, dei feriti, dei
prigionieri di guerra come stabilito dal Trattato dell’Aja o dalla Convenzione di Ginevra.
Poiché viene richiesto alla comunità internazionale di intervenire in caso di crimini di guerra,
crimini contro l’umanità, genocidi, è sorto l’interrogativo di quando sia lecito l’intervento
armato. Interrogativo sorto ultimamente in occasione del tifone che ha colpito la Birmania,
come evidenzia un articolo del TIME di maggio.
Il pacifismo finalistico
Il terzo tipo di pacifismo, quello finalistico, si propone di agire sulla natura stessa dell’uomo,
è quindi quello in grado di garantire la pace perpetua ma è anche il più utopico. E’ addirittura
un pacifismo irrealizzabile se, come Eraclito, si ritiene che la guerra sia la condizione naturale
in cui debba vivere l’uomo. Fino ad oggi la guerra è comunque stata una situazione vissuta e
descritta, anche in prima persona, dai poeti come Ungaretti, nella I Guerra Mondiale, o come
Archiloco, mercenario greco che era esponente di una cultura che esaltava il guerriero come
figura di uomo coraggioso e valoroso. L’accezione di virilità legata al ruolo del combattente
ha caratterizzato la nostra società fino al secolo scorso quando, in parallelo al movimento di
protesta per la guerra nel Vietnam, venne riconosciuta l’obiezione di coscienza. Se invece si
ritiene che l’uomo non sia per natura portato alla guerra e che sia possibile raggiungere la
concordia tra gli uomini, allora si può tentare di realizzare effettivamente la pace perpetua. Si
tratta di una procedimento che richiederà tempo perché tutti giungano alla consapevolezza
necessaria e seguano consigli di personaggi come Tiziano Terzani: “educhiamo i figli ad
essere onesti e non furbi”.
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Una definizione di pacifismo
Professore emerito di Filosofia politica all’università di Torino, senatore a vita della Repubblica,
Norberto Bobbio (1909-2003) è uno dei più importanti filosofi italiani del Novecento, autore di
numerosi saggi di filosofia politica e del diritto. Di impostazione liberale, ha sempre creduto che fosse
necessario coniugare il liberalismo con il socialismo democratico per poter rispondere ai problemi della
società di massa. L’opera citata è una raccolta di saggi, tra i quali “L’idea della pace e il pacifismo”,
lezione inaugurale del corso sul diritto umanitario internazionale, svoltosi a Sanremo nel 1974, in cui
Bobbio, a partire dalla definizione del concetto di guerra, cerca di delineare il valore e il concetto di pace
e le diverse forme di pacifismo storicamente determinatesi.
«Per pacifismo s’intende ogni teoria (e il movimento corrispondente) che considera una pace
durevole, o addirittura per usare l’espressione di Kant, perpetua e universale, come bene
altamente desiderabile, tanto desiderabile che ogni sforzo per raggiungerla è considerato
degno di essere perseguito. La pace cui mira il pacifismo non è una pace qualsiasi, non è, non
può essere, soltanto una pace d’equilibrio che è per sua natura instabile, e tanto meno una
pace d’impero o di egemonia che si regge su un rapporto fra superiore e inferiore, in cui
l’inferiore non accetta ma subisce lo stato di non-guerra imposto dal superiore, e in cui quindi
lo stato di non-guerra è per l’inferiore anche uno stato d’asservimento.
La pace cui mira il pacifista non può essere altro che una pace di soddisfazione, cioè una pace
che è il risultato di un’accettazione consapevole, quale soltanto può essere la pace che viene
istituita fra parti che non hanno più rivendicazioni reciproche da avanzare. Solo una pace di
questo genere si può sperare fondatamente sia durevole. In più la pace cui mira il pacifista
tende ad essere universale, tende cioè ad abbracciare tutti gli stati esistenti. E siccome gli stati
esistenti oggi, dopo la liberazione dei paesi del Terzo mondo, ricoprono tutta la terra, questa
pace per essere universale deve essere mondiale.
Ciò non esclude che teorie e movimenti per la pace, specie del passato, si siano proposti
progetti di pace limitati a un gruppo di stati (in modo particolare agli stati europei). Ma la
pace parziale è sempre stata considerata dai pacifisti una fase di transizione verso la pace
universale. Nei riguardi dell’antitesi della pace, cioè della guerra, il pacifismo assume un
atteggiamento di negazione radicale: esso tende infatti non alla eliminazione di questa o
quella guerra ma di ogni forma di guerra, considerata, nella più benevola delle ipotesi, la
manifestazione di una fase superata della storia dell’umanità.
Riprendendo il discorso sul valore della guerra e della pace, ogni forma di pacifismo è
caratterizzata dal considerare la guerra come male assoluto (per lo meno ad una determinata
fase della storia umana).
Ciò non implica la valutazione della pace come bene assoluto. Errano coloro che attribuiscono
ai pacifisti l’idea che la pace sia per essi un bene assoluto, e con questa interpretazione se ne
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fanno un facile bersaglio. I pacifisti in genere non ritengono affatto che la pace da sola serva a
risolvere tutti i problemi che travagliano l’umanità: ritengono in genere che la pace sia sì un
bene necessario ma non anche sufficiente, e tutt’al più sia un bene prioritario.
Per Kant, che pur scrisse uno dei più celebrati saggi sulla pace, il valore supremo che una ben
ordinata convivenza di individui dovrebbe realizzare non è la pace ma la libertà. La pace è
soltanto la condizione preliminare per la realizzazione di una libera convivenza.»
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Introduzione
«In ogni epoca, per chi non si è arreso a una tradizione data, ma si sia sforzato di prendere
posizione, davanti al tribunale della propria ragione e alla luce del “sole” della propria
coscienza, riguardo al problema della cosiddetta “pace perpetua”, tale scelta si è rivelata più
che mai ardua. In ogni epoca! L’idea della “pace perpetua” è antica, antichissima. In ciascuna
delle otto o dieci grandi civiltà umane questa idea si è ripresentata costantemente trovando
adepti in misura più o meno ampia. La scorgiamo, per esempio, in Cina, in India,
nell’Antichità classica, nell’Antico Egitto, e la vediamo assumere forme sempre nuove. Essa
ha costantemente accompagnato tutta la storia dell’Occidente cristiano, dalle centinaia di
scritti medievali sulla tregua Dei fino a quello di Immanuel Kant Per la pace perpetua e alla
letteratura del cosiddetto “pacifismo” nelle sue molteplici forme attuali.» Max Scheler
La difficoltà di definire e realizzare la pace
Storicamente la pace è stata sempre definita in termini negativi rispetto al suo diretto
contrario, la guerra, nel senso che più che attraverso un vero e proprio concetto autonomo la
pace è stata nei secoli tematizzata come “mancanza” o “assenza” di guerra. Questo perché la
guerra è stata da sempre ritenuta lo stato normale, anche se non buono e desiderabile, delle
relazioni tra gli stati, mentre la pace è stata via via relegata o nell’ambito religioso, e quindi
di fatto in una realtà interiore e trascendente, oppure in quello della pura utopia, petizione di
buoni principi, ma, in quanto tali, inattuabili, sogno di anime belle e fuori dalla storia. In
realtà il pacifismo come teorizzazione e pratica del concetto di pace, interpretato nella sua
autonomia, si propone, almeno a partire dal XVIII secolo, di prospettare modelli concreti di
convivenza tra le nazioni in cui la violenza risulti non più praticabile, così come è
storicamente avvenuto all’interno dei singoli stati.
Come dirà Kant nel suo celebre saggio “Per la pace perpetua” (1795), la pace è una condizione
nuova dell’umanità che deve essere instaurata, finora non è mai esistita, storicamente i
rapporti tra i popoli sono stati sempre regolati dalle guerre, ma forse è giunto il momento che
l’uomo, arrivato nell’ottica illuminista alla piena maturità del suo sviluppo, possa liberarsi di
questa pratica violenta e dolorosa. Questo non perché la pace sia un valore e un fine in se
stessa, ma perché essa è la sola condizione di vita che renda possibile la realizzazione del
valore più alto, la libertà, intesa come pieno dispiegamento delle possibilità umane.
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Le due guerre mondiali del Novecento, le decine di milioni di morti da esse causati, la
scoperta della bomba atomica, la Guerra fredda e la politica della deterrenza come corsa agli
armamenti, hanno fatto sentire in maniera sempre più forte la necessità di superare
l’orizzonte della guerra, date le capacità distruttive sempre più potenti in mano agli stati.
Con il crollo dell’Urss e la fine del mondo bipolare non sono finite né le guerre né la
violenza, ma anzi queste hanno assunto nuove forme, anche più devastanti, come l’11
settembre 2001 ha purtroppo dimostrato.
Proprio per questo intellettuali, uomini politici e religiosi, ritengono più che mai necessario
riflettere sulla possibilità di creare nuovi organismi e nuove relazioni internazionali che
rendano superabile il ricorso alla guerra, rompendo il circolo vizioso per cui violenza e guerra
tendono ad autoalimentarsi.
Pacifismi, pacifismo
Seguendo l’analisi compiuta da Norberto Bobbio nel saggio “Il problema della guerra e le vie
della pace”, nella pratica del pacifismo attivo, cioè quello che «presuppone la critica delle
tradizionali giustificazioni della guerra e trova il suo sbocco nell’azione per eliminare la
guerra», si possono distinguere tre filoni fondamentali, che l’autore definisce come pacifismo
strumentale, istituzionale e finalistico, a seconda che intendano, per ottenere il loro scopo,
agire sui mezzi, sulle istituzioni o sugli uomini.
Il pacifismo strumentale
Il pacifismo strumentale si è storicamente proposto due obiettivi: da un lato un obiettivo
negativo, lottare per il disarmo, o almeno per la non-proliferazione delle armi, e dall’altro
uno positivo, la pratica della nonviolenza, cioè tentare di sostituire ai mezzi violenti i mezzi
non-violenti. La politica del disarmo appare la forma più elementare e moderata di pacifismo
in quanto non propone un’analisi sulla guerra e sulle sue cause, ma solo un rifiuto dei mezzi
usati per combatterla, si presenta appunto come una pratica politica più che come una
riflessione filosofica.
Le teorie della non violenza, a partire dal precetto evangelico del “non resistere a malo” fino
alla teoria della nonviolenza di Gandhi, propongono l’uso di mezzi non violenti anche nelle
situazioni nelle quali la violenza viene ritenuta legittima e moralmente giustificata, come la
legittima difesa e la resistenza all’oppressione, nella convinzione che questi mezzi siano più
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proficui per ottenere quei risultati che solitamente si intenderebbe ottenere con la forza.
Questa, che viene da Bobbio definita non violenza attiva, per distinguerla da atteggiamenti
di ispirazione religiosa di pura rinuncia all’azione di fronte al male, apre l’orizzonte a nuove
e inusitate forme di rapporti tra gli uomini e gli stati, in cui la ragione umana è chiamata a
inventare metodi di lotta alternativi e più efficaci rispetto all’uso della forza.
Il pacifismo istituzionale
Il pacifismo istituzionale non si interroga solo sui mezzi con cui la guerra si compie, ma
soprattutto sulle cause e le condizioni che la rendono possibile. A sua volta può essere
suddiviso in pacifismo giuridico, se ci si propone di giungere alla pace attraverso
modificazioni del diritto internazionale che hanno finora regolato i rapporti tra gli stati e
legittimato l’uso della guerra, e pacifismo sociale, se ci si propone di eliminare la guerra
superando l’orizzonte dello stato fondato sull’oppressione di una classe sull’altra e sulla
dominazione imperialista di uno stato sugli altri.
Il pacifismo giuridico, la cui esposizione più famosa è l’opera di Immanuel Kant “Per la pace
perpetua”, vede nella volontà politica di creare strutture sovranazionali di controllo della
potenza dei singoli stati, come la Società delle nazioni, l’ONU o l’Unione europea, la
possibilità di superamento della guerra come forma di soluzione dei conflitti, così come la
creazione dello stato, unico detentore al suo interno del monopolio della violenza, ha reso
possibile il controllo dei rapporti tra i singoli cittadini.
Il pacifismo sociale si propone invece di modificare la struttura sociale degli stati e la loro
politica imperialista, causa prima di tutte le guerre.
Il pacifismo finalistico
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Tesina - Premio maturità 2008
Titolo
L'uomo combattuto tra guerra e pace
Autore: Ilaria Cilano
Descrizione: titolo della mia tesina è l'uomo combattuto tra guerra e pace e il tema che si propone di affrontare è come l'uomo si pone e si sia posto di fronte alla guerra e abbia tentato, e tenti tuttora, di raggiungere la pace.
Materie trattate: storia, filosofia, italiano, latino, greco, inglese
Area: umanistica
Sommario
Titolo della mia tesina è l'uomo combattuto tra guerra e pace e il tema che si propone di affrontare è come l'uomo si pone e si sia posto di fronte alla guerra e abbia tentato, e tenti tuttora, di raggiungere la pace.
Bobbio definisce il pacifismo come teoria che considera la pace un bene supremo tanto desiderabile da considerare ogni sforzo per raggiungerla degno di essere perseguito. Mira quindi ad una pace durevole e universale, perpetua, come la definì Kant nel suo saggio del 1795.
Non si tratta dunque di una pace d'impero, quale quella denunciata da Calcago, capo caledone, che nell'Agricola di Tacito incita i suoi uomini a difendere la propria libertà dall'imperialismo romano. Quella che a Roma, dai tempi di Virgilio, veniva chiamata "pax augustea" non era vista allo stesso modo dai popoli sottomessi.
La pace cui mira il pacifismo non può nemmeno essere definita pace d'equilibrio che è piuttosto una condizione di stallo con forti tensioni tra i paesi interessati come quella che si ebbe durante la guerra fredda in seguito alla corsa agli armamenti.
Per evitare situazioni di questo genere il pacifismo si propone di agire contro le cause che le determinano contrapponendo, nel caso della guerra fredda, la politica del disarmo a quella della corsa agli armamenti. In questo caso, quando si agisce direttamente sui mezzi che potrebbero causare una guerra, si parla di pacifismo strumentale.
Secondo la partizione di Bobbio ci sono tre tipi di pacifismo: strumentale, istituzionale e finalistico.
Il pacifismo strumentale opera attraverso due grandi strade: il disarmo e la non violenza. Quest'ultima è la dottrina attraverso la quale Gandhi ottenne l'indipendenza dell'India senza scontri armati ed è la stessa dottrina che il Dalai Lama sta utilizzando per rendere il Tibet indipendente e lo ha portato ad ottenere il Premio Nobel per la Pace nel 1989.
La non violenza non è quindi una passiva sopportazione dei soprusi e delle ingiustizie bensì una forma di pacifismo propositivo, attivo, che tenta di raggiungere gli scopi che si è prefissato usando metodi diversi da quelli violenti. E' quindi un atteggiamento diverso da quello passivo, che non potrebbe nemmeno essere definito pacifismo.
Atteggiamento che viene criticato da Glucksmann, giornalista e filosofo francese, che in un'intervista del 2003 faceva notare che lo slogan dei manifestanti "non fate la guerra, fatevi un tè" denunciasse una forma di egoismo e di attenzione solamente al benessere del proprio paese piuttosto che uno spirito altruistico e umanitario nei confronti di popolazioni vittime di regimi dittatoriali o guerre.