Estratto del documento

Liceo classico “Socrate”

A.S. 2011/2012

Intellettuale e potere

Dalla Rivoluzione Francese al Berlusconismo

di

Lorenzo Mazzoni

Intellettuale e potere

Dalla rivoluzione francese al berlusconismo italiano

Premessa

Una prima accezione del sostantivo “intellettuale” riveste carattere oggettivo: designa una particolare categoria, emergente per istruzione e competenza specifiche superiori alla media.

Una seconda accezione, a valenza soggettiva, identifica gli intellettuali negli scrittori “impegnati”. E, per estensione, negli artisti, negli studiosi, negli scienziati: in genere, in chi abbia acquisito, con l’esercizio della cultura, un’autorevolezza e un sicuro punto di riferimento.

Sotto questo aspetto, emergono storie di individui, portatori di idee e di ideologie, che tessono il filo della loro singola esistenza. Problematica, talvolta movimentata, portata alle estreme conseguenze: rivoluzionaria.

Per poter rendere ancora più intellegibile l'argomento in oggetto di questo studio ritengo necessario un breve excursus storico precedente al periodo preso in esame.

Il rapporto intellettuale-potere nell’antichità

Agli albori della civiltà, il rapporto che si istituiva tra intellettuale e potere era costruito intorno alle corti: principalmente infatti era un cortigiano, impegnato a sostenere il proprio protettore e le sue ideologie, di cui di solito il letterato era un divulgatore. Questo tipo di intellettuale-cortigiano era presente soprattutto nella cultura greca partendo dall'epoca di Omero e dei Micenei arrivando fino al V secolo a.C. Costoro erano generalmente scrittori di melica corale e individuale, scrittori di epica e di drammi. Infatti la società greca di questo periodo era di tipo aristocratico-oligarchico o tirannico, con una forte centralizzazione e personalizzazione del potere intorno alle corti.

La svolta si ha quando vengono instaurate le prime democrazie nelle varie “poleis”, tra cui spiccava Atene: l'intellettuale diventa un cittadino. La sua produzione comincia a diventare anche punto di riferimento per i vari governanti, in altri casi lo stesso intellettuale diventa politico. Quindi nasce la retorica e l'oratoria, cioè l'arte di convincere con i discorsi e con le parole. Nasce l'indagine storiografica, nasce la biografia, nasce la politica. La produzione di questo periodo è quindi focalizzata su alcuni aspetti, sebbene fondamentali: il nazionalismo, la propaganda, la ricerca dell'oggettività in funzione della politica, l'invettiva politica, la demagogia. Oltretutto vari pensatori e scrittori come Platone cercano anche di teorizzare il potere. Siamo ormai nel III secolo a.C., ora l'altra svolta: Alessandro conquista l'oriente e crea un impero universale, da qui la sua frammentazione e la formazione di regni dispotici ma uniti da un'unica cultura.

Contemporaneamente nasce l'intellettualismo a Roma, che subito si va ad identificare come un attivista politico o come scrittori di teatro. Ora l'intellettuale greco non è più cittadino ma suddito, e questo fa sì che tutte le energie che prima venivano impiegate dai cittadini per l'amministrazione dello stato ora vengono indirizzati verso altre attività. È per questo infatti che in tutte le varie branche della cultura si ha una svolta, un cambiamento: nasce la critica letteraria e la filologia; in poesia si cercano nuove soluzioni, così come in musica, nella drammaturgia e nella prosa; la scienza progredisce; si ritrova un nuovo interesse nell'etnografia e nella geografia; decadenza dell'oratoria. Gli stessi re dei vari regni ellenistici davano il via a quel fenomeno che poi verrà chiamato mecenatismo, basti pensare ai Tolomei e alla costruzione della Biblioteca di Alessandria.

A Roma nel frattempo si venivano a creare intellettuali che si richiamavano alla cultura greca, ma con un forte accento sul codice etico e sulla tradizione romana. Nel II secolo a.C. Roma diventa la civiltà egemone nel bacino del Mediterraneo. Di questo periodo vorrei prendere in considerazione uno storico greco, che ha narrato tanto delle imprese del proprio popolo quanto dei romani: Polibio. Questa figura è esemplificativa di come un intellettuale di un popolo sottomesso sposi la causa e la difesa del conquistatore, ma non per proprio tornaconto personale (o non solo) ma perché ci crede veramente all'ideale di pace che Roma doveva stabilire nel Mediterraneo. Polibio era uno dei Greci mandato a Roma come prigioniero dopo la conquista della Grecia. A Roma entra in contatto con Scipione ed entra a far parte (come Terenzio) del circolo degli Scipioni, un particolare gruppo di intellettuali che venivano protetti da questa famiglia, ma che in cambio dovevano farne propaganda.

Polibio diventa amico stretto di Scipione l'Emiliano, e lo accompagna in tutte le sue campagne militari. La sua opera più importante, e cioè le “Storie”, sono oltre che un importante resoconto storico oggettivo (oltre alle sue esperienze personali, si documentava anche nelle biblioteche e usava anche documenti ufficiali) anche un esempio di propaganda: egli elogia la civiltà romana nel III libro, riprendendo la teoria aristotelica dell'anaciclosi, affermando che la struttura politica romana non può essere soggetta ad un deterioramento, dal momento che ha tutte e tre le forme di governo, cioè aristocrazia (il senato), la monarchia (i consoli, diarchia) e la democrazia (i tribuni della plebe). Ma presto si ricredette quando assisterà alle rivolte gracchiane, spia di un'imminente crisi del sistema.

Arriviamo al I secolo a.C., il secolo della crisi romana che ha investito tutto il Mediterraneo (i romani già controllavano la Grecia, parti dell'Asia minore, l'Africa settentrionale, la Spagna e la Gallia). Di questo periodo vorrei prendere in considerazione l'intellettuale-politico per eccellenza: Cicerone.

Egli è un conservatore moderato, grande oratore e politico (fino ad essere console nel 64 a.C.), nonché grande erudito di storia e filosofia. In Cicerone potere e intellettuale combaciano: egli è scrittore e declamatore di discorsi pubblici e giuridici, è filosofo e scrittore di trattati filosofici, scrittore di retorica, ecc. Quindi egli non è altro che colui attraverso il quale il potere senatorio esprime le sue idee, divulga i suoi valori e cerca così di convincere e trovare consensi. Ma i tempi sono cambiati: Pompeo, Cesare e Crasso cambieranno per sempre la repubblica. La guerra civile, la tirannide, l'uccisione del tiranno, la seconda guerra civile e l'ascesa di Augusto (nonché la fine dell'ultimo regno ellenistico, cioè quello d'Egitto). Roma è diventata un impero, che racchiude tutto il bacino del Mediterraneo e si estende fino in Bretagna e fino in Mesopotamia. È il periodo degli imperatori della dinastia Giulio-Claudia, è quindi un momento di stabilizzazione del potere.

Durante l'epoca Augustea si viene a formare il cosiddetto “circolo di Mecenate” (da cui prende il nome di mecenatismo il fenomeno di dare protezione e sovvenzioni agli intellettuali in cambio di propaganda), a cui aderirono i maggiori esponenti della cultura, sui cui spiccano Orazio e Virgilio. Questo circolo si prefissava a comporre delle opere letterarie che però in qualche modo facessero propaganda ad Augusto ed alla sua corte.

Del periodo successivo, voglio prendere in considerazione un grande intellettuale e filosofo, cioè Seneca. Questo è diverso da Cicerone: Seneca è in primis intellettuale e poi politico, il secondo prima politico e poi intellettuale. Questa differenza è fondamentale per capire un concetto, e cioè con Cicerone il politico tenta di giustificare una certa linea politica o ideologia attraverso la letteratura, mentre Seneca cerca di cambiare il potere (mentre è consigliere di Nerone) attraverso i suoi principi filosofici.

Tutto questo si concretizza in un'opera di Seneca, ovvero il De Clementia, con dedica proprio a Nerone, che viene consigliato di esercitare sempre la clemenza in qualità di sovrano illuminato. Il potere però ha il sopravvento sulla filosofia: Nerone ordinerà a Seneca di darsi la morte, usando come pretesto una sua dubbia partecipazione alla congiura dei Pisoni (così finiranno anche altri due grandi intellettuali del tempo, cioè Lucano e Petronio).

Infine l'ultimo intellettuale che vorrei prendere in considerazione è Plutarco, I secolo d.C. Plutarco è sulla stessa linea di Polibio, ma in un certo senso la sua opera biografica più importante, ovvero le “Vite parallele”, esemplificano ancora più chiaramente la tendenza degli intellettuali greci di questo periodo a cercare di identificare la cultura romana e la storia romana come un proseguimento della cultura e della storia greca: non a caso mette parallelamente la storia di grandi personaggi greci e romani, come Cesare e Alessandro, Demostene e Cicerone, e via così. La sua opera potrebbe essere scambiata quindi per un'opera propagandistica, ma non è così: Plutarco cerca di creare una vera e propria corrispondenza, di mettere romani e greci sullo stesso piano e con la loro unione garantire la pace e la prosperità dell'impero universale che Roma ha creato; in fin dei conti, Plutarco è figlio di quest'epoca, non ha mai vissuto se non attraverso le opere storiografiche l'indipendenza delle “poleis”.

Il rapporto intellettuale-potere nel Medioevo e nell'età moderna

Nell'alto medioevo si assiste ad un fenomeno di “regressione culturale”, ovvero ad un periodo di crisi corrispondente alla perdita di un'istituzione politica forte e centralizzata, nel quale l'intellettuale non si interessa affatto del potere, ormai in mano ai vari re e principi ma soprattutto in mano ad una Chiesa invasiva ed opprimente, e cerca di evadere da quel mondo caotico e malvagio che è l'Europa di questo periodo.

Una rinascita dell'intellettuale la troviamo a partire dall'Umanesimo, un fenomeno che influenzerà tutta la cultura successiva: nell'Umanesimo lo sviluppo di una cultura diversificata ed eterogenea aveva portato alla formazione di un intellettuale dinamico e fervido; soprattutto in Italia, i gruppi di intellettuali cercavano per sé luoghi di incontro, dove ritrovarsi, discutere, comporre.

Nel corso del Quattrocento gli artisti, oltre che riunirsi nei luoghi preesistenti (università, scuole e cancellerie), fecero sorgere delle strutture che permettevano loro di essere più liberi e indipendenti: accademie, corti, circoli, biblioteche. Ognuno di questi era un luogo di fervida vita intellettuale, e gli artisti vi si ritrovavano non solo per comporre le loro opere, ma soprattutto per confrontare le proprie idee sulla vita sociale e politica del tempo.

Sebbene esistessero per concessione del potere politico, tuttavia le accademie umanistiche non necessariamente comprendevano membri di una stessa ideologia. Anzi, più spesso accadeva l'esatto contrario: nei circoli entravano in dialettica fazioni politiche opposte, e la produzione letteraria che nasceva non sosteneva sempre chi era al potere, ma lo contrastava. Nessun intellettuale quattrocentesco era perciò limitato nell'esprimere le proprie idee, neppure se faceva parte di un circolo ristretto.

Nel Rinascimento invece tutti i luoghi di ritrovo degli intellettuali furono gerarchizzati e istituzionalizzati, cioè resi dipendenti direttamente dal potere governativo. Questo fenomeno è facilmente spiegabile: il Quattrocento aveva visto il fiorire della Signoria, nella quale le varie famiglie al potere avevano fatto di tutto per incentivare la produzione artistica, filosofica e letteraria.

Tra '500 e '600 esplode il dissenso nei confronti della Chiesa cattolica, che culmina con la vera e propria scissione attraverso la riforma protestante e anglicana. La Chiesa cattolica risponde con una grande controffensiva, e cioè la controriforma. Da questo momento intellettuale e potere sia in maniera diretta che in maniera indiretta sfoceranno nel conflitto, ma questa battaglia non è solo singolo intellettuale contro la Chiesa, ma anche progressismo contro conservatorismo, borghesia contro nobiltà e clero.

Un esempio di intellettuale dissidente è proprio Galileo Galilei, il quale rappresenta tutte e tre queste lotte che generalmente tutti gli intellettuali del tempo in ogni paese combattevano. L'apoteosi di questa battaglia viene raggiunta nell'Illuminismo, nel quale l'intellettuale teorizza il potere, va oltre la propria realtà e concretamente oltre che teoricamente cerca di cambiarlo, di realizzare uno stravolgimento della concezione di potere, di religione, di cultura del proprio tempo.

Tutto questo verrà poi messo in pratica, anche negativamente, dalla rivoluzione francese. Da notare il fatto che l'intellettuale di questo periodo si identifica con una determinata classe sociale, e cioè la borghesia, in questo momento in pieno sviluppo e in lotta con l'antica classe dominante per l'egemonia sociale.

Lo sviluppo scientifico, l'arte e tutta la letteratura quindi si rifanno a quella specifica classe sociale, ne elogiano i valori e condannano la nobiltà. Un esempio di questo è proprio Parini (il quale però aspirava ad una nuova nobiltà in relazione con quella antica, capace di grandi imprese).

La rivoluzione francese

Nella Francia del 18° secolo il potere era riposto nella monarchia assoluta di diritto divino rappresentata da Luigi XVI. La società era suddivisa in tre ceti o classi sociali: nobiltà, clero e terzo stato. Il terzo stato costituiva il 98% della popolazione ed era la classe maggiormente tassata, in quanto la tradizione monarchica francese prevedeva dei consistenti privilegi per la nobiltà e il clero.

I raccolti andati a male, le carestie ed il clima avverso portarono in quegli anni ad una forte inflazione, mentre le tasse elevate non bastavano allo Stato per soddisfare le proprie esigenze. Il prezzo del pane aumentò a dismisura, costringendo la gente comune alla miseria. La situazione economica era aggravata anche dagli sprechi e dai costi delle guerre fin qui sostenute.

La necessità di risolvere la gravissima crisi in cui la Francia era precipitata non trovò soluzione nell'operato dei successori di Luigi XIV (Luigi XV e Luigi XVI). Eguale fallimento ebbero i tentativi di riforma al sistema giudiziario e fiscale.

All'inizio del secolo la principale imposta diretta, la taglia, pesava soltanto sui non privilegiati. Per aumentare le entrate fiscali Luigi XVI impose tasse ad ogni ceto sociale, ma nobiltà e clero ne risentirono solo in minima parte. Le nuove imposte continuarono a gravare solamente sul terzo stato e non furono quindi in grado di contrastare il deficit del Paese, facendo aumentare il debito pubblico per tutto il XVIII secolo.

Contemporaneamente a questa situazione di disagio economico in Francia si stava diffondendo l'Illuminismo, che si basava su tre principi fondamentali, cioè razionalismo, egualitarismo e contrattualismo. La filosofia degli illuministi si diffuse nei ceti più alti della società (borghesia e nobiltà liberale) fino al popolo; al modello francese della monarchia assoluta fu contrapposto quello inglese di una monarchia limitata da un parlamento e all'obbedienza del soggetto furono contrapposti i diritti del cittadino.

I filosofi illuministi difesero l'idea che il potere sovrano supremo risiede nella Nazione. Questi filosofi incideranno pesantemente sia sulla linea politica, sia sulla costruzione delle istituzioni sia sulle scelte in campo economico.

Vale la pena quindi citare la teoria della suddivisione dei poteri di Montesquieu, si riprendono i tre principi fondamentali “uguaglianza, fratellanza e libertà” considerati fondamentali dagli illuministi, l'uso della ragione in ogni contesto (tanto che la Ragione sarà poi paradossalmente divinizzata), la democrazia e il parlamentarismo.

Tutti questi filosofi oltretutto si rifacevano agli stessi ideali della precedente rivoluzione americana, semplicemente radicalizzati. Ora passerò in rassegna ad alcuni intellettuali di questo periodo che ho preso in esame per la loro peculiare posizione nei confronti del potere.

Prima di tutto però bisogna sottolineare il fatto che la maggior parte degli intellettuali, per la maggior parte rivoluzionari, si schierano senza alcuna riserva con la rivoluzione francese, anche quando essa porterà al suo paradosso, e cioè alla costituzione dell'impero di Napoleone imperatore dei francesi.

Jacques-Louis David

Il “pittore della rivoluzione”. Egli è uno degli esponenti più importanti, tanto che ha fatto parte della Convenzione. È importante notare che nei suoi quadri oltre che un gusto neoclassico nei temi e nella tecnica si trovano anche temi della sua attualità, un interesse per le sue vicende storiche e non solo per il “classico”.

Di questo ne è un esempio “La morte di Marat”, che descrive la morte di uno dei “benefattori” della rivoluzione: infatti David pone nel dipinto sia un assegnato, da consegnare ad una donna in difficoltà, e nell'altro foglio il tradimento dell'emissaria della reazione, con la sua falsa supplica.

Questo quadro è un'orazione funebre, che elogia la virtù dell'ucciso e l'infamia del delitto. Altro quadro significativo è un'opera propagandistica di Napoleone, e cioè “Il primo console supera le Alpi al Grande San Bernardo”.

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Sintesi

Introduzione intellettuali e potere - tesina

Questa tesina di maturità riporta esempi di personaggi che nel corso della storia sono stati al potere. Argomenti tesina maturità: in Italiano i riferimenti a D'Annunzio, Gramsci, Gentile, Croce, Marinetti, Bobbio, Camilleri, Travaglio, Saviano, in Latino e Greco Cicerone e Seneca a confronto con Polibio e Plutarco, in Filosofia Hegel, Marx, Popper, in Storia tutta l'epoca post rivoluzionaria, ma particolare analisi è stata data ai fenomeni del fascismo, del maccartismo e del berlusconismo (con riferimenti al bushismo), in Storia dell'arte Daumier, David, Ingres, Goya, Balla e infine in Letteratura straniera Zola, Wilde, Dickens, fenomeno della "beat generation".

Collegamenti

  • Italiano: Riferimenti a D'Annunzio, Gramsci, Gentile, Croce, Marinetti, Bobbio, Camilleri, Travaglio, Saviano.
  • Latino e Greco: Cicerone e Seneca a confronto con Polibio e Plutarco.
  • Filosofia: Hegel, Marx, Popper.
  • Storia: L'epoca post rivoluzionaria, ma particolare analisi è stata data ai fenomeni del fascismo, del maccartismo e del berlusconismo (con riferimenti al bushismo).
  • Storia dell'arte: Daumier, David, Ingres, Goya, Balla.
  • Letteratura straniera: Zola, Wilde, Dickens, fenomeno della "beat generation".
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