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Collezione autunno/inverno 2011/2012

Inquietudine: tra favola e surrealismo

Tra ibridi e abiti raffinati

La collezione mixa caratteri contrastanti: l’esoterismo, il macabrismo nascosto in ogni capo, l’eleganza e la sensualità, creando un equilibrio inquietante.

Ci sono abiti evocativi ispirati all’arte simbolista ed alla sua essenza, altri ispirati ai bassifondi londinesi di fine ottocento inseriti in una dimensione onirica, in un sogno gotico e allo stesso tempo simbolista, con un’evidente voglia di fuggire dalla realtà, voglia di fantasie ed atmosfere anche cupe.

Atmosfere che si rifanno anche alle ambientazioni di Alexander McQueen, al quale da bambino nulla gli piaceva di più che stare seduto sul tetto a guardare gli uccelli volare, gli stessi uccelli che diventano protagonisti della collezione tra nastri morbidi che ondeggiano attorno ad essi. A proposito della morte invece lo stilista diceva: “E’ importante guardare ad essa perchè è parte della vita e tutto ha una fine.”

I dettagli sono molto ricercati e raffinati ed hanno sempre un significato simbolico, nulla è lasciato al caso, tutto porta lontano dalla realtà, verso l’essenza delle cose stesse.

Lo stesso ideale di donna viene rappresentato con una particolare visione: quella dall’alto.

Nei figurini importanti sono i volti, emaciati e tormentati, incorniciati dai capelli, che fluttuano creando insieme atmosfere cupe, per poi dissolversi e diventare quasi inconsistenti nei piedi e nelle mani, che diventano piccoli e quasi incapaci di sostenere l’intero corpo.

I capelli sembrano fluttuare nell’acqua, come quelli di Ofelia, si intrecciano, si annodano e diventano anch’essi costruzioni architettoniche inquietanti. Gli accessori esaltano e rafforzano i significati simbolici, la ricerca di una bellezza rara, lontana dalla realtà, tenebrosa ed esotica.

I colori ne sono il complemento: viola, rosso, blu petrolio, nero, mixati con colori candidi e simbolo della dimensione onirica come bianco, beige, grigio perla e azzurro.

I tessuti sono consistenti e pesanti come il velluto, il gabardine, ma anche morbidi e fruscianti come la seta, il fresco di lana e il raso.

La collezione si articola con mise adatte ad ogni diversa occasione, per accompagnare la donna in tutta la sua giornata: abiti da giorno, da cocktail, tailleurs, completi sportivi, coordinati, abiti da sera, fantasia, completi intimi ed una serie di piccole cappe ispirata a Cappuccetto Rosso, fiaba rivisitata in chiave gotica e originale.

Between hybrids and fine clothes

My collection is inspired by the gothic mood, between surrealism and fables and by the fashion designer Alexander McQueen. The novel “Little Red Riding Hood” inspired me for my personal dress that I have realized. The line is designed for young women who wants an original and particular style.

It is an autumn/winter collection and it includes: two day garments, two cocktail dresses, two evening gowns, two “tailleurs”, three sports suits, two underwear and a fantasy gown. There is also a small collection of four capes, one of which is inspired by the famous fairy tale.

The collection includes an average of 20 garments. I used various types of fabrics, like satin, gabardine for fantasy textiles, silk, fresh wool with the fantasy “pied de poule” and velvet.

The linings are made of satin and “piuma”, more lighter than the first fabric. I used facings to refine and beautify garments. The colour charts includes dark colours, such as black, violet, petrol blue, dark red and light colours such as ice grey, pastel beige, white and denim blue.

The collection is consistent with the accessories that comprehend shoes, clutches for the evening and some jewels.

Alexander McQueen: tra genio e sregolatezza

Bellezza selvaggia

Una bellezza che vive libera, che segue l’istinto, che spazia e si muove fluida, non teme gli sguardi incuriositi, ma al contrario si sente libera di esprimersi. Consapevole di essere affrancata da vincoli e schemi precostituiti. Così era la bellezza per Alexander McQueen, tanto avido di bellezza, quella pura, selvatica, non stereotipata da farne una malattia. Tanto curioso di indagare a fondo tra gli infiniti contrasti che popolavano la sua anima, bianco e nero, bene e male, delicato e forte, ruvido e suadente, da farsi ferire nel profondo e da scegliere di non poter resistere.

“Bisogna conoscere le regole per infrangerle. Sono qui per questo, per demolire le regole ma conservare la tradizione”, diceva l’hooligan della moda.

Figlio di un tassista dell'East End londinese, Lee Alexander McQueen nato il 17 marzo del 1969 trova lavoro come stagista da Anderson & Sheppard in Savile Row, a Londra, la celebre sartoria da uomo che veste il Principe di Galles, il quale, secondo una favola metropolitana, sembrava si divertisse a scarabocchiare oscenità nelle fodere degli abiti di sua altezza reale.

Negli anni successivi McQueen collabora con Romeo Gigli, la sartoria teatrale Angels & Bermans, all'età di 20 anni si trasferisce a Milano per lavorare per Romeo Gigli, finché Bobby Hilson, direttore dell'Accademia della Moda, la Central Saint Martins della capitale inglese, gli suggerisce di iscriversi al suo college. Questa proficua frequentazione scolastica porta il designer a realizzare una collezione intitolata "Jack lo Squartatore", acclamata dalla stampa britannica e in particolare da Isabella Blow che decide di acquistare l'intera serie di abiti diventando così la mentore di McQueen.

“La gente trova che le mie cose siano aggressive. Io non le vedo come aggressive. Io le vedo come romantiche ed hanno a che fare con un lato oscuro della personalità”.

McQueen è stato particolarmente ispirato dal XIX secolo, soprattutto dal gotico vittoriano e così come i racconti di Edgar Allan Poe sono storie al limite tra horror e romanticismo, Alexander riflette sui contrasti e la perenne tensione dialettica tra vita e morte, luce e tenebre.

Nel 1996 lo stilista viene nominato British Designer of the Year e nel medesimo anno diventa il direttore creativo della haute couture di Givenchy, subentrando al posto di John Galliano, con cui, fra alti e bassi, rimarrà fino al 2001, anno in cui lascerà la maison definendola costrittiva per la propria creatività. In questo periodo Alexander McQueen fa conoscere il proprio nome nella scena dell'alta moda con sfilate trasgressive e scioccanti dal sapore dolceamaro.

Nel 1999, a Londra, ha realizzato una sfilata provocatoria in cui comparivano la modella Aimee Mullins, amputata delle gambe, che a grandi passi ha attraversato la passerella su protesi in legno finemente intagliato, e dei robot per la verniciatura delle auto che spruzzavano su abiti di cotone bianco.

Dal 2001 lo stilista entra a far parte del gruppo fiorentino Gucci, espandendo la propria produzione con l’apertura di nuove boutique a Londra, Milano e New York, e lanciando sul mercato il profumo Kingdom. Nel 2003 ha collaborato con la Puma per la realizzazione di una linea di scarpe da ginnastica. Nel 2009 fabbrica le scarpe Armadillo che sconvolgono il concetto stesso di scarpe, indossate anche da Lady Gaga nel video della hit Bad Romance. Il genio della moda nella sfilata della collezione primavera/estate 2005 le pedine umane, ovvero le modelle, si vedono coinvolte in una partita di scacchi rientrando in backstage solo dopo la loro esclusione dal gioco, uno show a tutti gli effetti davvero atipico e spettacolare.

Le sue performances intrise di ironico simbolismo, eleganza estrema e maestosa bellezza rappresentano il mondo in continuo mutamento, la realtà che si evolve costantemente, dietro i grandi artefici della moda internazionale, annoverato tra i più grandi nomi dello stile. “Sì, sono aggressive, parlano di disastri, guerre, morte, rovine. Sono esattamente come i tempi che viviamo. Possono anche essere romantiche, come i tempi che non riusciamo più a vivere. Ma sempre e ogni volta per le mie presentazioni è come se dovessi uscire da un buco nero per mostrare il lato positivo. Provengo dalla classe operaia, ora sono circondato dal benessere. Le classi sono meno divise, o forse, invece, sono drammaticamente separate. Bisogna fare attenzione a non perdere il senso della realtà e a tenere i piedi ben saldi a terra. In India ho visto un’armonia, un rispetto e perfino una capacità di felicità fra i poveri che non avrei creduto potesse esistere”, dichiara in una sua intervista.

Ma chi era realmente Alexander McQueen? Una celebrità nascosta nell’ombra delle sue inquietudini, un uomo innamorato della sua vita nonostante la sua unicità, un artista brillante capace di sorprendere l’intero star system scioccando il mondo intero con le sue sfilate incredibilmente inquietanti, un genio creativo. Nonostante i numerosi premi ricevuti per il suo incredibile talento, la vita di Alexander McQueen viene frastornata da una terribile forma di depressione che coinvolge il suo habitat interiore, compromettente la sua emotività e la sua sensibilità stravolta da una serie di eventi che lo recidono nel suo profondo trascinando il suo animo in un vicolo cieco dal quale non troverà mai uno sbocco da cui riemergere. Il giovane talentuoso inizia il suo silenzioso sciabordio verso quella morte spesso ritratta negli scenari ludici delle sue sfilate, ermetico ed incompreso infrange contro una nuda realtà che sembra divenire più greve. Dapprima la perdita della sua migliore amica Isabella Blow, in seguito la fine del suo rapporto sentimentale con l’ex-marito George Forsyth, infine la tragica ed improvvisa morte della madre Joyce McQueen; una perdita costante dopo l’altra sgretola lentamente quella solida impalcatura finora salda e tenace, un pezzo alla volta egli avverte la manchevolezza di quel sontuoso benessere di cui si circonda, intriso di sofferenza per quell’amore divenuto fioco dentro di lui poiché disperso poco per volta in un mondo frenetico.

McQueen nella sua abitazione londinese l'11 febbraio 2010, morì suicida il giorno dopo la morte della madre Joyce. Aveva solamente 40 anni.

Alexander’s creations

L'Oyster dress, le gonne e i corpetti da donna-uccello, torniti di piume, con organza filamentosa che sembra lavorata dalle onde del mare. Il pizzo polveroso di una dama gotica dalle corna di cervo. Fiori veri, trapunti sulla Sarabande, lunga veste dalla collezione coi petali che il tempo ormai sbriciola in secchi coriandoli.

La grande depressione (1873-1895)

Affermazione dell’agricoltura

Concorrenza nuove potenze industriali extraeuropee

Crisi dell’agricoltura europea

Crisi dell’industria europea

Grande depressione

A partire dal 1873 la grande crescita economica degli anni 1850-70 subì un rallentamento: l’economia mondiale entrò in un periodo di difficoltà che durò, anche se con vari momenti di ripresa, oltre vent’anni, sino al 1896. Questo periodo non fu però del tutto negativo: al suo interno maturarono innovazioni tecnologiche e organizzative, destinate a consentire un grande slancio dell’industrializzazione e dell’economia a partire dagli ultimi anni del secolo.

Il sintomo più rilevante della crisi fu una deflazione, situazione economica caratterizzata dalla diminuzione della produzione, del reddito, del livello dei salari, che portò anche ad una caduta del livello dei prezzi agricoli e industriali, che interrompeva la tendenza al rialzo, caratteristica dei due secoli precedenti.

Il meccanismo della crisi industriale è paradossale: l’eccessiva ricchezza produce miseria, la crisi dell’Ancien Régime è determinata da carestie e siccità, carenza dei beni ed è quindi una crisi di sottoproduzione; quella moderna invece deriva dall’eccessiva abbondanza dei beni, si tratta quindi di una crisi di sovrapproduzione o sottoconsumo, totalmente opposta alla precedente.

La crisi agricola

La crisi fu particolarmente violenta nel settore agricolo: essa fu provocata dalla concorrenza dei prodotti agricoli, in primo luogo i cereali, provenienti dalla Russia e dai “nuovi granai” del mondo come l’Australia, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti. Essi potevano produrre e vendere a prezzi inferiori rispetto a quelli europei perché disponevano di enormi estensioni di terreno coltivabile, di manodopera a basso costo e agricoltura meccanizzata.

Negli anni cinquanta – settanta l’espansione del mercato aveva stimolato gli investimenti nel settore agricolo sia da parte dei paesi europei, sia in quelli oltreoceano: ma l’alto costo dei trasporti aveva garantito ai produttori europei una protezione adeguata. Con lo sviluppo delle ferrovie e della navigazione transoceanica a vapore questa barriera crollò e milioni di tonnellate di cereali invasero il mercato agricolo europeo, provocando un ribasso continuo dei prezzi.

Gli effetti economici della crisi agricola

L’agricoltura europea rispose a questa sfida con diverse modalità: ulteriore ampliamento delle aree coltivate nell’Europa orientale; investimenti finalizzati ad innalzare i rendimenti nelle zone ad agricoltura avanzata (meccanizzazione e largo uso dei nuovi concimi chimici); ricerca della specializzazione, con spostamento delle risorse dai cereali a prodotti come carne, uova, latticini, i cui prezzi tenevano molto meglio. Generale fu poi la tendenza al protezionismo, politica economica finalizzata a proteggere dalla concorrenza la produzione nazionale, imponendo dazi sulle merci in entrata, politica che fu seguita soprattutto dai governi europei, con l’eccezione di quello inglese che proseguì con l’abolizione delle leggi sul grano, puntando sullo sviluppo industriale, fronteggiando il fabbisogno alimentare con importazioni crescenti.

La crisi industriale

Caduta dei prezzi e riduzione dei profitti caratterizzarono anche il settore industriale. La crisi ebbe inizio dopo il fallimento della grande banca newyorkese di Jay Cooke, la quale diede il via ad un’ondata di panico che si diffuse nell’economia americana e poi in tutti gli altri paesi europei industrializzati.

La crisi si manifestò come una forte eccedenza di offerta sulla domanda: le industrie cioè producevano molto più di quanto il mercato potesse assorbire, causando la caduta dei prezzi.

Lo squilibrio fra domanda e offerta derivava dalla presenza sul mercato di nuove potenze industriali come gli Stati Uniti e la Germania con tassi di crescita molto elevati. Contemporaneamente, paesi come l’Austria, l’Italia e la Russia iniziavano a sviluppare un proprio settore industriale. In una situazione in cui il mercato internazionale era ormai unificato, questo provocò un eccesso di capitali disponibili e di capacità produttive utilizzabili. Essendo la domanda di beni di consumo ancora ridotta, poiché la maggioranza della popolazione destinava alla pura sussistenza la quasi totalità del proprio reddito, si entrò in una fase caratterizzata da difficili sbocchi di mercato.

Le risposte che le imprese diedero per far fronte agli squilibri della crisi originarono una serie di processi che mutarono il volto dell'economia.

Si apriva una nuova fase di capitalismo, il cosiddetto capitalismo organizzato, cioè un capitalismo guidato e cosciente della necessità di superare il carattere spontaneo dei processi economici.

Questa nuova via quindi contraddiceva il credo capitalista che aveva dominato il mercato fino a quel momento. Iniziò una fase in cui gli imprenditori accettavano l'intervento dello Stato nell'economia. Lo Stato nazionale divenne protagonista dell’economia attraverso il protezionismo, le commesse pubbliche (acquisti di beni e merci che lo Stato effettua alle industrie nazionali). La crescita dell’industria pesante venne sempre più a dipendere dallo Stato, specie dalle commesse militari.

La ripresa del colonialismo

Per fronteggiare questa grande depressione si pensò alla spartizione delle colonie, sfruttandole e portando così il mondo ad un’involuzione.

Le Nazioni più potenti lottarono per espandersi, conquistando imperi coloniali sempre più vasti. L’Inghilterra già possedeva colonie di popolamento e colonie di sfruttamento in cui le popolazioni locali erano in maggioranza. Le colonie di sfruttamento servivano per fornire materie prime e mercati alla Madre Patria.

Nel 1880 tutte le grandi potenze dovettero ricorrere al colonialismo per accaparrarsi più aree possibili non colonizzate e fu proprio l’Africa oggetto di contesa fra gli Stati europei che colonizzarono tutti i territori africani tranne l’Etiopia e l’Eritrea.

La spartizione dei territori però poteva anche avvenire a tavolino, come con il Congresso di Berlino, nel quale furono decisi i territori da spartire.

Nelle colonie occupate non si tenne conto dell’esigenza e tradizioni di quei popoli unificando territori in cui vivevano indigeni ostili o di costumi diversi, si sfruttarono le miniere e si installarono grosse piantagioni obbligando gli indigeni a lavorarvi come salariati. Con l’industrializzazione gli Stati dovevano per altro procurarsi materie prime a buon mercato e trovare sbocchi commerciali per i propri prodotti: da qui l’esigenza del colonialismo. In passato il colonialismo era dovuto all’espansione guidata da avventurieri prezzolati da compagnie commerciali, ma ora gli stessi Stati inviavano il loro esercito per sottomettere i territori da colonizzare.

Le cause fondamentali dello sviluppo coloniale europeo nel XIX secolo furono tre:

  • Lo spirito imperialista: gli stati europei, animati da un forte spirito di conquista, non potendo allargare i propri territori nel vecchio continente si espansero in Africa e in Asia.
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Sintesi
  • Stilista in disegno: Alexander McQueen
  • Inglese: descrizione della mia collezione in inglese; Oscar Wilde (Salomé)
  • Storia: la grande depressione; la ripresa del colonialismo; il congresso di Berlino; il colonialismo italiano
  • Italiano: il Simbolismo (Stéphane Mallarmé); Giovanni Pascoli
  • Storia dell'arte: il simbolismo (Gustave Moreau, "L'apparizione")
  • Storia della moda: Stéphane Mallarmé
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