Estratto del documento

Liceo Scientifico Statale

Teresa Gullace Talotta

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Tesina di maturità

L’illusione

Nulla è più facile che illudersi.

Perché l’uomo crede vero ciò che desidera.

Maturando

Alessandro Palumbo

Anno scolastico 2011 – 2012

Indice

Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1

Capitolo 1 – Giacomo Leopardi: “Le illusioni e il pensiero leopardiano”

1.1 Lo Zibaldone: un punto di partenza . . . . . . . . . . . . . . . . 3

1.2 La visione della natura e le fasi del pessimismo . . . . . . . . . 4

1.3 La teoria del piacere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6

1.4 La noia e il taedium vitae . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7

1.5 Leopardi e Schopenhauer . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8

1.6 A Silvia: essenza e caduta delle illusioni . . . . . . . . . . . . . 9

1.7 Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13

1.8 A Silvia: testo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14

Capitolo 2 – Arthur Schopenhauer e il velo di Maya: “La realtà come immagine illusoria”

2.1 L’irrazionalità del reale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16

2.2 Fenomeno e noumeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16

2.3 Il corpo come strumento di conoscenza . . . . . . . . . . . . . . 17

2.4 La volontà: forza cieca e irrazionale . . . . . . . . . . . . . . . . 17

2.5 Il mondo come volontà e rappresentazione . . . . . . . . . . . . 18

2.6 Volontà e dolore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19

Capitolo 3 – La favola di Amore e Psiche: “La curiosità che disvela le illusioni”

3.1 La curiositas . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21

3.2 Apuleio: un autore brillante ed eclettico . . . . . . . . . . . . . 22

3.3 Le Metamorfosi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23

3.4 La trama delle Metamorfosi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24

3.5 Una possibile chiave di lettura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25

3.6 La favola di “Amore e Psiche” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26

3.7 La chiave di lettura della favola . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27

3.8 Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29 I

Capitolo 4 – La prima guerra mondiale: “L’illusione della guerra lampo”

4.1 La prima grande guerra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31

4.2 Il casus belli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32

4.3 Armi e nuove tecnologie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34

4.4 L’Italia tra neutralisti ed interventisti . . . . . . . . . . . . . . . 36

4.5 Le fasi salienti del conflitto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38

4.6 La fine delle “illusioni”: le condizioni della pace . . . . . . . . . 41

Capitolo 5 – Le stelle: “Gigantesche palle di gas incandescenti sospese nel vuoto”

5.1 La volta celeste . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43

5.2 Le costellazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44

5.3 Vita e destino della stella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47

5.4 Luminosità apparente e luminosità effettiva . . . . . . . . . . . 50

Capitolo 6 – The picture of Dorian Gray

6.1 The novel . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52

6.2 Beauty: only reason for living . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52

6.3 The illusion as a double reality . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53

6.4 The ending . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53

6.5 The message of the novel . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54

Capitolo 7 – Curva costituita da linee rette

7.1 L’“intreccio di linee” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55

Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58

Sitografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 II

Introduzione

Ci sono molte cose che ci appaiono diverse da come sono in realtà, perché ciascuno di noi percepisce ciò che lo circonda in base ai propri sentimenti, ai propri pensieri, al proprio vissuto, ai propri desideri.

Spesso ciò che vediamo non è reale ed oggettivo, ma piuttosto soggettivo e dunque “illusorio”; il modo in cui la realtà ci appare non dipende solo dalle sue caratteristiche intrinseche, ma anche da quelle del soggetto a cui essa si mostra.

Pertanto ogni essere umano ha una determinata percezione della realtà fortemente influenzata dalle aspettative che ha su di essa, nonché dai suoi desideri e dai suoi bisogni.

A questa capacità, esclusivamente umana, di immaginare un reale diverso da ciò che è, alcuni pensatori e poeti hanno dato il nome di “illusione”.

Il termine deriverebbe dal verbo latino “illudere” costituito da in e ludere = giocare, inserire in un gioco; la parola ha un legame con l’idea di qualcosa di non concreto, che si ritrova nel significato che il termine assume

1

nella lingua italiana: “errore, inganno dei sensi per cui una falsa impressione viene creduta realtà; ingannevole rappresentazione della realtà secondo cui si attribuisce consistenza ai propri sogni e alle proprie speranze”.

Questo tema mi ha affascinato notevolmente soprattutto perché ho potuto analizzarlo in alcuni autori e in diverse discipline trattate in quest’ultimo anno. Principalmente nella letteratura italiana ed europea, tra ‘800 e ‘900, periodo in cui si sono chiaramente delineate due opposte visioni, quella del Realismo e quella del Romanticismo. In particolar modo nel Romanticismo, attraverso l’esaltazione dell’Io soggettivo e delle facoltà irrazionali dell’uomo, la figura e l’opera di Giacomo Leopardi ha dato voce alle illusioni. Del resto anche la filosofia si è interrogata a lungo sul rapporto tra realtà ed illusione, tema divenuto centrale dell’indagine filosofica di Arthur Schopenhauer. Anche Oscar Wilde, nel suo romanzo più celebre “Il ritratto di Dorian Gray” offre una personale visione della realtà con le sue possibili illusioni.

Certamente la difficoltà di distinguere realtà e illusione accompagna da sempre l’uomo, costantemente, poiché non si tratta, come per le illusioni ottiche, di una errata o distorta percezione del reale, ma di una vera e propria sovrapposizione alla realtà di desideri e di bisogni individuali: sono illusioni che risiedono nell’animo dell’individuo, “illusioni dell’anima”. 2

Capitolo 1

Giacomo Leopardi: le illusioni e il pensiero leopardiano

Il più solido piacere di questa vita è il piacere vano delle illusioni.

G. Leopardi, Zibaldone, 1817-1832

1.1 Lo Zibaldone: un punto di partenza

Ho scelto questa frase come punto di partenza del mio percorso sul tema delle illusioni nella poesia di Leopardi perché ritengo che sia particolarmente significativa di alcuni aspetti del pensiero di questo autore.

Non a caso la troviamo nello Zibaldone, un’opera che di fatto mostra l’evoluzione del pensiero leopardiano e la maturazione interiore del poeta.

È una raccolta di brevi scritti, su i più svariati argomenti, che l’autore iniziò nel luglio del 1817, quasi ventenne, e proseguì fino al dicembre del 1832; è quasi un diario intimo e personale con riflessioni scritte di getto senza un ordine preciso, che però in seguito, dal 1820, lo stesso autore iniziò a datare.

I 4526 fogli che costituivano lo Zibaldone rimasero sconosciuti fino alla morte del poeta e furono pubblicati solo tra il 1898 e il 1900.

Le riflessioni, espresse in modo informale e con un linguaggio colloquiale, ci consentono di conoscere in modo più profondo l’autore, attraverso elementi

3

fondamentali del suo pensiero che ritroveremo espressi nei “Canti” o nelle “Operette morali”.

Proprio nello Zibaldone troviamo tutta una serie di riferimenti al tema delle illusioni, percepite come necessarie all’uomo per vivere, sentite come un rifugio dal dolore e dall’infelicità, come “[…] il più solido piacere di questa vita”.

Ne consegue che, nel pensiero leopardiano, il tema delle illusioni è strettamente legato a quello del piacere, desiderio insito negli essere umani, e dell’infelicità che deriva dal mancato raggiungimento di esso.

Pare un assurdo, eppure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni.

G. Leopardi, Zibaldone, 1817/32

1.2 La visione della natura e le fasi del pessimismo

Leopardi, anche in relazione alla sua personale esperienza di uomo, maturò una visione della vita decisamente pessimistica. Sostenne che, essendo l’uomo dotato di intelletto a differenza degli animali, non può che soffrire poiché ingannato continuamente dalla natura.

Nell’evolversi del suo pensiero la visione della natura inizialmente è positiva, “benigna”, poiché l’uomo vivendo in comunione con essa può raggiungere l’unica possibile felicità; in seguito la natura appare “matrigna” proprio perché illude l’uomo promettendo una felicità che mai sarà raggiunta.

L’evoluzione del pessimismo leopardiano può essere distinta in tre fasi: pessimismo storico, cosmico ed eroico e ciascuna di esse rappresenta una diversa visione della realtà.

Nel Pessimismo storico la natura è fonte di vitalità che genera illusioni a

1

cui si oppone “l’arido vero” che è alla base della moderna civiltà.

1 G. Ferroni, Storia e testi della letteratura italiana 2C, Enaudi Scuola, pag. 89 4

La ragione sarebbe pertanto causa “[…] dell’infelicità degli uomini perché, essendo il regno del vero, demolisce i sogni e le illusioni, inaridisce la poesia”.

2

In questa fase la natura è ispiratrice di grandi sentimenti e di grandi illusioni mentre la razionalità è ciò che li distrugge.

L’origine del sentimento profondo dell’infelicità, ossia lo sviluppo di quella che si chiama sensibilità, ordinariamente procede dalla mancanza o perdita delle grandi e vive illusioni. G. Leopardi, Zibaldone, 1817/32

È questo il momento letterario in cui maturano alcune tra le poesie più significative come ad esempio “Alla Luna”, “L’Infinito” e “La sera del dì di festa”, in cui il giovane Leopardi proietta il proprio stato d’animo nella natura che lo circonda. La contemplazione del paesaggio alimenta il suo mondo interiore, la rimembranza, le illusioni per cercare di placare nella natura la propria infelicità.

In seguito, nel 1823, la visione di Leopardi si modifica arrivando a

3

concepire la natura come una “forza cieca e ostile all’uomo”: è questa la fase definita Pessimismo cosmico. Il poeta giunge ad una diversa percezione delle illusioni considerate ora vane e sente la necessità di approfondire la verità sull’infelice condizione umana.

Sono questi gli anni in cui compone le “Operette morali” (1824-1827) e, in seguito i “Grani Idilli” (dal 1828 in poi). Nelle “operette morali” si concretizza l’idea che il male sta nella natura: essa è indifferente alla sorte umana e la vita dell’universo è un ciclo biologico di produzione e distruzione.

2 M. Sambugar, G. Salà, Letteratura +, Vol 2, La Nuova Italia, pag. 566

3 G. Ferroni, Storia e testi della letteratura italiana 2C, Enaudi Scuola, pag. 89 5

In questa fase la ragione sembra avere un ruolo positivo poiché ha il compito di svelare il male che è nella natura; la ragione rivela l’inganno delle illusioni e il bisogno umano di illudersi per poter vivere (uomo saggio).

Nei grandi idilli, troviamo l’elemento autobiografico, sollecitato dalla difficile situazione psicologica del poeta ritornato a Recanati.

Qui ai ricordi dell’infanzia si unisce la consapevolezza del “vero”, in un confronto tra il suo destino e quello degli uomini in generale. Cerca di rendere più oggettivi gli spunti autobiografici ed è sempre presente la contemplazione della natura ma la sua visione è ormai estremamente negativa perché il passato è perduto e la vita è solo infelicità.

L’ultima fase, definita Pessimismo eroico, è caratterizzata dalla consapevolezza che l’infelicità e il dolore sono comuni a tutti gli uomini e per questo l’unica possibilità è quella di allearsi per non rassegnarsi al proprio destino.

Questa visione è illustrata in modo suggestivo nella “Ginestra”, un ampio componimento in cui il poeta utilizza simbolicamente la ginestra, umile fiore che cresce alle pendici del Vesuvio, come simbolo della dignità umana che deve reagire alla sorte. Il poeta sostiene che contro la natura, il destino, il “secol superbo e sciocco”, bisogna lottare con dignità senza piegarsi ma accettando consapevolmente la propria condizione.

1.3 La teoria del piacere

Legata alla visione positiva e benigna della natura, è la teoria del piacere, in cui Leopardi sostiene che ogni comportamento umano è guidato dalla ricerca del piacere che, tuttavia, l’uomo non riesce mai a raggiungere.

Ciò genera un costante desiderio ed un’aspettativa continua alimentata dalle illusioni e “[…] la disposizione dell’uomo a trovare un senso alla propria vita attraverso le illusioni e la stessa esperienza poetica”.

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4 G. Ferroni, Storia e testi della letteratura italiana 2C, Enaudi Scuola, pag. 90 6

Il piacere, dunque, secondo Leopardi, altro non è che una momentanea assenza di dolore prodotta dal rifugiarsi nelle illusioni: grazie alla facoltà immaginativa l’uomo può creare piaceri inesistenti, e immaginarli come infiniti in numero, durata ed estensione. Non stupisce che per gli uomini la speranza sia il bene maggiore e che la felicità corrisponda all’immaginazione stessa.

La natura fornisce tale facoltà all’uomo come strumento per giungere non alla verità, ma ad un’illusoria felicità.

Leopardi si interroga anche sul rapporto tra piacere e dolore sostenendo che, essendo il dolore e l’infelicità elementi costanti dell’esistenza umana, il piacere non esiste se non come momentanea assenza di dolore.

In questo iter è inserito anche il concetto di amor proprio, di quel legame naturale che ciascun individuo ha con se stesso che è alla base del desiderio di felicità e che si caratterizza come altra fonte di illusione.

Nessuna dolce e nobile ed alta e forte illusione può stare senza la grande illusione dell’amor proprio, l’illusione della stima di se stesso e della speranza. Togliete via questa, tutte le altre verranno meno immantinente, e potrete conoscere allora che questa era il fondamento e la nutrice, per non dir la radice e la madre di tutte l’altre.

G. Leopardi, Zibaldone, 1817/32

1.4 La noia e il taedium vitae

Alla teoria del piacere si collega il concetto di noia, effetto del pessimismo universale e cosmico, formulato nello Zibaldone nel 1823 e ripreso anche in opere successive.

La noia, il taedium vitae, inteso come stanchezza del vivere, viene considerato da Leopardi, fra tutti i mali, il più angosciante e, nello stesso tempo, ”più sublime” perché misura la grandezza dell’animo umano. Essa si configura come desiderio astratto e assoluto, dunque inappagabile che invade l’animo in assenza di dolore e di desiderio. 7

Secondo l’idea che il “sapere accresce il dolore”, sebbene secondo Leopardi esso sia preferibile all’ignoranza, chi sa che la felicità è irraggiungibile prova spesso questo senso invincibile di noia per la vita, per le cose di ogni giorno, per l’epoca in cui vive. Tuttavia tale noia può costituire uno stimolo alla conoscenza: può sollecitare azioni eroiche e grandi aspirazioni come reazione agli stretti orizzonti che quotidianamente ci soffocano. Ciò ricorre in alcune liriche e in diverse Operette morali, tra le quali la più famosa è il Dialogo di Cristofolo Colombo e di Pietro Gudierez.

La noia, cioè il non essere mai soddisfatti di ciò che si ha o si è, non è un mal comune, come è un male comune essere inoperoso o sfaccendato, ma è un sentimento che provano soltanto coloro che hanno una certa superiorità intellettuale e spirituale, per i quali essa (la noia) è qualcosa di penoso e terribile. La massima parte degli uomini invece non avverte la noia, è anzi sempre soddisfatta di quello che ha e, quando è inoperosa, non si annoia mai. Perciò gli uomini comuni non comprendono, anzi si meravigliano quando gli spiriti sensibili parlano della noia come di uno dei maggiori mali della vita. G. Leopardi, I Pensieri, LXVII

1.5 Leopardi e Schopenhauer

Le fasi del pensiero leopardiano fin qui analizzate ci portano ad un collegamento immediato con il pensiero e le conclusioni del filosofo irrazionalista Schopenhauer, soprattutto per quanto riguarda la visione pessimistica dell’esistenza, il concetto del dolore e della noia, l’idea di una felicità irraggiungibile.

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Sintesi

Illusione: Nulla è più facile che illudersi. Perché l’uomo crede vero ciò che desidera.

Spesso ciò che vediamo non è reale ed oggettivo, ma piuttosto soggettivo e dunque “illusorio”; il modo in cui la realtà ci appare non dipende solo dalle sue caratteristiche intrinseche, ma anche da quelle del soggetto a cui essa si mostra.

Pertanto ogni essere umano ha una determinata percezione della realtà fortemente influenzata dalle aspettative che ha su di essa, nonché dai suoi desideri e dai suoi bisogni.

A questa capacità, esclusivamente umana, di immaginare un reale diverso da ciò che è, alcuni pensatori e poeti hanno dato il nome di “illusione”.

Il termine deriverebbe dal verbo latino “illudere”, costituito da in e ludere = giocare, inserire in un gioco; la parola ha un legame con l’idea di qualcosa di non concreto, che si ritrova nel significato che il termine assume nella lingua italiana: “errore, inganno dei sensi per cui una falsa impressione viene creduta realtà; ingannevole rappresentazione della realtà secondo cui si attribuisce consistenza ai propri sogni e alle proprie speranze”.

Questo tema mi ha affascinato notevolmente soprattutto perché ho potuto analizzarlo in alcuni autori e in diverse discipline trattate in quest’ultimo anno. Principalmente nella letteratura italiana ed europea, tra ‘800 e ‘900, periodo in cui si sono chiaramente delineate due opposte visioni, quella del Realismo e quella del Romanticismo. In particolar modo nel Romanticismo, attraverso l’esaltazione dell’Io soggettivo e delle facoltà irrazionali dell’uomo, la figura e l’opera di Giacomo Leopardi ha dato voce alle illusioni. Del resto anche la filosofia si è interrogata a lungo sul rapporto tra realtà ed illusione, tema divenuto centrale dell’indagine filosofica di Arthur Schopenhauer. Anche Oscar Wilde, nel suo romanzo più celebre “Il ritratto di Dorian Gray”, offre una personale visione della realtà con le sue possibili illusioni.

Certamente la difficoltà di distinguere realtà e illusione accompagna da sempre l’uomo, costantemente, poiché non si tratta, come per le illusioni ottiche, di una errata o distorta percezione del reale, ma di una vera e propria sovrapposizione alla realtà di desideri e di bisogni individuali: sono illusioni che risiedono nell’animo dell’individuo, “illusioni dell’anima”.

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