Estratto del documento

Il senso di appartenenza dell’uomo

Globalità e nazione da Kant a oggi

Prefazione

I discorsi riguardanti l’appartenenza dell’uomo si sono susseguiti continuamente nella storia della filosofia, dai tempi più remoti fino al dibattito contemporaneo: già nell’antica Grecia era presente chi metteva in discussione l’appartenenza o meno dell’uomo al mondo fisico, sulla base della realtà fenomenica del corpo ma anche dell’astrattezza metafisica dell’anima.

Ciò che si prenderà ora in considerazione parte da uno dei cardini della filosofia che va dall’Umanesimo in poi: l’appartenenza dell’uomo al mondo e la sua centralità all’interno di esso.

In virtù di questo principio fondamentale, l’interesse primario della speculazione filosofica si discosta dalla natura, e quando questa viene affrontata è soltanto in funzione della ricerca dei metodi per l’indagine conoscitiva dell’uomo (cosa che accadde durante la Rivoluzione Scientifica). In particolar modo durante l’età dell’Illuminismo compito della filosofia è far sì che l’uomo, in virtù della sua ragione, <<esca dal suo stato di minorità, che egli deve imputare a se stesso>>.

Dopo secoli di oscurantismo, l’uomo si propone di raggiungere il suo massimo grado di esaltazione, libero da ogni tipo di fede religiosa o di superstizione millenaria priva di fondamento, e può finalmente enunciare i suoi diritti inalienabili di libertà, uguaglianza, fratellanza e pensiero. In virtù di questa nuova visione, l’uomo all’interno dello Stato e nella società civile non è più un suddito, sottomesso ad un principio di autorità divino ormai tramontato, ma è cittadino con pieni poteri e diritti, che nel moderno concetto di democrazia tripartita (Potere esecutivo, legislativo, giudiziario) assume il suo più alto valore.

Le ripercussioni storiche del movimento sono evidenti in Europa nella Rivoluzione Francese, che nelle sue fasi iniziali trova l’appoggio di un’intera generazione di intellettuali borghesi che vedono finalmente applicati i principi del pensiero di un intero secolo.

Una delle cause del crollo di questo processo storico che sembrava ormai inarrestabile è da imputare sicuramente all’idea di esportazione (a dir poco forzata e violenta) della Rivoluzione: una delle idee centrali del pensiero illuministico è infatti il cosmopolitismo, l’idea di superamento delle barriere geografiche e culturali ereditate dal passato, in nome della creazione di una comunità globale della ragione, in cui l’uomo fosse non solo cittadino del proprio Stato ma cittadino del mondo.

È un’idea anch’essa rivoluzionaria, di forte rottura con il passato: un’idea di mondo, di globalità, che è quella che analizzeremo più avanti e che cerca ancora delle conferme, un’applicazione definitiva nella storia, sia a livello politico che sociale.

Gli avvenimenti dell’età napoleonica senza dubbio contribuirono indubbiamente a rallentare il processo di creazione di un’identità globale, creando anzi delle forti opposizioni interne fra gli intellettuali europei che portarono alla formazione delle idee nazionali durante il Romanticismo; durante l’Ottocento e il Novecento l’eredità di questi movimenti, in Europa e nel Mondo, si è fatta sentire pesantemente, e le conseguenze storiche non possono ancora essere ben definite.

È necessario comunque affermare che negli avvenimenti storici degli ultimi due secoli la componente del dualismo fra idee globalitarie e idee nazionalitarie ha avuto un ruolo molto forte, ben oltre un conflitto fra intellettuali ma affermandosi prepotentemente nella politica, nella società e nell’economia, e spesso ambedue son state propagandate come mera giustificazione bellica.

Il cosmopolitismo illuminista

La pace perpetua di Kant

L’opera Per la pace perpetua (Zum ewigen Frieden) fu stesa da Immanuel Kant nel 1795, sull’onda dell’entusiasmo per la Rivoluzione Francese (di cui il filosofo tedesco fu grande sostenitore) ma soprattutto per la Pace di Basilea, firmata nell’aprile dello stesso anno: con questo trattato la Francia repubblicana si riconciliò con l’Olanda, la Spagna e soprattutto la Prussia (patria di Kant), ponendo fine alle ostilità e riconoscendosi reciprocamente. In virtù di questo spirito di riavvicinamento fra le grandi potenze europee continentali stese questo progetto giuridico (e non etico, come si potrebbe pensare), basandosi sul contrattualismo che ha già partorito un documento importantissimo come la Costituzione degli Stati Uniti d’America del 1787, che prevedeva la convergenza degli uomini nella creazione dello Stato:

Un’organizzazione che permette di regolare i rapporti tra gli uomini in maniera stabile, sicura, come punto di passaggio obbligato perché gli uomini possano esprimere il meglio di loro stessi e in particolare la loro attitudine al bene morale.

Il principio fondamentale su cui Kant fonda il suo concetto di Stato è, dunque, il pessimismo antropologico: come Hobbes stesso affermava, l’uomo è spontaneamente portato al male. Lo Stato è strumento che ferma le iniquità e slancia la cultura, frena l’egoismo ed esalta la civiltà, cancella ogni tipo di violenza reciproca, portando dunque alla realizzazione dei fini morali.

Identificando dunque lo Stato come patto fra gli individui, che in nome della convivenza civile diventano cittadini, Kant sostiene che si possa elevare lo stesso discorso fra i vari Stati in un’ottica federativa, sovrastatale, e quindi globale: come gli individui si sono accordati fra di loro e hanno raggiunto la pace attraverso lo Stato, così gli Stati, quali «individui in grande», dovranno accordarsi fra loro in una federazione per raggiungere la pace.

Il sentimento di rivalsa degli Stati non disposti a rinunciare alla propria sovranità verrà soffocato mediante uno sforzo cosciente degli uomini che possono costruire e mantenere la pace superando lo stato di natura che, come nel caso degli uomini, è anche per gli Stati per sé belligerante (anche quando lo stato di guerra non è presente, c’è sempre la costante minaccia delle ostilità): con ciò Kant critica anche i cosiddetti trattati di pace, colpevoli di essere solo l’anticamera di nuovi conflitti.

È evidentissimo in quest’opera quanto sia importante l’influenza dell’illuminismo e quanto di questo voglia evidenziarne il carattere cosmopolita, globale e di reciproca convivenza.

In particolare ciò si può evincere dai tre postulati della Pace perpetua:

  • Sistema statale repubblicano (non imposto dall’esterno, in principio dell’autodeterminazione degli Stati), unica alternativa al dispotismo garante dell’uguaglianza e della libertà del cittadino di fronte alle leggi, secondo il già noto potere tripartito (esecutivo, legislativo, giudiziario).
  • Sistema federativo degli Stati, senza che a questi venga meno la propria sovranità.
  • Diritto cosmopolitico di ospitalità.

È questo il cuore del Progetto kantiano, quello di maggiore rottura verso il passato, un’idea che per noi, per quanto possa sembrarci attuale, è ancora tanto, troppo grande: è l’idea di un mondo aperto in cui gli uomini siano tutti coscienti della propria mondialità, in cui tutti riconoscano il diritto di circolare o soggiornare liberamente in qualsiasi luogo della Terra in quanto noi tutti figli di essa.

Kant, postulando anche quest’ultimo grado di libertà, afferma dunque che il diritto di ospitalità garantisce ad ogni individuo di poter inserirsi nella società anche se in un’altra terra rispetto a quella di origine, nel rispetto delle leggi e in virtù dell’appartenenza comune al mondo, criticando fortemente chi viola questo diritto come gli europei colonialisti: <<la condotta inospitale degli Stati civili, soprattutto quelli commerciali, della nostra parte del mondo, l’ingiustizia, di cui essi danno prova visitando paesi e popoli stranieri (visite che essi immediatamente identificano con la conquista), è tale da rimanere inorriditi. L’America, i Paesi dei Negri, le Isole delle Spezie, il Capo di Buona Speranza, ecc., quando li scoprirono furono per loro terre che non appartenevano a nessuno; degli abitanti infatti non tennero assolutamente conto>>.

Il discorso kantiano sulla Pace perpetua è tuttavia molto aperto su certi aspetti, e a dir poco controverso su altri.

Innanzitutto i problemi di salute (il morbo di Alzheimer, che lo portò alla morte nel 1804) non garantirono certamente a Kant la possibilità di dare una risposta forte agli avvenimenti storici immediatamente successivi alla pubblicazione dell’opera, tra cui spicca su tutte l’avvento di Napoleone Bonaparte che rivoltò completamente l’idea di Rivoluzione Francese a cui il filosofo era tanto legato.

Già nel 1798, nello scritto Il conflitto delle facoltà, si evince una forte nota di pessimismo, dubitando, riferendosi probabilmente al Terrore, che <<il genere umano sia in costante progresso verso il meglio>>; ma non è da escludere che forse, dall’esperienza violenta post-rivoluzionaria avrebbe salvato dalle macerie le enormi conquiste civili che questa ha portato, come il Codice Napoleonico, l’abolizione della servitù della gleba e la diffusione delle idee democratiche che formò una generazione di giovani intellettuali romantici.

In particolare durante l’età romantica successiva a Kant i filosofi trovarono tantissime lacune nella Pace perpetua: importantissima nei fini storici è la critica che fa Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto, affermando che un’entità sovranazionale così costituita non può esser realizzata se non utopisticamente, data l’accidentalità (contrapposta a necessarietà) dei rapporti che ci sono fra i vari Stati, soprattutto nel mantenere saldi i trattati di pace, il cui valore è legato soltanto alla volontà degli Stati di rispettarli. Hegel accusò quindi Kant di utopismo: una federazione di stati senza potere sovrano può risolvere delle controversie, ma presupponendo l’umanità degli Stati; altrimenti, mantenendo la situazione tale, la guerra continuerà sempre ad essere l’unica via risolutiva, e cercando le conferme storiche durante il XX secolo, non ci si mette tanto a capire che il filosofo di Stoccarda, pur nel pessimismo, aveva le sue buone ragioni.

L’altro limite riscontrabile nell’età immediatamente successiva a Kant è la concezione universale della storia su cui si basa il suo Progetto: la storia (come appare nell’Idea per una storia universale) appartiene unicamente all’uomo e lo studio si basa sui suoi comportamenti in maniera universale, globale, senza cogliere invece le differenze fra quelle che i romantici esalteranno, ovvero le nazioni, popoli accomunati da tradizioni linguistiche, religiose, culturali, geografiche e, appunto, storiche ben definite. L’applicazione su scala mondiale di un simile progetto così razionale sarebbe, per i romantici, come una “colonizzazione ideologica”, volta a distruggere ogni realtà culturale nazionale.

L’età del Romanticismo

La delusione storica e la nascita dell’idea di nazione

Il fallimento del progetto cosmopolita illuministico è da imputare non soltanto alla violenza con cui l’ideale rivoluzionario venne imposto all’Europa durante le guerre di Napoleone, ma soprattutto al fatto che la maggior parte dei popoli del resto del continente non era affatto pronta a sostenere un cambiamento così grande, soprattutto tramite i vincoli di un occupante straniero: infatti in Francia c’era già stata, negli anni precedenti la Rivoluzione, una forte presa di coscienza del Terzo Stato (specie nella borghesia intellettuale) nei confronti del potere dell’Ancien Régime, cosa che nel resto d’Europa non accadde affatto, se si esclude la classe intellettuale di alcuni paesi.

La conseguenza di questa poca considerazione nei confronti dell’altro fu la forte reazione di interi popoli del continente alle mire espansionistiche francesi, alle cui imposizioni legislative di matrice illuminista si opposero con uno spirito del tutto nuovo, rivendicando la propria tradizione e la propria originalità storica.

Gli intellettuali in questo senso si ispirarono ad un altro filosofo illuminista più vicino però anche alle esigenze del nascente movimento di reazione chiamato Jean Jacques Rousseau, Romanticismo, ovvero che legò il senso di individualità personale (ogni uomo è diverso dagli altri) al senso di individualità nazionale e storica (ogni popolo è diverso dagli altri).

In base a ciò, il filosofo di Ginevra ritenne assurdo affermare che, come potessero esserci pensieri o sentimenti (che diventano la componente più importante nell’uomo) validi per ogni individuo, potessero esserci delle leggi universali valide per ogni popolo.

L’idea di un mondo cosmopolita in prospettiva di un’identità globale è dunque completamente morta, uccisa probabilmente dagli stessi che avrebbero voluto attuarla nella prassi.

Uno dei primi intellettuali che si schiera con forza nella difesa del sentimento nazionale del proprio popolo è il filosofo Johann Gottlieb Fichte, che pronunciò a Berlino i Discorsi alla nazione tedesca nell’inverno 1807-1808. Il contesto storico di questi quattordici documenti di fondamentale importanza è a dir poco esemplificativo: le truppe francesi occupavano ancora la Prussia dopo la vittoria napoleonica di Jena, e Fichte volle riflettere il sentimento di rivalsa del suo popolo avanzando un progetto di tipo pedagogico (sempre memore degli insegnamenti di Rousseau) esaltando il rinnovamento spirituale e fisico della Germania come nazione. È bene chiarire: non come Stato, ma come nazione; infatti il filosofo non si riferì ad una Germania unita come realtà politica e geografica, che peraltro non esisteva in quanto divisa in numerosi staterelli.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2008

Il senso di appartenenza dell'uomo

Autore: Alberto Diana

Descrizione: quanto le idee di nazione e globalità hanno influenzato la storia contemporanea? Ecco una breve indagine, partendo da Kant arrivando fino ai giorni nostri!

Materie trattate: filosofia, storia, italiano, inglese

Area: umanistica

Sommario

I discorsi riguardanti l'appartenenza dell'uomo si sono susseguiti continuamente nella storia della filosofia, dai tempi più remoti fino al dibattito contemporaneo: già nell'antica Grecia era presente chi metteva in discussione l'appartenenza o meno dell'uomo al mondo fisico, sulla base della realtà fenomenica del corpo ma anche dell'astrattezza metafisica dell'anima.

Ciò che si prenderà ora in considerazione parte da uno dei cardini della filosofia che va dall'Umanesimo in poi: l'appartenenza dell'uomo al mondo e la sua centralità all'interno di esso.

In virtù di questo principio fondamentale, l'interesse primario della speculazione filosofica si discosta dalla natura, e quando questa viene affrontata è soltanto in funzione della ricerca dei metodi per l'indagine conoscitiva dell'uomo (cosa che accadde durante la Rivoluzione Scientifica).

In particolar modo durante l'età dell'Illuminismo compito della filosofia è far sì che l'uomo, in virtù della sua ragione, &lt;&lt; esca dal suo stato di minorità, che egli deve imputare a se stesso&gt;&gt;.

Dopo secoli di oscurantismo, l'uomo si propone di raggiungere il suo massimo grado di esaltazione, libero da ogni tipo di fede religiosa o di superstizione millenaria priva di fondamento, e può finalmente enunciare i suoi diritti inalienabili di libertà, uguaglianza, fratellanza e pensiero.

In virtù di questa nuova visione, l'uomo all'interno dello Stato e nella società civile non è più un suddito, sottomesso ad un principio di autorità divino ormai tramontato, ma è cittadino con pieni poteri e diritti, che nel moderno concetto di democrazia tripartita (Potere esecutivo, legislativo, giudiziario) assume il suo più alto valore.

Le ripercussioni storiche del movimento sono evidenti in Europa nella Rivoluzione Francese, che nelle sue fasi iniziali trova l'appoggio di un'intera generazione di intellettuali borghesi che vedono finalmente applicati i principi del pensiero di un intero secolo.

Una delle cause del crollo di questo processo storico che sembrava ormai inarrestabile è da imputare sicuramente all'idea di esportazione (a dir poco forzata e violenta) della Rivoluzione: una delle idee centrali del pensiero illuministico è infatti il cosmopolitismo, l'idea di superamento delle barriere geografiche e culturali ereditate dal passato, in nome della creazione di una comunità globale della ragione, in cui l'uomo fosse non solo cittadino del proprio Stato ma cittadino del mondo.

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