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Il senso del tragico

Matteo Maculotti

Il senso del tragico

Matteo Maculotti

“Πολλὰ τὰ δεινὰ κούδὲν ἀνθρώπου δεινότερον πέλει.”

“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell'uomo”

Antigone, vv. 332/333

Traduzione di R. Cantarella

In questi due versi, tratti dal primo stasimo dell'Antigone di Sofocle, risiede tutta la complessità della tragedia greca. L'uomo è cantato come la creatura più meravigliosa dell'intero mondo e, nello stesso tempo, come la più terribile. Generazioni di studiosi si sono interrogate su come tradurre quell'aggettivo δεινός che contiene in sé una vasta gamma di significati che vanno dal “mirabile” al “mostruoso”, senza mai riuscirci completamente. Geniale l'interpretazione che diede Holderlin, traducendolo come “smisurato” e cogliendo nella tragedia quella componente contraddittoria che le è propria: rappresenta il destino tragico dell'uomo ma anche la sua coscienza, la sua piccolezza e la sua grandezza, contemporaneamente.

Forse è proprio questo che affascina della tragedia: la sua complessità e, di conseguenza, l'impossibilità di capirla fino a fondo. Dalle origini oscure alla prematura fine: la tragedia attica sembra essere stata un miracolo durato circa un secolo e mai ripetutosi, nella sua grandezza, nel corso della storia. Un miracolo su cui molti si sono interrogati: leggiamo decine e decine di interpretazioni diverse, sulle singole tragedie e perfino sullo stesso genere teatrale. Schopenhauer esaltò la tragedia come la forma poetica più superba e ne indagò il vero significato, Nietzsche si domandò dove nacque lo spirito dionisiaco dell'uomo greco e come ebbe modo di manifestarsi tramite il teatro; parecchi altri studiosi si chiesero, e si chiedono ancora adesso, se lo spirito tragico sia presente anche al giorno d'oggi. Certo che sì, la riflessione tragica è comune ad ogni uomo, di qualsiasi epoca storica. La grandezza degli antichi greci, rispetto a noi, fu quella di esprimere magnificamente, tramite il teatro, la loro interpretazione del senso del tragico.

La tragedia, una delle più antiche forme di teatro, nacque nella Grecia classica del V secolo a.C. Analizzare le caratteristiche del genere è un compito molto arduo: da una parte per l'esiguo numero di testi pervenutoci, dall'altra per le differenze strutturali che esistono tra le tragedie che possiamo leggere oggi. Ciò che mi interessa indagare maggiormente non è comunque la “forma” della tragedia (struttura delle opere, caratteristiche del teatro ecc.), bensì il suo contenuto ed il suo significato. Esaminerò quindi i temi che affrontava e il modo in cui li affrontava, il significato della rappresentazione tragica e, di conseguenza, il ruolo che assumeva per il pubblico di quell'epoca.

Sappiamo che la funzione della tragedia attica non era semplicemente quella di uno spettacolo di intrattenimento, ma piuttosto quella di un rito collettivo della pòlis. Si svolgeva durante un periodo sacro e costituiva un momento di notevole importanza per le idee, i problemi e la vita politica e culturale dell'Atene democratica. C. Meier, nel suo saggio “L'arte politica della tragedia greca”, sostiene che la tragedia, in un periodo di enormi responsabilità politiche e sconvolgimenti sociali come il V secolo a.C., serviva ai cittadini ateniesi come legame con una tradizione ormai destabilizzata. La tragedia narrava di un passato mitico, ma il mito diventava immediatamente metafora delle problematiche più profonde della società ateniese.

L'idea del tragico

La tragedia greca nacque grazie a due fondamentali novità: la narrazione di una vicenda mitica per mezzo della voce diretta dei protagonisti e la rappresentazione dell'azione mitica come se si svolgesse nel presente. La tragedia attinge, per le sue storie, dal grande serbatoio dei racconti mitici. La novità è però l'attualizzazione delle vicende nel presente della dimensione teatrale: avviene così il passaggio dal racconto all'azione, dalla narrazione alla drammatizzazione. Per questo Aristotele, nella Poetica, afferma che la tragedia è imitazione di un'azione nel suo stesso svolgersi.

Ai tragediografi greci non interessava raccontare l'intera vicenda mitica di un personaggio, bensì collocarlo direttamente in un particolare momento della sua vita. Questo momento, rappresentato sulla scena, diventava attuale per lo spettatore e, contemporaneamente, per l'attore che indossava la maschera del personaggio. Ciò era possibile grazie alla narrazione per mezzo di dialoghi tra i personaggi che parlavano direttamente della loro situazione, dei loro sentimenti, delle loro paure o delle loro speranze. La voce narrante, che nei racconti mitici e nella lirica corale era affidata ad un narratore esterno, con il teatro greco diventa quella dei personaggi, che vivono nel presente dello spettacolo i momenti cruciali della loro storia appartenente alla cultura mitica.

“L'invenzione della tragedia si ha quando per la prima volta un uomo che espone una storia esce dalla propria identità anagrafica e riveste quella di un personaggio del passato, storico o mitico che sia. Nella nuova condizione, che è quella dell'attore, egli si contrappone al coro, attraendo anche questo entro la sfera del proprio racconto. Accade così che, in una dimensione temporale che fa coincidere il passato con il presente, l'attore e il coro si propongano come protagonisti di una nuova realtà, la cui forza mimetica attira pure il pubblico in una partecipazione totale e immediata. [...] La tragedia nasce quando l'uomo scopre che nell'azione teatrale gli è dato di vivere un'altra realtà, e che in questa realtà egli può manifestare la grande, terribile verità che gli si è rivelata: che la vita umana è un inespiabile dolore.” D. Del Corno, La letteratura greca (vol. II)

La tragedia nasce da una sorta di interpretazione, ad opera del poeta, del mito, in modo che esso assuma un valore universale e possa rappresentare al meglio la tragicità della vita di ogni uomo. Il mito diventa così paradigma della condizione umana e, parallelamente, l'eroe mitico, che prima era statico e fisso nella sua dimensione eroica, ora diventa poliedrico, ambiguo, in preda a passioni che lo sconvolgono e soggetto a forze superiori che ne tracciano il destino. Tale destino, per ogni eroe, è già fissato nel mito. Lo spettatore conosce già le sue azioni e partecipa della paradossalità della sua condizione: libero di scegliere, ma destinato ad una fine già scritta.

“Ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se interviene o diviene possibile una conciliazione, il tragico scompare.” J. W. Goethe, Colloqui con Eckermann

La tragedia, dice giustamente Goethe, ha origine da un conflitto inconciliabile. Se si presentasse una soluzione a questo conflitto, perderebbe il suo carattere tipico. Il tragico, indipendentemente dalla forma che assunse nel teatro greco, si esprime prima di tutto come contrasto tra volontà e destino, tra libertà e necessità: è questo il conflitto maggiore, quello che opprime anche ogni protagonista della tragedia greca.

La presa di coscienza di questo conflitto è alla base della nascita della tragedia. Nella gloriosa Atene del V secolo l'intensa dinamica della vita sociale, culturale e politica fece sorgere nella mente dell'uomo problematiche riguardanti la conflittualità e ambiguità della realtà. L'uomo iniziò ad interrogarsi su quanto effettivamente le sue azioni fossero significative e su quanto egli riuscisse ad avere potere sul corso degli eventi. Giunse alla conclusione che non gli è concessa un'assoluta certezza del futuro poiché le sue azioni, nonostante possano essere compiute in vista di un fine, non necessariamente lo ottengono e, talvolta, giungono perfino a conseguenze opposte a quelle desiderate.

L'eroe tragico vive questa condizione che l'uomo scopre progressivamente: ogni sua azione è una scommessa sull'ignoto, e questo ignoto assume la forma delle divinità. L'eroe tragico è uno, ma il suo dolore è quello di tutta l'umanità, la sua sofferenza è quella che tutti possono provare, il suo destino è quello di ogni uomo. Questo carattere di universalità è strettamente legato alla natura di finzione che riveste il teatro: una sorta di realtà a sé stante ma che rivela continuamente le verità più profonde dell'esperienza umana allo spettatore. La maschera è il simbolo di questa finzione rivelatrice. Essa, secondo quanto dice C. Segal nel saggio “L'uditore e lo spettatore”, è il segno della volontà del pubblico di sottomettersi all'illusione e di profondere energie emotive in qualcosa che viene connotato come fittizio. Lo spettatore ha quindi un ruolo attivo nella rappresentazione tragica: non considerava il momento teatrale come una finzione a scopo di intrattenimento, bensì come una realtà alternativa, fondata su leggi proprie, nella quale immedesimarsi e scaricare le proprie emozioni.

“L'incantesimo della maschera dionisiaca libera, in dosi controllate, le paure, l'ansia, l'irrazionalità che covano sotto la patina di splendore dell'Atene di Pericle.”

C. Segal, L'uditore e lo spettatore

La tragedia non ricercava più il piacere dello spettatore, tipico della recitazione epica o della rappresentazione corale. Il pubblico era invece coinvolto emotivamente in una tensione continua tra due poli: quello del piacere, proprio di uno spettacolo di alta qualità, e quello del dolore, provocato dai contenuti della tragedia. Il coinvolgimento del pubblico era totale, tanto che sappiamo che un tragediografo, Frinico, venne perfino multato per aver terrorizzato gli spettatori inserendo riferimenti di attualità in una sua tragedia.

Nella Poetica Aristotele, che riconosce nella tragedia attica del quinto secolo l'espressione più alta di tutta la poesia greca, utilizza a questo proposito il termine κάθαρσις (depurazione).

“Tragedia è dunque imitazione di un'azione seria e compiuta, avente una propria grandezza, distintamente per ciascun elemento delle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione di siffatte emozioni.” Aristotele, Poetica, 6

La tragedia, secondo Aristotele, più che un'imitazione della natura come l'arte o la poesia, è rappresentazione e ricostruzione delle vicende umane non come effettivamente si sono svolte, poiché questo è compito della storia, ma secondo criteri di verosimiglianza e necessità. La rappresentazione tragica, in particolare, costituisce un momento in cui ogni spettatore libera le proprie passioni, scarica la propria tensione emotiva e giunge alla cosiddetta “catarsi”, una sorta di “purificazione” che permette all'uomo di sfogare i suoi istinti più irrazionali (matricidio, incesto, suicidio, cannibalismo, infanticidio...) vedendoli rappresentati sulla scena.

L'effetto della tragedia era quindi immenso: attori e spettatori erano uniti emotivamente nella dimensione teatrale e questo era possibile anche e soprattutto per la presenza del coro, che sanciva idealmente il confine di questa realtà parallela. In un saggio intitolato “Sull'uso del coro nella tragedia”, F. Schiller si interroga sulla funzione che il coro assumeva nella tragedia attica e sostiene che esso fosse una sorta di muro di cinta che divideva la dimensione teatrale dalla realtà circostante: una sorta di barriera tra il mondo reale e il mondo ideale creato dalla poesia. Nella sua opera “La nascita della tragedia”, F. Nietzsche afferma che ogni greco si sentì come annullato davanti al coro della tragedia. L'effetto di questa rappresentazione sarebbe stato devastante: lo stato, la società e il divario tra uomo e uomo scomparivano sotto la prepotenza di un sentimento di unità che riconduceva ogni cosa nel seno della natura.

I tragediografi

I grandi tragediografi greci del V secolo a.C. furono, in ordine cronologico, Eschilo, Sofocle ed Euripide.

La loro interpretazione della tragedia è differente: le opere di Eschilo sono incentrate sul ruolo della giustizia divina e sull'indagine della colpa umana, Sofocle mette in scena invece uomini incolpevoli sottomessi per loro natura ad un destino cieco, Euripide si sofferma maggiormente sull'individualità dell'uomo e ne individua i contrasti tra ragione e passione, relegando alle divinità un ruolo di secondo piano.

Io ho deciso di trattare solo i primi due, da una parte perché Euripide, grande sperimentatore, ha operato una sorta di rivoluzione del genere tragico ed è quindi, in un certo senso, meno indicativo di esso; dall'altra perché dal confronto tra l'Edipo di Eschilo e l'Edipo re di Sofocle è possibile trarre interessanti conclusioni riguardo alla diversa interpretazione della tragedia dei due poeti tragici.

Eschilo e Sofocle

Eschilo e Sofocle furono probabilmente i più amati tragediografi nell'antica Grecia. Non furono contemporanei e le loro tragedie sono necessariamente segnate dalle differenze culturali e religiose che esistevano tra i due.

La tragedia di Eschilo è fortemente imperniata sul contrasto tra uomini e dei, in particolare sulla responsabilità dei primi nei confronti delle loro azioni e sulla loro sottomissione alla legge divina, una giustizia suprema che ne punisce le colpe e i comportamenti sbagliati. Esemplare in questo senso è il personaggio di Prometeo, a cui Eschilo dedica una celebre trilogia di tragedie.

Il mondo tragico di Eschilo è spietatamente giusto e non lascia scampo a chi si è macchiato di una colpa o a chi eredita una colpa commessa dai propri antenati. Attraverso il dolore, che ogni uomo è destinato a soffrire, egli matura la propria conoscenza (πάθει μάθος). L'uomo si rende conto, scontando la sua pena, dell'esistenza di un ordine perfetto e immutabile che regge il suo mondo: la giustizia divina.

“Zeus, quale mai sia il tuo nome, se con questo ti piace esser chiamato, con questo ti invoco. Né certo ad altri posso pensare, nessun altro all'infuori di te riconoscere, se veramente questo peso vano dall'anima voglio scacciare. Tale fu grande un giorno e fiorente di ogni audacia guerriera, e di costui nemmen più si dirà che esistette; poi venne un secondo, e anche questi scomparve trovato un terzo più forte. Chi con cuore devoto canta epinici a Zeus, questo soltanto avrà colto suprema saggezza. La via della saggezza Zeus apre ai mortali, facendo valere la legge che sapere è patire. Geme anche nel sonno, dinanzi al memore cuore, rimorso di colpe, e così agli uomini anche loro malgrado giunge saggezza; e questo è beneficio dei numi che saldamente seggono al sacro timone del mondo.” Eschilo, Agamennone, vv. 168/183

Il contrasto tra uomini e dei appare anche in Sofocle come il conflitto principale che alimenta le sue tragedie, tuttavia è opportuno considerarne la differenza. Il distacco tra questi due mondi, contrariamente a Eschilo, porta Sofocle a soffermarsi principalmente sul dolore umano, provocato dall'incomprensibilità del volere divino che si abbatte sulla sua esistenza.

Sofocle accentua l'umanità dei personaggi e li pone tutti sullo stesso livello: poveri o ricchi, tutti sono comunque accomunati da qualche difetto fisico o psichico e da un destino ignoto a cui sottostare. L'uomo soffre senza essere colpevole delle sue azioni e delle sue sciagure.

Gli eroi tragici di Sofocle sono vittime di conflitti insanabili e di contraddizioni inevitabili, propri della condizione umana, senza saper dare ad essi una spiegazione.

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Sintesi

Analisi della riflessione tragica: dalla tragedia greca (Eschilo, Sofocle) alla filosofia moderna (Schopenhauer, Nietzsche, Camus), con particolare attenzione alla figura di Edipo in Sofocle, Seneca, Freud e Vernant.

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