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Introduzione

Nell’opera del grande Cesare Pavese è possibile individuare frequentemente, quasi continuamente, riferimenti più o meno espliciti alla mitologia: i lavori da lui composti, infatti, traboccano di simboli e immagini che il lettore attento può facilmente ricondurre alla sfera mitica. La riflessione sul mito, perciò, è una componente fondamentale del pensiero pavesiano.

Gli studi che sono alla base di questa concezione dell’utilità del mito sono diversi: dalla meditazione sul Vico agli studi di etnologia e antropologia fino a un certo interesse per l’irrazionalismo decadente. In particolare, è evidente lo studio delle teorie junghiane sull’inconscio: infatti, particolarmente significativa per la comprensione delle opere di Pavese è l’idea del mito come espressione dell’inconscio collettivo, grande scoperta dello psicanalista svizzero. Egli infatti afferma: “I miti sono, originariamente, rivelazioni dell’anima pre-cosciente, involontarie testimonianze di processi psichici inconsci e tutt’altro che allegorie di processi fisici. Allegorie di questo genere non sarebbero che giuochi oziosi di un intelletto non scientifico. I miti, invece, hanno un significato vitale. Essi non esprimono soltanto, ma sono essi stessi a costituire la vita psichica della tribù primitiva che si disgrega e tramonta, non appena viene a perdere la sua eredità mitica, come un uomo che perda la propria anima”. Il patrimonio mitico, dunque, ha una funzione fondamentale perché esprime in maniera universale e definitiva la storia e l’esistenza umana, rendendola immortale e incancellabile.

Lo scrittore di Santo Stefano Belbo, infatti, elaborò a partire da queste considerazioni una idea-base secondo la quale “in noi, in un aurorale contatto col mondo, si creano miti, simboli, che assurgono a significazione delle cose, irrazionale ma definitiva e determinante per il futuro: una sorta di memoria del Guida al Novecento).

sangue” (Salvatore Guglielmino, Lo stesso Pavese afferma in Feria d’agosto, dunque, che il mito è qualcosa fatto “una volta per tutte, che perciò si riempie di significati e sempre se ne andrà riempiendo, in grazia appunto della sua fissità non più realistica […] Per questo esso avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori del tempo”.

Il compito dell’artista, quindi, sta, secondo lui, nell’escavazione di questo fondo mitico, primigenio e irrazionale, nel recupero dei suoi momenti esemplari, nel dare forma, parola a tutto ciò. Il linguaggio neoralista, dunque, diventa solamente il mezzo di espressione di questa dimensione evocativa e lirica dell’arte, del tutto lontana dalla rappresentazione mimetica e naturalistica dei fatti.

La mia ricerca, quindi, si presenta come una riflessione sull’importanza del mito nell’opera di Pavese, attraverso un’analisi di alcune delle tematiche più care allo scrittore piemontese e della loro strettissima relazione con il patrimonio mitico della nostra cultura.

Il dio e le sue manifestazioni

Il toro e Peloros Poseidon

Il toro è certamente uno dei simboli più significativi che si possono trovare nelle pagine di Pavese: toro inteso non soltanto nella sua connotazione animale, ma anche in quella fitta rete di richiami mitici cui esso rimanda.

L’importanza dell’immagine taurina è evidente soprattutto nelle parole di Oreste Il diavolo sulle colline ne: quando i tre protagonisti si stendono nel pantano, completamente nudi, a prendere il sole, egli dice “– Prendete il sole dappertutto. Diventeremo come i tori”. Nelle pagine precedenti, inoltre, quando lo stesso Oreste, a passeggio con gli amici per le colline torinesi, caccia un urlo nella notte, quest’urlo viene definito “lacerante, bestiale […] un muggito di toro”. Quest’animale, emblema di forza e di virilità, assurge a simbolo della ferinità animalesca, diventando la metafora stessa dell’animo primitivo dell’uomo.

Esso, però, non si riduce a questo, bensì può essere interpretato con sicurezza come la manifestazione del dio Poseidone, uno dei più importanti e antichi dei del Origini e forme del mito greco, pantheon greco. Come ci fa ben notare Paula Philippson nel suo, in numerose rappresentazioni tessaliche (quali le monete), è possibile individuare spesso l’associazione Poseidon-toro, in forma piena o in protome.

In particolare, il toro viene abbinato alla manifestazione di Poseidone che prende il nome di Peloros, in onore del quale i Tessali celebravano la loro più grande festa locale, la Peloria: “una volta, infatti, così racconta il mito, quando Pelasgo, re di Tessaglia, stava celebrando, insieme con tutti i Pelasgi, un sacrificio collettivo, apparve un uomo, di nome Peloros, e annunciò a Pelasgo la notizia che nella Haimonia – così si diceva anticamente la Pelasgiotide, dal nome di Haimon, figlio di Pelasgo – in seguito a violenti terremoti i monti chiamati Tempe si erano spaccati e attraverso lo squarcio le acque del lago si stavano precipitando nel corso del Peneios, in modo da liberare tutto il territorio finora coperto di paludi; asciugate le acque, sarebbero apparse pianure di meravigliosa bellezza e vastità”. Quest’uomo diventa il messaggero della fertilità, colui che annuncia a un popolo la futura produttività di terre precedentemente inutilizzabili: “Peloros dunque non è altro che lo ‘scuotitore della Terra’ stesso”.

In particolare, in Tessaglia l’identificazione di questo Peloros con Poseidon è semplice, poiché qui egli “è ancora, nella sua piena potenza originaria, il dio e lo sposo di questa terra”; per la prima volta dona la fertilità a questa terra scuotendo quei monti, “trapassandoli col suo tridente”.

Pensando al tridente, dunque, è interessante collegare il gesto del dio a quello di Talino, protagonista di Paesi tuoi: “Forse Gisella cedeva; forse in tre potevamo ancora fermarlo; queste cose si pensano dopo. Talino aveva fatto due occhi da bestia e, dando indietro un salto, le aveva piantato il tridente nel collo. […] e poi Gisella lascia andare il secchio che m’inonda le scarpe. Credevo fosse il sangue e faccio un salto e anche Talino fa un salto, e sentiamo Gisella che gorgoglia – Madonna! – e tossisce e le cade il tridente dal collo”.

Il giovane, che già anni prima aveva probabilmente attaccato la sorella, provocandole una grave ferita, finalmente la uccide, con uno scatto di rabbia ingiustificata e di pura animalità: come Poseidone, Talino con il tridente permette al flusso - in questo caso di sangue - di riversarsi, attraverso lo ‘squarcio’, sulla terra e di fecondarla mediante il contatto forse più primordiale.

Inoltre, il riferimento taurino assume grande rilevanza nel dialogo, tratto dall’opera Dialoghi con Leucò, intitolato proprio Il toro. Dalle parole che Teseo, di ritorno dall’impresa cretese, rivolge all’amico Lelego si comprende la valenza simbolica del sacrificio taurino nella concezione religiosa arcaica: “Penso agli ultimi giorni nella reggia, quella casa tutta fatta di piazze, e i soldati mi chiamavano il re-toro, ricordi? Quel che si uccide si diventa, nell’isola. […] in quell’isola si uccidono gli dei, come le bestie. E chi li uccide si fa dio”.

L’identificazione tra epifania animale e dio stesso è completa e la forza del sacrificio sta proprio in questo, nella sostituzione dell’uomo alla figura divina: il fatto che nei riti attici e tessalici l’ascia colpevole di aver ucciso il toro sacro venisse sottoposta a un vero e proprio processo ci fa comprendere, come afferma il Frazer, che “il bove era qui considerato non soltanto una vittima offerta al dio, ma una creatura sacra in se stessa”; sacra proprio perché uccidendo quest’animale si uccideva lo stesso dio e si guadagnava, in quanto vincitori, la possibilità di prendere il suo posto.

Infine, sempre dalle pagine della Philippson apprendiamo che il toro nella religiosità greca veniva considerato anche come epifania di un altro dio, Dioniso, non solo emblema della ferinità e della oscura istintività insita nell’inconscio umano, ma anche strettamente legato alla vegetazione e alla Natura, in quanto “il toro incarna comunemente lo spirito del grano nell’Europa orientale” (James Frazer, Il ramo d’oro).

La capra e Dioniso

Un altro animale importante in numerosi scritti di Pavese, ma in particolare in Paesi Tuoi, è la capra: è facile notarla, infatti, perché essa, apparentemente in modo avulso dallo svolgimento della storia, continua a scappare dal proprio recinto, cercando la libertà sulle colline. Il simbolo che essa incarna è chiaramente quello di Dioniso: come ci ricorda il Frazer, questo dio viene molto spesso associato a divinità silvestri minori tipicamente caprine, come i Fauni, i Satiri, i Sileni e i Pani, e l’animale sacro al giovane dio è proprio il capro.

Il riferimento a Dioniso, già individuabile attraverso la figura del toro, è significativo, poiché esprime uno dei temi più cari al Pavese narratore di vite collinari: la violenza e l’istintività delle campagne piemontesi, del tutto lontane dalla regolarità e dall’apparente civiltà cittadina.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2008

Titolo: Il mito e il simbolo nell'opera di Cesare Pavese

Autore: Isabella Bossolino

Descrizione: analisi della funzione del mito (principalmente greco, ma non solo) e dell'utilizzo del simbolo nelle opere poetiche e prosastiche di C. Pavese, con riferimenti alla psicologia e all'antropologia.

Materie trattate: letteratura italiana

Area: umanistica

Sommario

Nell'opera del grande Cesare Pavese è possibile individuare frequentemente, quasi continuamente, riferimenti più o meno espliciti alla mitologia: i lavori da lui composti, infatti, traboccano di simboli e immagini che il lettore attento può facilmente ricondurre alla sfera mitica. La riflessione sul mito, perciò, è una componente fondamentale del pensiero pavesiano.

Gli studi che sono alla base di questa concezione dell'utilità del mito sono diversi: dalla meditazione sul Vico agli studi di etnologia e antropologia fino a un certo interesse per l'irrazionalismo decadente. In particolare, è evidente lo studio delle teorie junghiane sull'inconscio: infatti, particolarmente significativa per la comprensione delle opere di Pavese è l'idea del mito come espressione dell'inconscio collettivo, grande scoperta dello psicanalista svizzero. Egli infatti afferma: "I miti sono, originariamente, rivelazioni dell'anima pre-cosciente, involontarie testimonianze di processi psichici inconsci e tutt'altro che allegorie di processi fisici. Allegorie di questo genere non sarebbero che giuochi oziosi di un intelletto non scientifico. I miti, invece, hanno un significato vitale. Essi non esprimono soltanto, ma sono essi stessi a costituire la vita psichica della tribù primitiva che si disgrega e tramonta, non appena viene a perdere la sua eredità mitica, come un uomo che perda la propria anima".

Il patrimonio mitico, dunque, ha una funzione fondamentale perché esprime in maniera universale e definitiva la storia e l'esistenza umana, rendendola immortale e incancellabile.

Lo scrittore di Santo Stefano Belbo, infatti, elaborò a partire da queste considerazioni una idea-base secondo la quale "in noi, in un aurorale contatto col mondo, si creano miti, simboli, che assurgono a significazione delle cose, irrazionale ma definitiva e determinante per il futuro: una sorta di memoria del sangue" (Salvatore Guglielmino, Guida al Novecento).

Lo stesso Pavese afferma in Feria d'agosto, dunque, che il mito è qualcosa fatto "una volta per tutte, che perciò si riempie di significati e sempre se ne andrà riempiendo, in grazia appunto della sua fissità […] Per questo esso avviene sempre alle origini, come nell'infanzia: è fuori del tempo".

Il compito dell'artista, quindi, sta, secondo lui, nell'escavazione di questo fondo mitico, primigenio e irrazionale, nel recupero dei suoi momenti esemplari, nel dare forma, parola a tutto ciò.

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