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Tesina a cura di Veronica Pepoli

Classe 5°E

Anno scolastico 2008/2009

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Premessa

La nostra società vive l’illusione del lusso a tutti costi. L’unica frenesia possibile per ogni individuo sembra essere proprio di primeggiare come consumatore e l’ideologia consumistica sembra fermare, paradossalmente, ogni progresso. Ogni dizionario definisce il consumismo come: “Tendenza, rafforzata dalla pubblicità e dalle sue moderne tecniche, a un senso accelerato di utilizzo di beni e servizi, propositi o assunti come simbolo di prestigio sociale”, ma possiamo realmente affermare che il consumismo sia solo una fugace malattia all’acquisto? Erich Fromm

Nel suo saggio “Avere o essere”, il filosofo diceva:

La differenza tra avere e essere non è un’alternativa che si imponga al comune buon senso.

Sembrerebbe che l’avere costituisca una normale funzione della nostra esistenza, nel senso che, per vivere, dobbiamo avere oggetti. Inoltre, dobbiamo avere cose per poterne godere. In una cultura dove la meta suprema sia l’avere, come può esserci un’alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario, che, se uno non ha nulla, non è nulla.

L’essenza dell’essere sia l’avere;

Un concetto, questo, espresso nella seconda metà del ‘900, ma che sembra definire perfettamente la società di oggi, interamente soggetta al consumismo.

Il consumismo si manifestò, in Italia, intorno agli anni ’60, i cosiddetti anni del boom economico. Negli anni postbellici abbiamo assistito a un’ondata di sviluppo economico di straordinaria intensità, questa crescita comportò un miglioramento delle condizioni di vita degli Italiani e l’affermazione di nuove abitudini sociali.

Un fenomeno in quel periodo storico necessario, che però portò ad un’enfatizzazione tale da spingere l’individuo a sentir necessari quei beni che sono soltanto una soddisfazione di bisogni falsi. “L’uomo ha una dimensione”.

Infatti, nel corso degli anni ’60, nel suo saggio il filosofo tedesco Herbert Marcuse confermava:

“È possibile distinguere tra bisogni veri e bisogni falsi. I bisogni “falsi” sono quelli che vengono sovrimposti all’individuo (…) può essere che l’individuo trovi estremo piacere nel soddisfarli, ma questa felicità non è una condizione che debba essere conservata e protetta se serve ad arrestare lo sviluppo della capacità di riconoscere la malattia dell’insieme e afferrare le possibilità che si offrono per curarla. Il risultato è pertanto un’euforia nel mezzo dell’infelicità”.

Ma il processo “avere” ha continuato la sua corsa negli anni ’70-’80 e oltre, oggi la società è un’immane caos, le incertezze dell’uomo causate dal continuo bombardamento di pubblicità e di ideali sbagliati da seguire diventano la sua vera e unica distruzione, e si generano i caratteri tipici di quella che si può considerare una “società malata”.

L’individualismo, infatti, sembra soggiogare chiunque, ognuno guarda al sé e all’io e non si accorge di nessuno, l’antico “mito di Narciso” si impone come modello unico e irripetibile.

La storia del giovane ragazzo bellissimo che muore perché innamorato della sua bellezza, il giovane che considera “il suo dio il suo io”, che non guarda gli altri nelle loro preoccupazioni e nei loro problemi, che possiede la terribile illusione di poter esser felice da solo.

Una droga che uccide, questa; non è un caso che da “Narciso” derivi la parola “narcosi”: l’amore di sé droga e uccide.

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L’uomo si è auto-consacrato “produttore” di verità, ma la verità non è nata con noi e non muore con noi, essa ci precede e ci supera, non ne siamo i padroni assoluti a nostro uso e consumo.

La verità ci conquista per liberarci dai nostri pregiudizi e dalla nostra vista troppo corta e spesso deformata. Nella società contemporanea niente è assoluto, tutto è relativo, non esiste una verità, il nostro presente comporta il vivere senza certezze, è questo ciò che Pirandello riconosce nel suo tempo, è quello che esprime del dualismo di Stevenson “Dr. Jekyll and Mr. Hyde”, ed è questa la percezione che abbiamo anche oggi nel nostro “essere”.

E le certezze?

L’unica fonte di certezza che l’uomo di oggi ha è la nuvola di conformismo dietro alla quale si nasconde, è quell’aspirazione ad uno status symbol pre-imposto, la maschera che fissa la forma, direbbe Pirandello. Un atteggiamento che risulta essere alimentato dalle imprese, che per incrementare le loro vendite, attuano politiche di marketing attraverso il mezzo della pubblicità.

Edward Bernays, “Propaganda”:

Circa un secolo fa pubblicitario, ammetteva nel suo libro:

“Coloro che hanno in mano questo meccanismo (…) costituiscono il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. (…) Sono loro che manovrano i fili...”.

Un’affermazione valida e veritiera, che coglie perfettamente gli obiettivi di questo mezzo infernale, un meccanismo che porta alla distruzione.

Nel corso di questo cinquantennio l’uomo è riuscito a trasformare anche il territorio in consumo, non solo sé stesso, è riuscito a plasmare il deserto trasformandolo nella città del vizio, nella città del divertimento, in quella che sembra la personificazione del peccato: Las Vegas.

Il gioco d’azzardo legalizzato nel 1931, la disponibilità di alcolici ad ogni ora del giorno e della notte ed una certa scelta in fatto di spettacoli “per adulti”, hanno fatto sì che questo paradiso infernale risulti un polo di attrazione internazionale.

Che fare allora? “Bisogna

In contrasto con il suo stile di vita e le sue abitudini Charles Baudelaire scrive:

“Esser sempre ubriachi. Tutto sta in questo: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che rompe le vostre spalle e vi inclina verso la terra, bisogna che vi ubriachiate senza tregua. Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro, ma ubriacatevi.”

Una metafora che rappresenta una verità assoluta; ubriacatevi, appassionatevi di qualsiasi cosa, di ciò che amate, di ciò che è guidato da ideali positivi, per arrivare alla felicità vera, a quella che porta al superamento delle frontiere del conformismo, che ci porta ad essere noi stessi sempre e comunque senza diventare piccoli burattini mossi dal nulla.

Questo è ciò che mi sono proposta di dimostrare, attraversando il mondo delle illusioni nel quale viviamo.

Si può rifare l’uomo.

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Sviluppo argomenti

  • PAG. 6………. Erich Fromm “Essere o Avere”
  • PAG. 7-12…… Storia: Gli Anni ’60, “il miracolo economico”
  • PAG. 13-19 …. Economia: La pubblicità
  • Arte:
  • PAG. 20-25….. Andy Warhol e le opere d’arte nella pubblicità
  • Geografia:
  • PAG. 26-30….. Las Vegas
  • Arte: Il mito di Narciso
  • PAG. 31-32….. Spagnolo: El Narcisismo de Lorca
  • PAG. 32-36….. Italiano:
  • PAG. 37-44…… Luigi Pirandello e il relativismo psicologico.
  • Inglese:
  • PAG. 45-46…… Stevenson “Dr. Jekyll and Mr. Hyde”
  • Francese:
  • PAG. 47-51…… Charles Baudelaire con il testo in prosa “Enivrez-vous” e la poesia “l’Ennemi”.
  • PAG. 52 ………. Bibliografia

Erich Fromm: avere o essere?

All’analisi della crisi della società contemporanea e della possibilità di risolverla, Fromm (1900-1980) ha dedicato uno tra i suoi libri più letti: Avere o Essere? (1976), dove egli esamina “le due basilari modalità di esistenza: la modalità dell’avere e la modalità dell’essere”.

Per la prima modalità si dice che l’essenza vera dell’essere è l’avere, per cui “se uno non ha nulla, non è nulla”. Ed è in base a questa idea che i consumatori moderni etichettano sé stessi con la seguente espressione:

Io sono = ciò che ho e ciò che consumo.

Di fronte a questa modalità di esistenza individuale e sociale, Fromm richiama Buddha il quale insegnò che non dobbiamo aspirare ai possessi, Gesù per il quale nulla giova all’uomo l’aver guadagnato il mondo e poi perdere sé stesso; Marx quando affermava che “il lusso è un vizio esattamente come la povertà e che dovremmo proporci come meta quella di essere molto, non già di avere molto”.

Se, dunque, per la modalità dell’avere, un uomo è ciò che ha e ciò che consuma, i prerequisiti della modalità dell’essere sono “l’indipendenza, la libertà e la presenza della ragione critica”.

La caratteristica fondamentale della modalità dell’essere consiste “nell’essere attivo”, che non va inteso nel senso di un’attività esterna, nell’essere indaffarati, ma di attività interna, di uso produttivo dei nostri poteri umani.

Essere attivi significa dare espressione alle proprie facoltà e talenti, alla molteplicità di doti che ogni essere umano possiede, sia pure in vario grado.

Significa rinnovarsi, crescere, espandersi, amare, trascendere il carcere del proprio io isolato, essere interessato, “prestare attenzione, dare”.

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La società dei consumi e l’Italia del boom economico

L’economia mondiale del dopoguerra

Nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale si registra un fenomeno di crescita così intenso e così lungo nel tempo da non essere paragonabile a nessun’altra fase di tutta la storia moderna.

Eppure, la fine dell’immane conflitto aveva aperto per l’Europa e per il mondo intero anni bui caratterizzati da gravissimi problemi economici, politici e sociali.

Il luttuoso bilancio della guerra si chiudeva non solo con 60 milioni di vittime, ma anche con immense devastazioni: la produzione agricola si era ulteriormente ridotta e quella industriale soffriva in tutti i paesi europei.

Se si escludono gli Stati Uniti, che uscirono dal conflitto con costi umani e materiali ridotti e crediti di guerra per miliardi di dollari, tutti i paesi belligeranti, europei e asiatici, avevano impegnato nella guerra risorse economiche equivalenti al reddito nazionale di diversi anni. La conseguenza fu uno squilibrio profondo della bilancia dei pagamenti con l’estero, soprattutto con gli USA, e l’inevitabile aumento della moneta circolante per far fronte alla crescita delle spese di guerra.

In questo quadro, la ristrettezza dell’offerta e l’enorme quantità di cartamoneta messa in circolazione, come già era accaduto dopo la Grande Guerra, fecero esplodere l’inflazione, che con la scarsità delle risorse alimentari e dei beni primari provocò un peggioramento delle condizioni umane di esistenza della popolazione, poiché resero i redditi modesti e aleatori.

Un nuovo ordine economico

A differenza di quanto era accaduto dopo la prima guerra mondiale, però, il vero vincitore della guerra, cioè gli Stati Uniti, fu in grado di ridefinire e imporre un nuovo ordine economico mondiale, da cui si sottrassero solo i paesi del blocco comunista. Il cardine di questo ordine fu innanzitutto la creazione di un nuovo sistema monetario, in grado di sorreggere e agevolare le transizioni finanziarie su scala mondiale.

Per decisione unanime il nuovo sistema era fondato sulla centralità del dollaro, che costituiva dopo oltre un secolo la sterlina come moneta di riferimento delle transizioni internazionali.

Il valore della moneta americana venne ancorato all’oro mediante un rapporto fisso di 34 dollari per oncia.

In virtù di questi accordi si verificarono fenomeni significativi, in particolare si sviluppò un’integrazione dei sistemi economici capitalistici nella forma di una subalternità nei confronti dell’economia statunitense.

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Gli accordi di Bretton Woods non si limitarono infatti a ridefinire un nuovo sistema monetario incentrato sul dollaro, diedero vita anche ad alcune nuove istituzioni economiche attraverso le quali gli Stati Uniti si misero nelle condizioni di poter controllare le dinamiche finanziarie e orientare le politiche economiche degli altri paesi.

La principale di queste istituzioni fu il Fondo Monetario Internazionale (FMI), finalizzato a riattivare i meccanismi finanziari ogni volta che questi si fossero inceppati in qualche area del mondo. Iniziò così a operare un’istituzione paragonabile a una sorta di banca mondiale, dotata di capitale proprio, col quale si provvedeva a erogare prestiti ai governi in momentanea difficoltà economica.

I primi beneficiari di questi prestiti furono i paesi europei e il Giappone, ai quali vennero indirizzati sussidi direttamente forniti dal governo americano. Per la rinascita dell’Europa il presidente Truman elaborò il cosiddetto piano Marshall, un ambizioso programma di aiuti economici che prese il nome dal ministro degli esteri che lo ideò: grazie a esso nei paesi dell’Europa occidentale tra il 1948 e il 1952 affluirono milioni di dollari che favorirono il rilancio produttivo su cui si basava la ripresa economica.

Il ritorno al libero scambio

Ma l’effetto degli accordi di Bretton Woods non si esaurì nei crediti americani per la ripresa, introdusse il libero scambio.

L’integrazione del mercato mondiale aveva fatto passi notevoli già prima della seconda guerra mondiale, però la grave crisi del ’29 aveva determinato la caduta degli investimenti nel decennio successivo e una compressione del volume degli scambi di oltre il 40% rispetto agli anni ’20. Il varo di rigide politiche protezionistiche negli anni trenta contribuì inoltre a mortificare e a penalizzare ulteriormente il commercio mondiale.

GATT, Agreement on Tariffs and Trade, accordo generale sulle tariffe e sul commercio:

La stipulazione nel 1947 a Ginevra del General Agreement on Tariffs and Trade, accordo generale sulle tariffe e sul commercio, da parte dei 33 paesi che si riconoscevano nel “Blocco occidentale”, un accordo che prevedeva la riduzione generalizzata delle tariffe doganali e puntava alla realizzazione di un effettivo libero scambio tra le nazioni contraenti, segnava la fine dell’epoca del protezionismo.

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L’innovazione tecnologica

La liberalizzazione del mercato e il nuovo sistema monetario si integrarono con una nuova e straordinaria stagione di innovazioni tecnologiche, paragonabile a quella che si verificò in Inghilterra alle soglie della rivoluzione industriale. La differenza con quanto accadde due secoli prima è rappresentata dal grado più elevato di integrazione tra sviluppo economico e scienza, che in questa nuova fase di espansione economica fu estremamente alto, con il risultato non solo di ridurre i costi di produzione, ma di ampliare la gamma dei prodotti industriali a disposizione dei consumatori.

Come ogni epoca di accelerazione dell’industrializzazione, il ventennio 1950-70 fu legato alla scoperta e all’utilizzazione di una nuova fonte di energia, nata dalla fissione nucleare: l’energia atomica. Agli impieghi militari si combinarono quelli civili, legati alla produzione elettrica mediante centrali atomiche.

Fino agli anni ’60 il maggior ostacolo a un più ampio ricorso all’energia nucleare fu rappresentato dai bassi prezzi del petrolio. I consumi petroliferi perciò crebbero vertiginosamente. La possibilità di accedere alle fonti di energia e alle materie prime dei paesi del terzo mondo, che in cambio di tali esportazioni domandavano infrastrutture e beni di investimento, giocò un ruolo centrale nel favorire la dilatazione dei consumi.

La crescita demografica

Un ulteriore fattore di questo sviluppo economico fu la crescita demografica, dovuta in buona parte alla diminuzione di mortalità, all’improvviso aumento delle nascite (Baby boom) e all’invenzione di nuovi medicinali come la penicillina, che consentì di debellare le malattie infettive, dal tifo alla tubercolosi, gli antibiotici e alcuni vaccini, in particolare quello contro la poliomielite.

L’aumento della popolazione si intrecciò poi con una straordinaria spinta all’urbanizzazione. La conseguenza di questi due processi fu un incremento significativo dei consumatori e una crescita di disponibilità di forza-lavoro per le imprese industriali: due fattori che contribuirono a stimolare la produzione di beni per una domanda in continuo aumento su scala planetaria.

I nuovi consumi

Ai bassi costi del petrolio e dell’energia furono legate alcune straordinarie innovazioni dei consumi, dapprima nei paesi ricchi poi in tutto il pianeta: la diffusione su larghissima scala dell’automobile, che divenne l’emblema dei consumi di massa negli anni ’50 e ’60, le materie plastiche derivate in larga parte dalla sintesi degli idrocarburi e gli elettrodomestici, frigorifero elettrico e lavatrice, la luce elettrica entrò ormai in ogni casa, di città e di campagna, consentendo ad ogni famiglia di sentire la radio e soprattutto di vedere la televisione.

Ciò ebbe come effetto una crescita intensissima dei consumi individuali, che a loro volta costituirono il principale fattore dello sviluppo economico.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2009

Titolo: Il consumismo come malattia dell'identità

Autore: Pepoli Veronica

Descrizione: La nostra società vive l'illusione del lusso a tutti i costi. L'unica frenesia possibile per ogni individuo sembra essere proprio quella di primeggiare come consumatore e l'ideologia consumistica sembra fermare, paradossalmente, ogni progresso. Nel suo saggio

Materie trattate: Filosofia, Storia, Economia Aziendale, Arte, Geografia, Spagnolo, Italiano, Inglese e Francese

Area: Umanistica

Sommario: Filosofia, Erich Fromm, Essere o Avere, analizza la condizione dell'essere che sembra riassunta nella condizione dell'avere: "se uno non ha nulla non è nulla". Storia, Gli Anni 60, il miracolo economico, lo sviluppo economico ha portato all'ampliamento dei consumi di massa. Economia, La pubblicità, il mezzo di comunicazione che enfatizza il consumatore a comprare un certo prodotto. Obiettivi: goodwill e lifestyle. Arte, Andy Warhol e le opere d'arte nella pubblicità, colui che definì per la prima volta la pubblicità come arte. I cliché spesso sono opere d'arte famose che suscitano la curiosità dei consumatori. Geografia, Las Vegas, la città del consumismo nel deserto, esempio di quella che è una società malata. Arte, Il mito di Narciso. Spagnolo, El Narcisismo de Lorca, l'analisi del poeta che paragona la morte all'amore di se stessi: l'amore di sé droga e uccide, non è un caso che dalla parola narciso provenga narcosi. Italiano, Luigi Pirandello e il relativismo psicologico e il contrasto tra la vita e la forma, ognuno di noi per adeguarsi alla società deve indossare una maschera che porta all'inconsapevolezza della realtà. Inglese, Stevenson, Dr. Jekyll and Mr. Hyde, esempio di contrasto tra vita e forma. Francese, Charles Baudelaire con il testo in prosa Enivrez-vous e la poesia L'Ennemi, dove si esprime una soluzione al problema. Appassionarsi di ideali positivi può infatti distrarre da quella che è considerata la malattia del mondo e la noia che può subentrarvi.

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