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Liceo scientifico “L. Cocito”

Alba

Alunna: Borlengo Elena

Classe V H

A.S. 2008/2009

Tesina d’esame

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Sommario

7

Premessa 9

Parte I 9

I.1 Mussolini e il pane 11

I.2 Vivere bene in tempi difficili 11

I.3 Da Mussolini alla rivoluzione alimentare 13

I.5 Un americano a Roma 15

I.6 Un americano a Napoli e a Bologna 16

I.7 Fast food 17

I.8 Cibi genuini 18

I.9 Effetti culinari della trasformazione economica nel dopoguerra 18

I.10 Le madri degli spot 19

I.11 Torino 2006 21

Parte II 21

II.1 I consumi alimentari 21

II.2 Studio dell’evoluzione dei consumi alimentari in Italia 22

II.3 Consumi alimentari e salute 22

II.4 La dieta mediterranea 23

II.5 Linee guida e dieta mediterranea 25

Parte III 25

III.1 OGM 25

III.2 Cosa si intende per OGM? 25

III.3 Dove sono coltivati gli OGM? 26

III.4 Che cosa dice la legge sugli OGM? 26

III.5 Perché vengono coltivati? 27

III.6 Quali sono le principali questioni di interesse per la salute umana? 27

III.7 … e per l’ambiente? 29

Bibliografia 29

Sitografia

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Premessa

Fin dai tempi antichi, l’uomo ha cercato di aumentare le proprie risorse alimentari: gli egizi inventarono per primi il pane; i pastori sumeri scoprirono il formaggio (5000-6000 anni fa); nel XVI secolo le grandi scoperte geografiche fecero giungere in Europa piante alimentari mai viste prima (come patate, melanzane, pomodori e mais); nel 1800, infine, cominciò la produzione industriale della pasta.

Le scoperte in campo alimentare sono sempre avvenute assai lentamente, come pure l’introduzione di nuovi cibi, e spesso limitate al luogo di produzione. Soltanto negli ultimi decenni, grazie a un imponente apparato produttivo, sostenuto da un altrettanto vasto sistema distributivo e da una meticolosa e incessante azione pubblicitaria, la creazione, il consumo e la distribuzione di nuovi prodotti alimentari si sono succeduti a ritmi vertiginosi, provocando cambiamenti notevoli nelle abitudini alimentari degli italiani. Tra le cause di questi cambiamenti è opportuno ricordare i seguenti fattori:

  • Maggiore benessere economico, quindi aumento del potere d’acquisto dei consumatori;
  • Aumento del numero dei prodotti offerti dall’industria alimentare;
  • Crescente urbanizzazione;
  • Maggiore mobilità del lavoratore sul territorio e, quindi, aumento dei pasti consumati fuori casa;

Alcune conseguenze di questi cambiamenti sono state:

  • Interesse e sensibilità da parte dei consumatori verso le problematiche alimentari;
  • Maggiore informazione in campo alimentare, anche se troppo spesso incompleta e scientificamente infondata.

L’obiettivo di questa tesina è quello di ripercorrere le tappe più importanti dello sviluppo alimentare in Italia, dall’epoca di Mussolini fino alle moderne biotecnologie, per analizzarne i cambiamenti, i vantaggi e gli svantaggi per i consumatori.

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Parte I

I.1 Mussolini e il pane

Roma, 1925-1938

Non era previsto che i fascisti amassero la cucina. Mangiare, se non nel modo più rapido e funzionale possibile, aveva ben poco di fascista: le prime Camice nere preferivano consumare le loro ‘razioni’ marciando, coerentemente col loro obbiettivo di ripristinare la disciplina delle trincee nella vita pubblica italiana del dopo Grande Guerra. Lo stesso Benito Mussolini amava dire che nessuno dovrebbe perdere più di dieci minuti al giorno a tavola. Le biografie incensatrici del duce, una volta instaurata la dittatura, esaltavano le sue abitudini alimentari frugali e autodisciplinate: a colazione, soltanto latte, pranzo a tarda ora a base di bistecca, pesce o frittata con contorno di verdure bollite, e niente di più sostanzioso di un po’ di latte e un pezzo di frutta per cena. Raramente le foto propagandistiche ritraevano il duce seduto, men che mai a tavola. In realtà, Mussolini era poco incline al galateo e non amava cenare in compagnia, forse anche per via della sua fastidiosissima ulcera gastroduodenale, diagnosticatagli per la prima volta nel 1925, che lo costringeva a quella dieta insolita, con tutto quel latte e quella frutta. Mangiare insieme a Mussolini equivaleva a venire a conoscenza di uno dei segreti più imbarazzanti del regime: l’inesauribile ed energico duce della propaganda fascista era spesso indisposto.

Sul modello di Mussolini, o quantomeno del Mussolini tratteggiato dalla propaganda, i fascisti dovevano essere tosti e aggressivi, con un giovanilistico sprezzo delle comodità: l’idea stessa di cucina trasmetteva indolenza. In una delle sue opere più importanti scritte per illustrare la farraginosa dottrina del movimento da lui stesso creato, pubblicata nel 1932, Mussolini diceva che “il fascismo nega il concetto materialistico di ‘felicità’ come possibile […] nega cioè l’equazione benessere = felicità, che convertirebbe gli uomini in animali di una cosa sola pensosi: quella di essere pasciuti e ingrassati”. Coerentemente con questa impostazione, la propaganda del regime negli anni Trenta prendeva di mira la letargica avidità dei paesi nemici: gli Stati Uniti erano la “civiltà della bistecca” e gli inglesi il popolo dei “cinque pasti al giorno”.

Mussolini si presentava come un uomo sobrio e atletico, in linea con un cliché di vecchia data (nato ben prima dell’avvento del fascismo) che indicava gli italiani come popolo parco o frugale per intrinseca natura, con un’inclinazione istintiva al vegetarianismo: un mito che tornava utile, perché trasformava in virtù la miseria cronica che rendeva la carne un sogno irraggiungibile per molti contadini. Il fascismo, però, inserì questo luogo comune nel contesto di una più ampia ideologia basata sul culto delle campagne e dell’Impero romano. Uno dei precetti fondamentali del regime era la necessità di “ruralizzare” l’Italia, perché la vita nelle città industriali mina la virilità della nazione, “insterilisce il popolo” e priva il paese delle truppe da destinare alle battaglie future. Gli italiani erano una stirpe rurale, che come i contadini-legionari dell’antica Roma avrebbe marciato alla conquista dell’egemonia nel Mediterraneo alimentandosi quasi esclusivamente di pane e un poco d’uva.

Le manovre per trasformare l’Italia in un paese permanentemente sul piede di guerra cominciarono poco dopo lo smantellamento del regime democratico. Nel luglio 1925, fu proclamata la Battaglia del Grano, la prima grande campagna propagandistica del regime: furono imposti dazi sul grano d’importazione e venne incoraggiata la produzione interna, allo scopo di rendere l’Italia autosufficiente per il frumento; i cittadini venivano esortati a mangiare soltanto prodotti coltivati nel paese, come il riso, il pesce, il formaggio e soprattutto il pane, oggetto di una particolare venerazione da parte della propaganda ufficiale: il duce arrivò addirittura a comporre un poema propagandistico al riguardo, che iniziava con le parole “Italiani, amate il pane”:

Onorate il pane

Gloria dei campi

Fragranza della terra

Festa della vita

L’esaltazione fascista della pagnotta doveva però fare i conti con un impedimento di fondo: non ce n’era mai abbastanza per tutti. Alla fine, Mussolini non riuscì a liberare l’Italia da quella che lui chiamava la schiavitù del pane straniero. La Battaglia del Grano fu un fallimento: il clamoroso effetto fu che il frumento diventò più raro da trovare e più costoso. Anche quasi tutti gli altri generi alimentari seguirono la stessa sorte durante il Ventennio. Il che spiega l’ultima strofa del poemetto mussoliniano:

Non sciupate il pane

Ricchezza della Patria

Il più soave dono di Dio

Il più santo premio alla fatica umana

Gli italiani potevano amare il pane quanto gli pareva, il problema è che ne avevano poco da mangiare.

L’alimentazione italiana, per tutto il Ventennio, rimase caratterizzata da una combinazione di austerità e di propaganda. Man mano che la situazione peggiorava, Mussolini chiedeva sempre più sacrifici al suo popolo in nome della creazione di un nuovo Impero romano.

Perfino nel momento in cui il regime era al suo apogeo la massa degli italiani mangiava peggio di prima. Le stime delle calorie medie assunte ogni giorno dagli operai che vivevano nelle città evidenziano un declino: dalle 2.954 del 1926 alle 2.476 del 1936, e questo in un’epoca in cui i nutrizionisti sostenevano che un uomo che svolgeva un’attività fisica moderata necessitasse, come minimo, di 3.000 calorie al giorno. I contadini erano rappresentati dalla propaganda come gli esemplari più virtuosi e sani della razza, ma generalmente se la passavano anche peggio degli altri. La storia della nutrizione di massa durante l’era fascista è la stessa vecchia storia di miseria e ristrettezze della popolazione rurale. Se in Italia questo schema sopravvisse molto più a lungo rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale, la colpa è anche dei vent’anni di regime totalitario.

Il mito fascista della frugalità era talmente radicato che solo occasionalmente il regime tentò di sfruttare a fini propagandistici la ricchezza della cucina italiana. Uno dei casi più significativi fu la mostra di specialità regionali del 1938, organizzata in un villaggio alquanto singolare, che ospitava la bellezza di sette trattorie tipiche regionali di diverse zone dell’Italia. Perfino questa incarnazione dell’ideale rurale del fascismo, però, non riusciva a dissimulare l’impronta urbana della cucina italiana: prima di tutto perché le varie trattorie rappresentavano città come Torino, Firenze o Napoli, e in secondo luogo perché il “villaggio rustico”, com’era stato definito, era staro appositamente costruito all’interno del Circo Massimo, il sito dove nell’antica Roma si svolgevano le corse dei carri. Il “villaggio rustico” del 1938 fu uno dei primi esempi di kitsch gastronomico pastorale in Italia, ma non servì ad altro che a sottolineare che la città, a dispetto di tutti gli sforzi del fascismo per ruralizzare il paese, rimanevano isole di relativa prosperità e buona cucina. Anche sotto Mussolini le città furono centri di innovazione gastronomica, luoghi dove la nazione veniva costruita e ricostruita attraverso il cibo.

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I.2 Vivere bene in tempi difficili

Mussolini aveva un ideale di donna, e la celebrava in film propagandistici e cerimonie di premiazione: fianchi larghi e petto prominente, mietitrice di grano, allevatrice di polli, generatrice di piccoli legionari, donna di vigorosa stirpe contadina. Italiana modello del duce era la “Massaia rurale”. Nei primi anni Trenta, tre milioni di donne entrarono nelle fila delle Massaie rurali, la sezione del Partito nazionale fascista creata per rendere la donna contadina più simile all’ideale mussoliniano. I traguardi gastronomici delle Massaie rurali, erano, come si può immaginare, alquanto limitati. La rivista mensile dell’organizzazione nel 1935 pubblicava una ricetta tipica per il piatto perfetto da offrire ai figli appena ritornati dalla guerra: una “frittata patriottica”, fatta con uova, pomodori e verdure dell’orto, tutto di produzione nazionale, che dimostrasse, mettendo in tavola il bianco, il rosso e il verde del tricolore italiano, “che non distaccandosi dal focolare le loro mani lavorano e il loro cuore palpita per lei [la patria]”.

All’inizio degli anni Trenta, il fascismo diede il via agli sforzi per ricostruire l’intera società italiana a sua immagine e somiglianza, attraverso organizzazioni totalitarie come le Masserie rurali. Ironicamente, però, furono soprattutto donne della borghesia urbana a portare avanti la battaglia del regime in favore di costumi alimentari più spartani: le nuove classi medie dell’epoca fascista erano smaniose di apprendere, in materia gastronomica, e a insegnare loro come si cucina furono le esponenti di una nuova generazione di autrici di ricettari, un settore dell’editoria che era in forte espansione.

L’incrollabile bastione domestico dell’Italia contro la minaccia della crisi del 1929 e l’arma decisiva della casalinga nel suo perpetuo combattimento corpo a corpo contro lo spreco era la minestra: sotto forma di zuppa, riso o pasta, a una donna bastava preparare una minestra per adempiere al suo dovere domestico. Maccheroni al ragù o al prosciutto, gnocchi di patate con burro e formaggio, risotto allo zafferano, zuppa di piselli, minestrone di verdure rinforzato con riso: i primi piatti della casalinga italiana ideale erano infinitamente vari e infallibilmente rassicuranti. Una minestra ad ogni pasto consentiva ad una famiglia di vivere tranquillamente senza sacrifici e con una certa eleganza. Il secondo rappresentava una preoccupazione secondaria: polpette, fegato o uova fritte nel burro durante la settimana; pollo arrosto e patate al forno la domenica.

Si capisce quanto siano simili i piatti di quegli anni alla cucina quotidiana dei giorni nostri, ora che l’Italia è uno dei paesi più ricchi del mondo. Pastasciutta con sugo di pomodoro fresco, un’insalata di verdure crude e un pezzo di formaggio; minestrone seguito da cotolette di vitello panate; risotto ai funghi e carote condite con il prezzemolo. Non ci sono solo somiglianze, naturalmente, ci sono anche molte differenze: rispetto ad un tempo, gli italiani ora si concedono meno carni in umido e più bistecche e petti di pollo, che hanno tempi di cottura più rapidi; il salame e il tonno in scatola sono diventati alimenti di tutti i giorni, mentre in passato venivano considerati un pericoloso spreco, suscettibile di aprire le porte alla crisi economica. Una cosa però è chiara: non appena i tempi sono diventati meno difficili, la massa degli italiani, ha scelto di mangiare come se si trattasse di “vivere bene in tempi difficili”.

I.3 Da Mussolini alla rivoluzione alimentare

Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia fu invasa a sud dagli Alleati e a nord dai tedeschi: partigiani e fascisti irriducibili si contesero il territorio nazionale in una violenta guerra civile. Le città furono bombardate, le infrastrutture distrutte e il popolo ridotto alla fame. Nelle zone dove i fascisti ancora dettavano legge il sistema delle tessere annonarie era irrimediabilmente inefficiente. Nel sud controllato dagli Alleati, l’illegalità era talmente diffusa che gli aiuti alimentari raramente arrivavano alle persone a cui erano destinati. Perfino la secolare polarizzazione alimentare tra città e campagna si capovolse: i contadini riuscivano a strappare prezzi esorbitanti per i loro prodotti vendendoli sul mercato nero. Sembrava di rivivere le privazioni e le distruzioni che l’Italia aveva subito per mano di eserciti nazionali e stranieri fin dai tempi della caduta dell’Impero romano.

L’Italia era crollata, insieme alla sua civiltà della tavola.

I.4 La rivoluzione alimentare, finalmente

E poi tutto cambiò. Il miracolo economico italiano, costruito su un’impennata senza precedenti della crescita industriale tra il 1958 e il 1963, trasformò una nazione di braccianti in una nazione di operai. Con il miracolo economico arrivò anche, finalmente, la rivoluzione alimentare italiana, eternamente rimandata. La terra dell’abbondanza, per quasi tutti gli italiani, era, da tempi immemorabili, nient’altro che un miraggio vagheggiato nei giorni di festa: ora, era una realtà quotidiana. Come avevano fatto prima di loro gli emigranti partiti per il Nuovo Mondo, gli italiani del miracolo economico abbandonarono quegli alimenti che sapevano della miseria di un tempo, primo fra tutti la polenta. All’inizio degli anni Cinquanta, secondo una media calcolata su tutto il territorio nazionale, ogni uomo, donna e bambino in Italia mangiava più di 60 grammi di farina gialla di granturco al giorno (e si tenga conto che il consumo di polenta era concentrato quasi esclusivamente al nord e in alcune zone del centro): già alla fine degli anni Sessanta, però, questa cifra era diminuita di due terzi. All’inizio degli anni Ottanta,

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2009

Titolo

Gli italiani a tavola da Mussolini agli OGM

Autore: Borlengo Elena

Scuola: Liceo scientifico

Descrizione: Fin dai tempi antichi, l'uomo ha cercato di aumentare le proprie risorse alimentari: gli egizi inventarono per primi il pane; i pastori sumeri scoprirono il formaggio (5000-6000 anni fa); nel XVI secolo le grandi scoperte geografiche fecero giungere in Europa piante alimentari mai viste prima (come patate, melanzane, pomodori e mais); nel 1800, infine, cominciò la produzione industriale della pasta. Le scoperte in campo alimentare sono sempre avvenute assai lentamente, come pure l'introduzione di nuovi cibi, e spesso limitate al luogo di produzione. Soltanto negli ultimi decenni, grazie a un imponente apparato produttivo, sostenuto da un altrettanto vasto sistema distributivo e da una meticolosa e incessante azione pubblicitaria, la creazione, il consumo e la distribuzione di nuovi prodotti alimentari si sono succeduti a ritmi vertiginosi, provocando cambiamenti notevoli nelle abitudini alimentari degli italiani.

Materie trattate: Storia (Fascismo), Biologia, Letteratura

Area: tecnologica

Sommario

  • I.1 MUSSOLINI E IL PANE
  • I.2 VIVERE BENE IN TEMPI DIFFICILI
  • I.3 DA MUSSOLINI ALLA RIVOLUZIONE ALIMENTARE
  • I.5 "UN AMERICANO A ROMA"
  • I.6 UN AMERICANO A NAPOLI E A BOLOGNA
  • I.7 FAST FOOD
  • I.8 CIBI GENUINI
  • I.9 EFFETTI CULINARI DELLA TRASFORMAZIONE ECONOMICA NEL DOPOGUERRA
  • I.10 LE MADRI DEGLI SPOT
  • I.11 TORINO 2006
  • II.1 I CONSUMI ALIMENTARI
  • II.2 STUDIO DELL'EVOLUZIONE DEI CONSUMI ALIMENTARI IN ITALIA
  • II.3 CONSUMI ALIMENTARI E SALUTE
  • II.4 LA DIETA MEDITERRANEA
  • II.5 LINEE GUIDA E DIETA MEDITERRANEA
  • III.1 OGM
  • III.2 COSA SI INTENDE PER OGM?
  • III.3 DOVE SONO COLTIVATI GLI OGM?
  • III.4 CHE COSA DICE LA LEGGE SUGLI OGM?
  • III.5 PERCHÉ VENGONO COLTIVATI?
  • III.6 QUALI SONO LE PRINCIPALI QUESTIONI DI INTERESSE PER LA SALUTE UMANA?
  • III.7 E PER L'AMBIENTE
  • BIBLIOGRAFIA

Bibliografia

  • Dickie John, Con gusto. Storia degli italiani a tavola, Editori Laterza, 2007, pp.300-437
  • Lecaldano Eugenio, Dizionario di bioetica, Editori Laterza, 2002, pp.208-210.
  • Alberini Massimo, Storia della cucina italiana, Piemme, 1992
  • Principi di alimentazione. Corso di scienza dell'alimentazione per il biennio, a cura di Faro Salvatore, Editrice San Marco, 2005
  • Più so, meglio consumo. Percorso educativo per la scuola secondaria di 2° grado, progetto cofinanziato dal Ministero delle Attività Produttive e dalla regione Piemonte.

http://www.internetculturale.it

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