L’emigrazione italiana
Il nostro paese è meta da pochi anni di un forte flusso migratorio, il quale causa non pochi problemi, veri o presunti tali, come possiamo quotidianamente constatare dagli articoli dei quotidiani, ma anche nella realtà di tutti i giorni. Si sta diffondendo un’ ideologia razzista che sembrava estranea all’Italia, ma che si è rivelata molto in fretta al primo incontro con gli immigrati.
L’intolleranza culturale è diffusa, l’integrazione è rara e difficile, più spesso sostituita dall’omologazione, che fa perdere anche a noi possibili opportunità di arricchimento.
Mi sembra importante a questo proposito ricordare quello che la maggior parte di noi non considera.
I numeri dell’emigrazione italiana
L’emigrazione degli italiani è stata descritta come il più grande esodo migratorio della storia moderna.
Il fenomeno era iniziato in sordina nel 1820, subito dopo le guerre napoleoniche e la restaurazione. Nel 1830 in America si contavano appena 439 italiani e continuò il modesto esodo su queste insignificanti cifre fino alla costituzione del Regno d’Italia, e in particolare dal 1880 quando dal nord (Friuli, Veneto e Piemonte) e in minor misura dal sud, il numero di italiani che partivano raggiunse circa 100.000 unità l’anno.
Poi andò crescendo in proporzioni impressionanti in tutta Italia, e toccò il massimo nell’anno 1913 quando in 12 mesi emigrarono 872.598 individui. È questo l’anno in cui gli Stati Uniti diventano il principale paese di accoglimento. (Nel periodo 1906-1910 furono complessivamente 3.256.000, e nel periodo 1911-1915 ne partirono altri 2.743.000).
Emigrazione italiana per regione 1876-1900, 1901-1915
| Piemonte | 709.076 | 13,5 | 831.088 | 9,5 |
| Lombardia | 519.100 | 9,9 | 823.695 | 9,4 |
| Veneto | 940.711 | 17,9 | 882.082 | 10,1 |
| Friuli V.G. | 847.072 | 16,1 | 560.721 | 6,4 |
| Liguria | 117.941 | 2,2 | 105.215 | 1,2 |
| Emilia | 220.745 | 4,2 | 469.430 | 5,4 |
| Toscana | 290.111 | 5,5 | 473.045 | 5.4 |
| Umbria | 8.866 | 0,15 | 155.674 | 1,8 |
| Marche | 70.050 | 1,3 | 320.107 | 3,7 |
| Lazio | 15.830 | 0,3 | 189.225 | 2,2 |
| Abruzzo | 109.038 | 2,1 | 486.518 | 5,5 |
| Molise | 136.355 | 2,6 | 171.680 | 2,0 |
| Campania | 520.791 | 9,9 | 955.188 | 10,9 |
| Puglia | 50.282 | 1,0 | 332.615 | 3,8 |
| Basilicata | 191.433 | 3,6 | 194.260 | 2,2 |
| Calabria | 275.926 | 5,2 | 603.105 | 6,9 |
| Sicilia | 226.449 | 4,3 | 1.126.513 | 12,8 |
| Totale espatri | 5.257.911 | 100,0 | 8.769.749 | 100,0 |
Lo scoppio della guerra europea, nel 1914, interruppe il movimento migratorio, ma al termine del conflitto con la crisi della produzione bellica, la corrente migratoria riprese il suo moto, tanto che nel 1920 emigrarono 614.611 italiani, e dal 1921 al 1930 il totale fu di 2.577.000. (In dieci anni l’Italia perse una popolazione superiore a quella dell’intero Lazio - 2.385.000 ab.).
Rielaborazione dati Istat in G. ROSOLI, 1978.
Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976, Roma,
Nel 1927 gli Italiani all’estero erano già 9.163.367, così divisi: 7.674.583 in America; 1.267.841 in Europa; 188.702 in Africa; 27.567 in Australia e Oceania; 9.674 in Asia. Il numero maggiore si registra negli Stati Uniti d’America con la cifra di 3.706.000 di italiani. Nella sola città di New York vivevano 1.070.355 nostri connazionali.
Il motivo della scelta delle Americhe come meta privilegiata dei nostri emigranti sta nel fatto che gli Stati Uniti erano nel pieno dell’avvio del loro sviluppo capitalistico; le navi portavano merci in Europa e ritornavano cariche di emigranti. I costi delle navi per l’America erano perciò spesso inferiori a quelli dei treni per il Nord Europa.
Dal 1931 le cose mutarono aspetto: sia perché gli Stati Uniti limitarono il numero degli stranieri ammessi, sia perché il Governo Fascista frenò e disciplinò il movimento migratorio.
Dopo la seconda guerra mondiale, dal 1946 fino al 1971, l’emigrazione è nuovamente ripresa con ritmo assai intenso con 1.128.000 di emigranti nel periodo 1946-1950; 1.366.000 nel periodo 1951-1955; 1.739.000 nel periodo 1956-1960; 1.556.000 nel periodo 1961-1965; e di 1.076.000 dal 1966 al 1970. Si calcola che in 25 anni siano emigrati ben 5.737.000 italiani.
Le cause dell’emigrazione
Le motivazioni di questo fenomeno nel corso degli anni sono state di vario genere. Dalle condizioni arretrate delle campagne italiane, alla crisi agraria che portò alla proletarizzazione di una grande massa di persone, all’aggravarsi delle imposte. Inoltre alcuni fatti determinarono le condizioni favorenti l’esodo, per esempio il terremoto del 1908 e in maggior misura le guerre.
Sono state messe in evidenza anche le caratteristiche peculiari dello sviluppo del capitalismo italiano, che, a differenza di altri paesi, fu connotato al suo esordio da una bassissima utilizzazione della forza lavoro disponibile. La ragione di ciò sembra stare nel fatto che il capitalismo in Italia conservò al suo interno elementi ereditati da forme economiche precedenti (latifondo, rendita fondiaria urbana e rurale, parassitismo amministrativo) e lo sviluppo industriale, privilegiò l’esportazione in paesi più ricchi dei beni di consumo prodotti, mantenendo limitato il mercato interno e l’occupazione calibrata ad esso. L’emigrazione all’estero della forza lavoro eccedente è stata interpretata come un modo per controllare le tensioni sociali.
T. ISENBURG in Storia d’Italia, vol. 6, pag. 731, Torino 1980
Tutto questo senza dimenticare il sempre più profondo divario che si andava realizzando tra nord e sud. Infatti vediamo che le quote di emigrazione per regione, a partire dal periodo del protezionismo, vedono un incremento continuo delle aree meridionali del paese, mentre al nord si assiste ad una sempre maggiore urbanizzazione verso la pianura padana a scapito delle aree montuose e della bassa montagna.
L’emigrazione,
Sembra quasi una contraddizione, ma il fenomeno migratorio italiano, nella sua rilevanza, è stato anche un aspetto favorente l’industrializzazione italiana, quasi una sorta di “arma segreta”.
Infatti: “i risparmi inviati in patria da migliaia e migliaia di italiani costretti a cercarsi altrove un pezzo di pane, contribuirono in maniera tutt’altro che marginale all’equilibrio dei conti con l’estero”: nel periodo tra il 1901 e il 1913, le rimesse degli emigranti in Argentina e negli Stati Uniti registrarono un gettito attivo di 12.291 milioni contro un deficit commerciale di 10.230 milioni.
Inoltre gli italiani all’estero costituivano un buon filo conduttore per il commercio di esportazione oltremare e spesso pagavano anche le imposte fondiarie in patria, dimostrando un notevole attaccamento alle proprie radici.
V. CASTELNUOVO, in Storia d’Italia, vol 4*, pag.146, Torino 1980
La storia economica,
Ibidem, pag. 149
Ibidem,
Le tappe dell’emigrazione
Imbarcarsi su una nave in quel periodo era proprio come fare un salto nel buio. La povera gente che si allontanava dalle proprie case, infatti, non aveva assolutamente idea di quale fosse il proprio destino. La maggior parte usava i propri ultimi risparmi per il biglietto navale e non aveva che vaghe informazioni di ciò che avrebbe trovato in America.
In Italia la prima legge sull’emigrazione fu emanata nel 1901, prima di questa data, e in parte anche dopo, gli emigranti erano preda degli “accaparratori”. Questi speculatori facevano un’intensa propaganda con magnifiche promesse di viaggio, alloggio e lavoro per fornire manodopera a imprenditori transoceanici, dietro un compenso di “un tanto a testa”.
Spesso erano invitati a firmare i “contratti in bianco” che mettevano la loro persona e il loro lavoro nelle mani di un padrone qualunque.
A questo proposito è interessante vedere la relazione “L’immigrazione italiana negli Stati Uniti dell’America del Nord dal 1820 al 1910” di G. Di Palma di Castiglione pubblicata nel Bollettino dell’emigrazione del 1913, dove si rileva che:
- “Più dei quattro quinti dei nostri immigranti negli Stati Uniti sono caratterizzati quali meridionali, (…) le autorità americane comprendono in questa categoria tutti gli italiani che non sono nati nei compartimenti del Piemonte, della Lombardia e del Veneto.
- Gli analfabeti al di sopra dei quattordici anni, solo nel 1909 superano il 50% del totale.
- Il maggior numero di emigranti si indirizza verso gli stati di New York e della Pennsilvania, poi anche verso l’Illinois, l’Ohio, il Michigan e il Missouri progressivamente più bisognosi di manodopera.”
Istituto di storia economica e sociale dell’Università Cattolica di Milano (a cura)
6 pag. 17, Brescia 1979, da S. JACINI, in Atti della giunta
L’Emigrazione, Relazione finale sui risulatati dell’inchiesta, per l’inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, Roma 1884
Ibidem, pag. 37
Erano inizialmente artigiani e muratori, poi soprattutto contadini che andavano a costituire manodopera non specializzata nelle fattorie, nelle miniere e nelle industrie americane, e si dovevano adattare ad un lavoro che non era il loro d’origine.
Ma i disagi iniziavano prima. Nelle città portuali lo Stato italiano allestiva delle Case degli Emigranti, dove alloggiare le persone in attesa dell’imbarco, dove si fornivano pasti e si cercava di curare le malattie leggere per permettere la partenza, ma il quadro che risulta dalle relazioni dell’epoca è di grande squallore.
La legge del 1901 già citata si preoccupava di stabilire le norme per il viaggio sui piroscafi: ogni emigrante deve disporre di mc. 2,75 di spazio sottocoperta e di mq. 0,45 in coperta, ma anche se a noi sembra già una situazione difficile, la realtà era poi un’altra perché: “il primo difetto della nostra legge è che ammette a bordo una massa troppo grande di persone (…). Quando i piroscafi sono al completo si assiste al doloroso spettacolo dei passeggeri che da mane a sera si serrano uno sull’altro e si urtano a vicenda, privati della facoltà di muoversi senza recar disturbo agli altri (…) Anche sottocoperta i passeggeri hanno poco spazio a loro disposizione e molti medici di marina rilevano un difetto di ventilazione. Una forte percentuale di emigranti va incontro a morte improvvisa a bordo per sincope cardiaca.
Ibidem, pag. 46
Sotto coperta senza respirare
Emigranti ammassati in sala macchine. Scrisse la “Domenica” che ogni tanto salivano “sopra coperta per respirare, lividi, tremanti di freddo, con la testa ravvolta nei fazzoletti da naso, con la giacca rovesciata per non sciuparla, sorreggendosi schiena contro schiena per riscaldarsi e farsi coraggio”
Ammonticchiati come giumenti
Nel disegno di Beltrame sulla “Domenica del Corriere” dell’8-12-1901, la partenza da Genova di contadini che De Amicis descrisse “ammonticchiati come giumenti”
Fonte: “La Domenica del Corriere”
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La xenofobia italiana di oggi dimentica che l'Italia è stata terra di emigranti
Caratteri dell'emigrazione italiana in America, discriminazione e razzismo, ma anche partecipazione al melting-pot culturale. La narrativa di J. Fante.
Materie trattate: Storia, letteratura, filosofia.