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Occhi dietro veli di lacrime

Gnoseologia, estetica e antropologia della cecità nella Grecia tragica

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Abstract

La civiltà greca tragica ha avuto sin dalle origini un rapporto complesso con la conoscenza. L’uomo vede, soffre e conosce. La vista è sorgente di sapere ma allo stesso tempo fonte di orrore e violazione, è strumento di autorità e potere, e insieme senso ingannevole e superficiale. D’altra parte il dolore è annullamento e alienazione ma anche forgiatore di identità: è attraverso la sofferenza dell’azione che l’eroe greco sa di esistere e comprende di essere umano. Un approccio razionale e scientifico verso il sapere è sempre affiancato da una tensione violenta e irrazionale verso il dolore: l’occhio e la lacrima diventano i simboli del processo gnoseologico.

Intendo mostrare, analizzando in particolare la tragedia di Edipo, come questi due elementi antitetici trovino unione nella cecità, espressione massima della trag icità dell’esistenza greca. Lo sguardo velato dalle lacrime è per l’individuo una meta, una condizione in cui ciò che agisce è la memoria e l’introspezione, l’isolamento: una nuova dimensione estetica e gnoseologica fatta di buio e silenzio.

Tragic Grecian culture has had a complicated relation with knowledge since its origins. The human being sees, suffers and therefore learns. Sight is a source of knowledge but it is a cause of horror and transgression at the same time, it is an instrument of authority and power but also a misleading and superficial sense. On the other hand, pain means annihilation and alienation but it is a way to mould one’s identity as well: through sorrow caused by action, the ancient Greek hero understands that he lives and that he is human. A rational scientific approach to knowledge is always linked with violence, irrationality and pain: this is why eyes and tears become a symbol of the gnoseological process.

By analysing Oedipus’ tragedy in particular, I mean to show how these two antithetical elements can be united by blindness, which is the highest expression of the tragedy of human existence. Eyes veiled by tears are therefore an aim, a condition in which memory, introspection and isolation are essential: a new gnoseological and aesthetic dimension made of darkness and silence.

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Indice

I. L’irrazionale non visivo-dionisiaco e il razionale visivo-apollineo come caratteri antitetici e complementari della Grecia tragica:

  • L’Apollo dell’ ἰδεῖν
  • Il Dioniso del μύειν

II. Vista sensibile e vista intellegibile, visioni discordi e inconciliabili. Il primato della cecità

III. I ciechi antichi tra storia e mito

IV. Edipo, l’archetipo della visione tragica. Da eroe intellettuale a eroe sofferente:

  • L’eroe intellettuale
  • L’eroe sofferente

V. Καὶ οὐδὲν ὄψεως δεινότερον. La violenza della visione nella Grecia tragica

VI. Occhi piangenti. Il velo di lacrime come simbolo della conoscenza tragica

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L’irrazionale non visivo-dionisiaco e il razionale visivo-apollineo

Come caratteri antitetici e complementari della Grecia tragica

Alle basi della civiltà greca e della conoscenza antica c’è, in controluce, un duello tra Dioniso, il dio della maschera e del sogno, e il suo “altro”, il fratellastro Apollo, il dio della luce e dello sguardo.

Sebbene l’importanza che i Greci riconoscono allo sguardo giochi un ruolo fondamentale nel loro approccio al mondo, è innegabile una tensione verso la profondità (τὸ βάθος) della realtà, oltre i veli che celano l’invisibile.

La trag icità greca dell’esistenza consiste proprio nel contrasto tra un “approccio leggero” alla conoscenza, uno sfiorare le cose con la vista superficiale, e una immersione violenta e sublime nelle stesse.

Cogliere l’invisibile significa perdere la leggerezza e la sicurezza legate alla vista e uscire da una struttura per entrare in un nuovo mondo. Tale azione diventa trasgressione e colpa. Valicare i confini della vista è un gesto oltraggioso, e spesso punito, ma essenziale per conoscere.

La fiducia nello sguardo e nel sensibile non è sufficiente: gli occhi aperti sono fallaci, chiusi invece raggiungono il sapere.

Nietzsche parla di un conflitto costruttivo tra Apollo e Dioniso, una guerra degli occhi e una scena sublime tra nemici; l’esistenza dell’uomo greco, e quindi la sua conoscenza, hanno origine da un’unione di questi due elementi: l’ottimismo razionale e oculare apollineo, la fame narcisistica dell’occhio per l’immagine, e la naturale disposizione al sentimento irrazionale e ab-oculare dionisiaco: l’occhio di Apollo, la lacrima di Dioniso.

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Questa condizione pretende che si crei un legame doppio tra due realtà incommensurabili e opposte, quella del visibile e quella dell’invisibile, quella del razionale e quella dell’irrazionale. Per un popolo che mette in relazione il conoscere al vedere il rapporto con la verità diventa tragico: il processo di apprendimento è svelamento sofferto di ciò che è nascosto agli occhi, è riconoscimento dell’incompletezza e impotenza della propria vista, è conflitto di opposti complementari.

1 Con l’espressione “Grecia tragica” si vuole mettere in risalto la duplicità della coscienza greca, che trova la sua massima espressione nella tragedia. Una lacerazione tra tensioni opposte, in continuo conflitto, ha originato il sublime di questa civiltà: passato-presente, uomini-dei, autodeterminazione-destino, φύσις-νόμος, vita-morte, individualità-società, pianto-riso, sogno-realtà, ragione-irrazionalità, luce-buio, vista-cecità.

J. W. Goethe stesso definisce così il concetto di tragico: “Ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se interviene o diventa possibile una conciliazione, il tragico scompare”. (W. Goethe, Colloqui con Eckermann, 6 giugno 1824)

2 A proposito del rapporto armonico e contrastante tra Apollo e Dioniso, creatore del sublime tragico, è di fondamentale importanza il saggio giovanile di F. Nietzsche, La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica.

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M. C. Escher, Vincolo d’unione, 1956, collezione privata

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L’Apollo dell’ ἰδεῖν

Vedere per i Greci è sapere, essi sono il “popolo dell’occhio”. Una fame per la realtà visibile li caratterizza, sono grandi osservatori, esteti, affidano al senso della vista la loro conoscenza, la loro sicurezza, il loro ottimismo.

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Sono gli uomini fuori dalla caverna di Platone, quelli che non rinunciano alla vista neanche se questa è un divieto, sono Atteone di Diana, Tiresia di Atena, Orfeo che si volta, Narciso che si specchia. Sono il popolo dell’ἰδεῖν, che è conoscere dopo aver visto, sono il Tucidide della storia come autopsia, sono gli architetti che privilegiano la parte frontale, visibile, degli edifici e non ornano gli altri lati.

Non è allora un caso che il concetto di bello e buono sia un aspetto determinante nel pensiero di una cultura che E. Dodds sapientemente definisce shame culture: una civiltà di uomini che giudicano dalle apparenze e odiano essere visti nella vergogna, che agiscono per la visibilità, per la fama.

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Affascinati e turbati dalla visione propria e dell’altro, è attraverso l’occhio che essi entrano in contatto con la natura e con la società.

Se da una parte quindi la vista dà potenza e sicurezza ai Greci, dall’altra lo sguardo altrui risulta violento e incute timore, sorveglia, uccide. Si pensi solo al mito di Perseo e all’importanza dell’elemento visivo nella vicenda. L’eroe incontra prima le Graie, sorelle-guardiane delle Gorgoni, con un solo occhio in comune, sempre aperto, simbolo della vigilanza e del potere; poi sconfigge, senza guardarla in volto, usando uno specchio, Medusa, essere δεινός il cui sguardo calamitico pietrifica.

In conclusione, quello che si può notare è un rapporto fortissimo con la sfera della vista e degli occhi, fonti del pensiero, dell’esistenza, della conoscenza, della bellezza, della fama, ma allo stesso tempo nuclei d’origine dell’orrore, della vergogna, della trasgressione, del dolore.

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R. Peregalli, La corazza ricamata. I Greci e l’invisibile, cit., p. 7.

4 Il mito della Caverna, contenuto nel VII libro della Repubblica di Platone (514 b – 520 a), è un’allegoria efficace e profonda della condizione umana e della tragicità della sua conoscenza. Il passaggio dal buio alla luce è una meta sofferta e difficile da raggiungere. Questa metafora della gnoseologia greca nell’età platonica rivela perfettamente il “desiderio della luce” e la brama di un “vedere scientifico” propria degli uomini greci di Apollo.

5 E. R. Dodds, I Greci e l’irrazionale.

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R. Magritte, Il falso specchio, 1928, New York, Museum of Modern Art

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Il Dioniso del μύειν

Nonostante l’occhio assuma una posizione di primaria importanza nella civiltà greca, esiste un’ulteriore sfera conoscitiva e d’azione che mette in evidenza i limiti dello sguardo e la doppiezza di un popolo quanto mai complesso e affascinante: è l’invisibile irrazionale.

I Greci sono anche indovini, aedi ciechi, poeti invasati delle Muse, sono il popolo del vino e dei riti dionisiaci, la civiltà del πάθος e del pessimismo tragico, un popolo che compie sogni premonitori, pellegrini che intraprendono interminabili viaggi verso gli “oracoli delle montagne”, in cerca dell’approvazione del divino.

Un’espressione interessante del concetto di conoscenza irrazionale greca sono i Misteri. Feste notturne legate al divino, in stretto collegamento con Dioniso, il dio irrazionale dell’illusione, diventano il luogo degli specchi, delle maschere, dei veli, il luogo dell’ostacolo, della deviazione, dell’annullamento della vista sensibile razionale. Si svolgono due volte all’anno in primavera e in autunno, con luna calante, e creano un’atmosfera onirica portatrice di emozioni e sentimenti violenti, generatrice di una più profonda sensibilità, percezione.

L’etimologia della parola rimanda al verbo μύειν il cui significato è “chiudere gli occhi”: i Μυστήρια hanno inizio per il μύστης nel momento in cui egli chiude gli occhi per essere assorbito nella propria oscurità, è un ingresso nel buio, è cecità. Ha inizio un viaggio che conduce l’iniziato nelle tenebre e lo fa accedere ad una realtà altra. Egli è velato, il velo gli chiude lo sguardo, il buio è sovrano. Il velo risulta la membrana attraverso cui l’essenza nascosta delle cose si manifesta visibile.

Elemento imprescindibile della sfera conoscitivo-estetica dell’invisibile è la cecità, condizione determinante e affascinante della civiltà greca, che rivela nella sua natura di privazione e vantaggio una nuova modalità di conoscenza, più irrazionale e interiore, più profonda e ab-oculare.

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J. H. Füssli, Il silenzio, 1799-1800, Zurigo, Kunsthaus

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Vista sensibile e vista intellegibile, visioni discordi e inconciliabili

Il primato della cecità

Gli uomini non possono detenere il vedere se non in forma parziale, imperfetta: la vista sensibile non può essere contemporanea e accordata con la vista intellegibile; la capacità di vedere con gli occhi è antitetica e discorde alla profonda conoscenza non-sensibile. Nel binomio antitetico luce-buio è concentrato tutto il dramma umano che è un ondeggiare continuo tra oscurità e illuminazione.

Fra le modalità di vedere rappresentate reciprocamente dallo sguardo e dall’interiorità è presente un rapporto di mutua esclusione, in assenza di uno esiste l’altro, ma non convivono mai insieme nell’uomo. Sarebbe troppo grande, e sovra-umana, la potenza di una doppia visione. Gli uomini non possono sostenere contemporaneamente la vista del visibile e quella dell’invisibile.

La cecità allora non è mai assoluta perdita o privazione ma anzi è il simbolo del possesso di un dono ad altri proibito. I ciechi vedono un’altra dimensione del tempo che è quella futura, quella storica della memoria del passato e mai quella del presente. La cecità vede l’invisibile agli occhi.

Essere ciechi non è altro che una nuova modalità di vedere non sensibile ma intellegibile. Poiché quindi il non-vedere rappresenta la condizione necessaria per l’illuminazione e la conoscenza, esso può essere talvolta una scelta più desiderata che obbligata.

Plotino nelle Enneadi, a questo proposito, è grande maestro: “Colui che può vada dunque e segua nella sua interiorità, abbandonando la visione degli occhi (ὄψιν ὀμμάτων), e non si rivolga verso lo splendore dei corpi come prima”.

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Lo stesso Odisseo preferisce fuggire da Circe e Calipso, sebbene

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“si trovi immerso nei piaceri della vista” (ἡδονὰς δι’ ὀμμάτων), per raggiungere una conoscenza più intellettuale e meno sensibile.

È esemplare e antitetico al concetto di vista interiore il comportamento di Narciso, immerso nel gesto sensibile degli occhi assetati di visione esteriore. Con lui è presente l’espressione sublime dell’opposto

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della cecità, una fame di immagine sensibile, insaziabile e distruttiva, una concupiscentia oculorum ante litteram.

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Sintesi

Introduzione Civiltà greca tragica - Tesina

La seguente tesina di maturità descrive la civiltà greca tragica che ha avuto sin dalle origini un rapporto complesso con la conoscenza. L’uomo vede, soffre e conosce. La vista è sorgente di sapere ma allo stesso tempo fonte di orrore e violazione, è strumento di autorità e potere, e insieme senso ingannevole e superficiale. D’altra parte il dolore è annullamento e alienazione ma anche forgiatore di identità: è attraverso la sofferenza dell’azione che l’eroe greco sa di esistere e comprende di essere umano. Un approccio razionale e scientifico verso il sapere è sempre affiancato da una tensione violenta e irrazionale verso il dolore: l’occhio e la lacrima diventano i simboli del processo gnoseologico. Intendo mostrare, analizzando in particolare la tragedia di Edipo, come questi due elementi antitetici trovino unione nella cecità, espressione massima della tragicità dell’esistenza greca. Lo sguardo velato dalle lacrime è per l’individuo una meta, una condizione in cui ciò che agisce è la memoria e l’introspezione, l’isolamento: una nuova dimensione estetica e gnoseologica fatta di buio e silenzio. La tesina permette dei collegamenti anche con le altre materie scolastiche.

Collegamenti

Civiltà greca tragica - Tesina

Greco - La gnoseologia tragica greca: tra Apollo e Dioniso, occhi e lacrime per la cecità. Il mito di Edipo come archetipo della visione.

Filosofia - Le riflessioni e pensiero di F. Nietzsche (La nascita della tragedia dallo spirito della musica); G. Bataille e l’accesso all’osceno; J. Derrida e il ruolo delle lacrime nella cecità.

Storia dell’arte - I quadri e fotografie sul tema dell’occhio e della cecità (da Michelangelo a Magritte).

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