Autore: Adriano Angelini
Scuola: Liceo Scientifico Bertrand Russell, Roma, Italia
Anno scolastico: 2007/2008
Titolo: Bisanzio: il sogno di una civiltà
La tesina comprende una mappa concettuale, un’analisi sull’argomento ed
un romanzo storico, tutti scritti personalmente ed allegati nella cartella
inviata.
Bisanzio: il sogno di una civiltà
Premessa dell’autore
Da principio era la parola, una parola dal suono magico, come poche altre nella storia.
Anche se non fosse mai esistito un impero chiamato Bisanzio, quel nome sarebbe sicuramente rimasto impresso nella memoria degli uomini per la sua musicalità e per le immagini che ancora oggi evoca: oro e malachite e porfido, cerimoniali maestosi e solenni, pesanti broccati intessuti di rubini e smeraldi, sontuosi mosaici rifulgenti fra nuvole ed incenso.
Poi, la posizione privilegiata. Posta alle porte dell’Asia, sulla punta orientale di un grande
promontorio triangolare bagnato a Sud dal mar di Marmara ed a Nord Est
da un’insenatura
profonda e navigabile nota fin dalla più remota antichità come il Corno
D’Oro.
Bisanzio costituiva uno splendido porto naturale ed una roccaforte invalicabile, tanto che bastò fortificarla soltanto dal lato di terra. Ed era difficile attaccarla anche dall’acqua, perché il mare di
Marmara è protetto da due stretti lunghi ed angusti
il Bosforo ad est e l’Ellesponto, o Dardanelli, a
Ovest.
Infine, l’uomo: Costantino I, imperatore di Roma. Nessuno ha meritato il titolo di “Grande” quanto questo sovrano, che in appena quindici anni prese due decisioni epocali, ciascuna capace di mutare il corso della storia: l’adozione del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero ed il trasferimento della capitale da Roma alla nuova città eretta sul luogo dell’antica Bisanzio, la città che per sedici secoli avrebbe portato il suo nome, Costantinopoli.
La domanda sorge spontanea: come fece l’ambizioso progetto di Costantino a resistere così a lungo quando oltre i suoi confini regnavano caos e disordine?
La risposta è nella tradizione, unita ad un’innovazione del tutto particolare, che esso incorpora in se stesso e che finisce per renderlo unico sia dal decaduto Occidente, che tuttavia si apprestava nell’ombra a rinascere più forte che prima, e l’Oriente sempre meno affascinante e misterioso.
Cultura Greca, organizzazione statale romana e religione cristiana sono gli elementi chiave di Bisanzio.
È essenziale la coscienza di appartenere ad un impero, ed è questa coscienza a fondamento e salvaguardia della continuità della Nuova Roma e dell’Oriente di fronte al crollo dell’Occidente.
Bisanzio trarrà forza non solo dalla cultura latina, della quale non resta, dopo l’età di Eraclio (610-641), che il diritto, la scienza giuridica e fossili della lingua burocratica e militare; sono i “logoi ellenikoi”, l’ellenismo tardo antico, pagano e cristiano, a costituire il carattere autentico della cultura di Bisanzio.
L’uomo Bizantino sarà dunque orgoglioso dell’eredità ideale di Roma antica e del prestigio di una cultura tutta di segno greco.
L’ippodromo. La Grande Chiesa di Santa Sofia. Le processioni imperiali. Bisanzio è un mondo di spettacolo e di ostentazione: giochi, liturgie, corse di carri ed a piedi, esibizioni di animali esotici o selvaggi, virtuosismi di acrobati in bilico su corde sospese o su cavalli lanciati al galoppo
coinvolgono una folla entusiasta, accalcata nell’ippodromo, punto di ritrovo di ricchi e poveri.
Centro e culmine della vita spirituale della città è la liturgia; ma, almeno nelle grandi chiese, una liturgia sgargiante, esaltata dai colori dei mosaici e delle icone, dallo scintillio di arredi preziosi e di gemme, dagli splendori dei paramenti, dalle fiammelle e dai riflessi delle lampade, dal volteggio dei libri cerimoniali, dalle cadenze dei canti.
L’uomo bizantino è attratto non soltanto dal carattere spirituale del culto, ma anche dal fasto, dall’apparato carico di suggestioni, che lo immergevano in una zona di confine fra immanente e trascendente, permettendo all’anima di pregustare le gioie e le delizie delle cerimonie in cielo.
È in forme spettacolari ed emotive che il bizantino percepisce vita pubblica ed esperienza religiosa, ricchezza e povertà, carità e ferocia.
La fine di Bisanzio è per lui la fine del mondo. L’impero è identificato con il regno di Cristo, questo obbliga l’imperatore a vincere i suoi nemici, speculari all’Anticristo, ed i sudditi a preservare l’impero non solo come realtà statale ma come sistema di valori. Di qui l’ortodossia politica: il conformismo dell’uomo bizantino, della società, e dei suoi modi di pensiero.
Questo conformismo si esprime nell’ossequio alla tradizione, al di là di fratture e discontinuità che pure non mancano.
L’ideale è quello della l’imitazione dei modelli. L’imperatore stesso deve praticare la mimèsis, imitando Cristo.
Ai modelli, alla tradizione, il bizantino chiede risposte, e nella tradizione sente il bisogno di iscrivere i suoi comportamenti senza scatti, iniziative od innovazioni.
“Ognuno resti nella stessa condizione in cui era quando fu chiamato”, “Non spostare i confini antichi, posti dai tuoi padri”, sono i versetti biblici che ogni bizantino doveva avere in mente.
Il tradizionalismo è il fondamento dell’istruzione, intesa nel suo significato più ampio, e delle sue forme. In ultima analisi viene ad emergere l’autorità della scrittura, della tradizione scritta, secondo la concezione, già fattasi strada in epoca tardo romana, che quel che è scritto ha valore assoluto ed esige sottomissione.
In cima alle autorità scritte vi sono le Sacre Scritture e le Leggi; l’uomo comune, anche se analfabeta, sa che sono queste autorità scritte, nelle figure di Cristo e dell’imperatore suo delegato e garante, che devono regolare la sua vita e che ne dispongono.
Da tutto questo discende la mentalità libresca, la quale si manifesta nella iterazione ossessiva di riferimenti, di riprese testuali, di reminiscenze, nel repertorio fisso di cognizioni scisse dall’esperienza, di concetti noti, di certezze senza scosse, nell’elaborazione di summae ed esperti di conoscenze tradite, di compilazioni ripetitive; quando l’uomo cerca risposte a inquietudini esistenziali, quando si sforza di spiegare eventi individuali o collettivi che sfuggono alla sfera del razionale, quando sente l’esigenza o l’urgenza del misterico, quando è mosso dall’ansia del futuro, quando vuol gettare lo sguardo curioso ed angosciato al di là della vita terrena.
Mentalità libresca, ch’è anche segno di insicurezza, di instabilità psicologica.
I modelli della cultura superiore restano i “classici”, non soltanto quelli dell’antichità pagana, ma anche i classici cristiani, i Padri della Chiesa soprattutto, che tante volte erano raffigurati sulle pareti delle chiese.
La letteratura è inelegante se non è esibizione retorica, ricorso ostinato a termini classici, ricerca artificiosa di espressioni e costrutti consolidati dalla tradizione.
Di qui l’“atemporalità” della letteratura bizantina; il confronto non è dunque fra antichi e moderni, ma nella capacità di utilizzare i modelli: capacità che sconfina talora nel virtuosismo, nella disquisizione erudita, nel discorso sottile e fine a se stesso.
Ma il tradizionalismo nella sua forma più vistosa è quello che connota il sistema figurativo bizantino, in particolare nella specie dell’icona, questo cardine della vita spirituale (e politica) di Bisanzio.
Arte di clichés, arte statica, arte formulare; la realtà dell’immagine sacra, considerata un vero e proprio ritratto, coincideva con la realtà delle formule iconografiche che la componevano; formule fissate una volta per sempre e perciò immutabili, giacché universalmente riconosciute come proprie di una determinata immagine.
Modificare avrebbe significato falsare il ritratto reale di Cristo, della Vergine, dei santi e degli angeli, che solo la fissità della “maniera iconica” poteva restituire e garantire.
Sempre raffigurata frontalmente, e quindi con lo sguardo rivolto verso l’osservatore, si poteva riconoscere l’immagine rappresentata e restarne coinvolti.
La fissità dell’icona ne acquietava ed elevava l’anima: al mondo del demoniaco, agitato, mutevole, si contrapponeva quello della santità, calmo ed immutabile.
L’arte bizantina è diretta al volto come referente e fulcro della rappresentazione; il corpo resta nascosto tra le pieghe delle vesti. Non a caso. È nel volto che si concentra la forza interiore, che si esprime l’individualismo dell’immagine.
E l’individualismo costituisce un altro dei caratteri fondamentali del mondo bizantino; individualismo che si ritrova in tutte le figure sociali e che può sconfinare nell’egoismo, nell’eccessiva cura di se stessi, che tutto rende lecito senza remore di amicizia, di lealtà, di rettitudine.
Ma questo individualismo è anche isolamento, e costituisce uno degli elementi più marcati di discontinuità con il passato tardo romano di Bisanzio: a partire dall’età di Eraclio, infatti, il crollo della vita urbana e la crisi delle relazioni sociali, che portano in Occidente ad una riorganizzazione in un sistema diverso, determinano il ripiegamento su se stesso dell’individuo, la solitudine.
Il contadino, il pilastro, insieme al soldato, della società bizantina, è solo di fronte alla pressione fiscale, ad esattori rapaci e crudeli.
Ma in un sistema fortemente gerarchizzato ogni funzionario è solo di fronte al suo superiore, ed i ranghi più alti del potere sono soli di fronte all’imperatore, che può privarli di potere e della stessa vita.
E l’imperatore è chiuso nella solitudine del Palazzo, sovente tra imperatrici ed eunuchi infidi, intrighi e congiure, o può essere dato in pasto ad una folla inferocita.
Nessuno può sentirsi sicuro; lo stato d’animo più diffuso è quello della precarietà, dell’insicurezza del vivere.
Di qui la confidenza con i santi, il ricorso ossessivo all’icona, ma anche alle scienze occulte, all’oniromanzia, alle predizioni astrologiche.
In questa instabilità c’è anche diffidenza verso il sociale, l’etica cui attenersi resta quella del giusto mezzo, della moderazione, dell’umiltà e dell’isolamento: il cerchio si chiude.
Solo è anche l’uomo santo, che volontariamente cerca un colloquio più diretto e più certo con Dio; si ritira perciò dal mondo e dalle sue tentazioni per rifugiarsi da monaco in una vita “separata”;
si esaspera talvolta questa separazione dal consorzio umano vivendo da stilita, su una colonna, quasi a marcare il distacco da questa terra.
L’uomo santo, anche nelle sue forme socialmente più integrate, come quelle del monaco cenobita ed urbano, rappresenta la difesa dell’ortodossia, la strada per la salvezza dell’anima, cui ogni bizantino tende.
A Bisanzio l’utilità dell’uomo santo non è mai messa in dubbio.
Ma la sua missione interna ed esterna, vittoria spirituale su se stesso e salvazione degli altri, è condotta dal monaco in solitudine, in maniera individualistica, evitando la vita comunitaria con altri monaci o la vita a corte.
L’altro polo, quello per chi non si consacra alla vita spirituale, è la famiglia, “somma di individualismi”, che è a fondamento della struttura sociale di Bisanzio; la solidità dell’istituto familiare è nel contempo conseguenza e causa ulteriore dell’isolamento dell’uomo da altre forme di organizzazione sociale.
Nella famiglia la donna ha un suo posto degno ed elevato, riconosciuto dalle leggi e dalla tradizione: la donna è il centro di questo mondo ordinato che è la famiglia, è operosa e severa amministratrice del patrimonio.
Tradizionalismo, conformismo, dunque, ma come copertura e rifugio di un individuale solo ed insicuro.
Analizzando a fondo la società bizantina partendo dagli uomini che la compongono vengono ad emergere comportamenti, pulsioni, contraddizioni di un mondo fatto di continuità e fratture, di conformismo e di modernità che colpiscono: Bisanzio anticipa lo Stato centralizzato di età moderna, sperimenta forme “statuarie” di povertà e di assistenza pubblica e privata fin da epoca assai antica, si apre a modi “capitalistici” di espansione economica, concede alla donna, pur nelle maglie di un antifemminismo diffuso, una dignità ed un ruolo sconosciuti fino ai giorni nostri, anticipa pratiche di lavoro intellettuale (edizione di testi, maniere di lettura) dell’età moderna.
Cittadino di un mondo terreno ch’è proiezione sbiadita e manchevole di quello celeste, suddito di un “luogotenente di Dio”, l’uomo bizantino vive il suo individualismo nell’ordine gerarchico costituito, nel rispetto dell’ortodossia, nei valori della tradizione, cercando la giusta misura, ma senza sottrarsi al fascino e all’orrore degli eccessi;
egli è l’erede orgoglioso di un impero che ha dalla sua parte la potenza di Cristo, “il quale disperde i popoli che vogliono la guerra e non gioisce di spargimenti di sangue”:
Cristo, che dà al giusto la forza “di calpestare i nemici perché camminerà senza danno su serpenti e scorpioni”.
Roma e Bisanzio: un confronto storico
Le capitali dei due Imperi Romani hanno rappresentato nella visione della storia due realtà ritenute per troppo tempo inconciliabili, ma in realtà le due civiltà erano animate da un unico spirito, un’unica matrice: l’idea dell’Impero.
L’Impero come entità capace di raccogliere e offrire una patria comune a genti assai diverse tra loro per razza, cultura e religione.
Per secoli l’Impero d’Oriente è stato considerato con sufficienza, tanto da meritarsi l’epiteto “bizantino”, un appellativo denigratorio rispetto alla descrizione ufficiale.
Gli abitanti, infatti, si chiamavano Romei, o Rhomaioi, e questo sta a testimoniare la continuità della tradizione, rispetto agli indegni epigoni franco-germanici.
Quali attributi possiedono, infatti, l’impero di Carlo o di Ottone per essere appellati “Romano”?
Poco, per non dire nulla. E quello “bizantino”? Molto, per non dire tutto.
Le differenze, certamente, sono numerose, alcune anche sostanziali, ma mai tali da giustificare il ghetto della storia in cui la realtà bizantina è stata relegata in passato.
Descritta una sorta di Gezabele corrotta e sanguinaria, responsabile di aver tradito gli antichi ideali del mondo greco-romano, essa al contrario ha rappresentato la rivalsa e la sopravvivenza di Roma nel mondo medievale.
È interessante osservare le affinità tra le due città Stato sin dalle loro rispettive origini: entrambe hanno un fondatore eponimo (Romolo e Byzas) dai connotati mitico-leggendari, entrambe edificate su sette colli e in una posizione strategica notevole.
Roma, infatti, è punto d’incontro tra gli Etruschi a nord ed i Greci a sud e beneficia di un clima fortemente propizio.
Bisanzio sorge sul Bosforo, il punto di volta per i traffici dal Mar Nero alle steppe ucraine, vero granaio d’Europa.
Sarà lungamente contesa dalle potenze che si avvicenderanno di volta in volta nel corso delle guerre fratricide greche: si poteva ben dire allora che chi tiene il Bosforo domina l’Egeo, e chi tiene Bisanzio, domina il Bosforo.
Tali caratteristiche non devono essere considerate da poco: furono proprio queste che persuasero Costantino I a sceglierla come nuova capitale, quell’11 maggio dell’anno 330.
L’Imperatore fu mosso, pare, da presagi e superstizioni (uno su tutti: la costa orientale del Bosforo rammentava troppo il fato funesto della perduta e leggendaria Ilio) ma anche da considerazioni pragmatiche.
Dalla Tracia, infatti, potevano essere agevolmente raggiunte le frontiere sarmatiche e persiane, da troppo tempo fonte di gravosi problemi per l’Impero.
Da quel momento in avanti la storia di Bisanzio si muoverà sui solchi già tracciati dalla sua gemella antenata Roma, nel tentativo di emularne la gloria.
Se i confini geografici di Bisanzio cambieranno col passare del tempo, analoga sorte non toccherà a quelli ideali, che saranno sempre rivendicati.
Sulla scia della tradizione si colloca sempre la concezione della massima Autorità politica e simbolo stesso dell’impero: l’Imperatore.
È stato detto – in maniera assai miope a dire il vero – che il Princeps Romano, un primo tra pari, fu sostituito dal Basileus-Dominus, Isapostolo, irraggiungibile nella sua Maestà divina.
È più opportuno, invece, evidenziare il carattere di “magistratura” del titolo imperiale.
Chi a Bisanzio accede al trono deve ricevere la triplice acclamazione elettiva del Senato e del popolo da parte dell’esercito, prima di essere incoronato nella basilica di Santa Sofia: una triplice acclamazione che trova la propria innegabile matrice nell’analoga istituzione dell’antica Roma.
Diversi Imperatori, poi, considerarono il proprio governo un vero e proprio “mandato morale” attribuito loro dal popolo piuttosto che un’investitura divina.
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Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Bisanzio: il sogno di una civiltà
Autore: Adriano Angelini
Descrizione: la tesina si propone di inquadrare la civiltà bizantina nel mondo medioevale: forte della tradizione classica e dell'innovazione che riesce a proporre, l'impero di Costantinopoli riesce a sopravvivere per secoli in un mondo in cui le barbarie regnano.
Materie trattate: storia-arte-italiano-inglese
Area: umanistica
Sommario
Da principio era la parola, una parola dal suono magico, come poche altre nella storia. Anche se non fosse mai esistito un impero chiamato Bisanzio, quel nome sarebbe sicuramente rimasto impresso nella memoria degli uomini per la sua musicalità e per le immagini che ancora oggi evoca: oro e malachite e porfido, cerimoniali maestosi e solenni, pesanti broccati intessuti di rubini e smeraldi, sontuosi mosaici rifulgenti fra nuvole e incenso.
Poi, la posizione privilegiata. Posta alle porte dell'Asia, sulla punta orientale di un grande promontorio triangolare bagnato a Sud dal mar di Marmara e a Nord Est da un'insenatura profonda e navigabile nota fin dalla più remota antichità come il Corno d'Oro.
Bisanzio costituiva uno splendido porto naturale ed una roccaforte invalicabile, tanto che bastò fortificarla soltanto dal lato di terra. Ed era difficile attaccarla anche dall'acqua, perché il mare di Marmara è protetto da due stretti lunghi ed angusti: il Bosforo ad est e l'Ellesponto, o Dardanelli, a Ovest.
Infine, l'uomo: Costantino I, imperatore di Roma. Nessuno ha meritato il titolo di "Grande" quanto questo sovrano, che in appena quindici anni prese due decisioni epocali, ciascuna capace di mutare il corso della storia: l'adozione del cristianesimo come religione ufficiale dell'impero ed il trasferimento della capitale da Roma alla nuova città eretta sul luogo dell'antica Bisanzio, la città che per sedici secoli avrebbe portato il suo nome, Costantinopoli.
La domanda sorge spontanea: come fece l'ambizioso progetto di Costantino a resistere così a lungo quando oltre i suoi confini regnavano caos e disordine?
La risposta è nella tradizione, unita ad un'innovazione del tutto particolare, che esso incorpora in se stesso e che finisce per renderlo unico sia dal decaduto Occidente, che tuttavia si apprestava nell'ombra a rinascere più forte che prima, e l'Oriente sempre meno affascinante e misterioso.
Cultura greca, organizzazione statale romana e religione cristiana sono gli elementi chiave di Bisanzio.
È essenziale la coscienza di appartenere ad un impero, ed è questa coscienza a fondamento e salvaguardia della continuità della Nuova Roma e dell'Oriente di fronte al crollo dell'Occidente.
Bisanzio trarrà forza non solo dalla cultura latina, della quale non resta, dopo l'età di Eraclio (610-641), che il diritto, la scienza giuridica e fossili della lingua burocratica e militare; sono i "logoi ellenikoi", l'ellenismo tardo antico, pagano e cristiano, a costituire il carattere autentico della cultura di Bisanzio.