Estratto del documento

Liceo classico G.B. Montini

“Imputato alzatevi!”

Processo ai giusti

Tesina di:

Micol Muttini

Anno scolastico

2006/2007

Introduzione ...................................................................................................................................... 2

Capitolo I .................................................................................................................................... 3

Il processo a Socrate ......................................................................................................... 3

Le ragioni degli accusatori ............................................................................................................... 5

Un imputato a tutto tondo ................................................................................................................ 7

Capitolo II ................................................................................................................................ 10

Processo e morte di Gesù ............................................................................................... 10

La difesa di Gesù............................................................................................................................ 11

Il Gran Sinedrio .............................................................................................................................. 13

Gesù davanti a Pilato...................................................................................................................... 14

Capitolo III ............................................................................................................................... 16

L’affare Dreyfus ................................................................................................................. 16

Le fasi dell’Affaire ......................................................................................................................... 16

L’Affaire Dreyfus e l’antisemitismo popolare ................................................................................ 18

La degradazione del sistema giudiziario ........................................................................................ 19

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Introduzione

La Storia conserva, nei suoi profondi meandri, memoria di innumerevoli processi celebri: da quello nei confronti di Socrate a quello contro Cristo, dal rogo di Giovanna d’Arco a quello di Giordano Bruno; sono stati portati alla sbarra personaggi che hanno lasciato una traccia indelebile nella memoria individuale e collettiva, come Galileo e la sua tormentata abiura o l’eroe nazionale Silvio Pellico, icona del Risorgimento; individui, come Luigi XVI di Francia, il cui processo ha segnato l’avvento di un nuovo tempo e la contemporanea fine di un’epoca con il crollo del suo sistema sociale. E ancora, casi giudiziari che diventarono l’emblema di inquietanti persecuzioni politiche o razziali, come quello Dreyfus o il processo a Sacco e Vanzetti.

La linea del tempo pullula di aule giudiziarie, con imputati il cui nome a volte è destinato a durare nel tempo, ma più spesso ad essere completamente ignorato, com’è accaduto alle molte vittime degli inquisitori medievali, spesso donne, denominate streghe, vittime dell’ignoranza e della superstizione. Non molto diversa da quella delle streghe è la vicenda di quei perseguitati, chiamati untori, accusati di diffondere la peste e di cui noi conserviamo il ricordo attraverso la “Storia della Colonna Infame” del Manzoni; un’opera che ci aiuta a riflettere sulla violenza e sulla ingiustizia praticata dalle Istituzioni, quando accade che i processi si carichino di significati molteplici e di obiettivi contraddittori.

Ecco, questo è il punto: a quale bisogno dell’individuo e della collettività risponde il Processo? Per quali diversi fini può essere utilizzato?

Il Processo rappresenta una delle possibili vie per risolvere i conflitti presenti all’interno di un sistema sociale. L’idea essenziale della civiltà liberale e di ogni civiltà giuridica è quella della terzietà del potere giudiziario, ovvero la convinzione che l’affidarsi a poteri terzi rispetto alle parti, capaci di esprimere giudizi vincolanti e di decretare decisioni operative (le sentenze) costituisca forse l’unico modo possibile per risolvere pacificamente le controversie, l’unica via appunto per rendere giustizia. Eppure, anche ai nostri giorni, questa idea sembra pericolosamente contraddetta dagli eventi, da quei processi, famosi o del tutto sconosciuti, che sembrano produrre gravi ingiustizie in nome della “Giustizia”, che realizzano una ingiustizia sostanziale a dispetto della giustizia formale o viceversa; eventi processuali che pongono problemi, suscitano interrogativi, chiamano a prese di coscienza.

È stato un processo legittimo, prima ancora che essere giusto o ingiusto, per esempio, il processo a Saddam Hussein? Un feroce dittatore, certo, ma anche capo politico di uno Stato, l’Iraq, oggetto di un attacco militare da parte di potenze straniere. Saddam, sconfitto e catturato, è stato sottoposto a un processo la cui sentenza sembrava già scritta in partenza.

Questo lavoro, naturalmente, non vuole far sorgere dubbi sull’opera della Magistratura, sul lavoro di chi, quotidianamente, cerca di affermare il primato della Legge e l’idea stessa di legalità nelle aule dei Tribunali; non vuole abbracciare la tesi di chi, caduto in un’inchiesta giudiziaria, diffonde il dubbio che lo si stia perseguitando. Questo lavoro vuole piuttosto costituire una riflessione su come idee, interessi, fedi politiche o religiose, abbiano portato alla sbarra dei Giusti, una riflessione sulla presenza minacciosa e inquietante del Potere che, in diverse epoche e contesti politici, culturali e sociali, ha schiacciato chiunque apparisse pericoloso, ribelle, ma anche soltanto uomo libero.

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Capitolo I

Il processo a Socrate

Ad Atene, verso la fine di novembre del 400 a.C., Meleto, un poeta tragico che non aveva raggiunto la celebrità, presentò una denuncia per empietà all’arconte re competente contro Socrate. Come ogni altro accusatore, una volta confermata la sua accusa con giuramento, dovette designare testimoni e avvocati; questi ultimi furono il retore Anito e il poeta Licone. In realtà, fu proprio Anito il principale accusatore di Socrate, ma per non esporsi a quei rischi troppo gravi che il comparire come tale avrebbe comportato, si nascose dietro la figura di Meleto, inducendo l’ingenuo e sconosciuto poeta a presentare una denuncia per all’ufficio dell’arconte re. Anito, figlio di

asebeia

un ricco industriale del cuoio e generale durante la guerra del Peloponneso, aveva due ragioni per nutrire verso Socrate un odio implacabile: una prima motivazione fu l’influenza, da lui giudicata perniciosa, esercitata dal filosofo sul figlio Antemione; il giovane era entrato nella cerchia socratica e si rifiutava di sottostare alla volontà del padre che lo voleva conciatore di pelli. Anito si trovò costretto a staccarlo con violenza dal circolo filosofico e il ragazzo, caduto in depressione, si diede a bere nelle taverne.

Il secondo motivo di astio nei confronti di Socrate era di ordine politico: Anito aveva lottato strenuamente con Trasibulo per abbattere i Trenta Tiranni, i quali peraltro avevano perpetuato a suo danno la confisca dei beni; anche dopo la caduta del governo, non potè recuperarli per via dell’amnistia del 403. Anito accusò Socrate di essere (odiatore del popolo), ostile al

misodemos

partito democratico e di essere stato corresponsabile dell’instaurazione della tirannide poiché diversi leader e gregari dei tiranni erano stati suoi discepoli.

Una volta completato l’esame di avvocati e testimoni, l’arconte re ordinò a Meleto di rintracciare Socrate e, in presenza di due testimoni, di intimargli di presentarsi al suo ufficio. Qualora si trattasse di una cioè di una iniziativa giudiziaria a tutela di un interesse pubblico quale fu

graphe,

quella a danno di Socrate, era consuetudine, infatti, che l’arconte convocasse separatamente le parti presso il suo ufficio per far loro ribadire con giuramento le posizioni sostenute e verificare che si dovesse realmente arrivare alla celebrazione di un processo. In tal caso doveva mettere in calendario l’udienza e provvedere alla possibile convocazione dei giudici popolari o dicasti, che avrebbero costituito l’Eliea. Questi ultimi erano sorteggiati per tribù dagli arconti e dovevano avere un’età superiore ai trent’anni. I dicasti consegnavano il loro contrassegno individuale, il pinakion (tesserino in bronzo o in legno sul quale venivano registrati il nome del dicaso, di suo padre, del demo di appartenenza e una lettera dell’alfabeto), e ricevevano due dischetti in bronzo dal

psephoi,

diametro di 5 cm dotati di asse, l’uno pieno, l’altro forato; il primo valeva come voto a favore dell’imputato, l’altro dell’accusatore. Entrambi i dischetti erano deposti in apposite urne: in quella di bronzo andavano quelli validi come voto, in quella di legno i dischetti non utilizzati per votare.

Si presume che, all’incirca tra i primi giorni e la metà di gennaio del 399 a.C., il filosofo si sia recato alla per i preliminari del processo. Come soleva avvenire, gli fu data

Stoa Basileios

dall’arconte re una scadenza per la preparazione della difesa scritta in quanto si dichiarò non colpevole. Il comportamento degli Ateniesi in tribunale seguiva, appunto, questo schema ben definito: ogni cittadino era tenuto a pronunciare personalmente un discorso di difesa, da lui stesso scritto o più spesso commissionato a un logografo. La struttura dei discorsi si ripeteva secondo modelli stabiliti: una parte consistente della difesa era volta a suscitare la simpatia e la pietà dei giudici con vari mezzi. La tradizione è concorde nel delineare un comportamento da parte di Socrate contrario a questa consuetudine. Il Socrate di Senofonte si rifiuta di preparare il proprio discorso di difesa. Secondo Diogene Laerzio, il filosofo avrebbe rifiutato di recitare in tribunale una difesa appositamente preparata per lui da Lisia. In Platone, Socrate inizia la sua difesa chiedendo di

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poter parlare nel modo a lui abituale fatto di domande e risposte - e non pronunciando il normale discorso - e ne conclude la prima parte affermando di non volere ricorrere ai consueti mezzi per commuovere i giudici.

Il processo a Socrate, come ogni altro processo davanti all’Eliea, giunse a conclusione il giorno stesso in cui era cominciato. L’imputato fu dichiarato colpevole con una maggioranza di 281 voti contro 220; fu condannato a morte da 300 voti contro 201, segno evidente del risentimento del tribunale contro la sua orgogliosa linea di condotta. Secondo la testimonianza di Diogene Laerzio, gli Ateniesi, pentitisi per la morte di Socrate, avrebbero condannato Anito all’esilio e Meleto alla pena capitale; per Diodoro Siculo, Anito fu messo a morte al pari di Meleto e, se si considera la testimonianza di Plutarco, morì suicida.

Al di là delle generiche e convenzionali accuse addotte da Meleto, Anito e Licone contro Socrate, nella sua condanna trovava sfogo il malessere della restaurata democrazia ateniese, sospettosa dell’uomo che aveva avuto tra i suoi discepoli Alcibiade e l’odiato Crizia. Amico dei Trenta Tiranni, si era, tuttavia, rifiutato di eseguire un ordine del feroce governo; ma altrettanto aveva criticato illegalità ed errori del regime democratico. Ma le cause profonde del malanimo risalivano più lontano: esse vanno ricercate nell’invidiosa ostilità dell’opinione pubblica contro chi ne mette in crisi le convinzioni e le convenzioni, siano queste politiche oppure religiose o anche economico-sociali, dato che l’esempio e l’insegnamento di Socrate distoglievano i giovani dalle attività a cui i loro padri intendevano indirizzarli. La città non riusciva a riemergere da un nevrotico terrore contro chi sembrasse mettere in crisi le larve delle sue antiche strutture. Socrate era un uomo libero, refrattario agli schieramenti e ciò suonava come un’incomprensibile eversione per la fanatica partigianeria dei suoi concittadini. A decretare la morte di Socrate fu il prorompere di un fanatismo irrazionale, sebbene intendesse attribuirsi la patina della legalità, e di un impulso reazionario che gli imputava quel mutamento dei costumi aviti, in cui si voleva riconoscere la causa della rovina di Atene, reduce dalla sconfitta contro Sparta e dalla tirannia dei Trenta Tiranni.

L’esecuzione della sentenza dovette essere rinviata di quasi un mese per ragioni sacrali; Socrate sarebbe potuto fuggire, grazie all’aiuto del fedele amico Critone, ma non volle violare le leggi di cui per tutta la vita aveva propugnato il supremo valore. Alla fine venne il momento di bere la pozione di cicuta; nel Platone ha lasciato il racconto grandioso della nobile pace interiore con cui

Fedone

Socrate si accomiatò dalla vita, la stessa pacata tranquillità con cui sapeva guardare all’esistenza, comprenderne il valore e, soprattutto, la misura. Egli aveva insegnato e praticato la virtù, ossia il giusto modo di essere uomini, con modestia ma anche con la consapevolezza di compiere il proprio destino; e aveva indicato che questo è il massimo premio che ci si può attendere dall’esistenza terrena. Ciò gli consentiva di rivolgersi con disdegno alla miseria umana dei suoi nemici e di contrapporre la propria morte alla loro vita.

Quanti avevano condiviso il privilegio della sua grazia intellettuale rimasero con il senso di essere stati testimoni e vittime di un’ingiustizia infame. Vollero che il maestro, di filosofia e vita insieme, rivivesse nei loro scritti, riprodussero non tanto le sue parole, quanto l’incanto della sua persona.

La fiorente letteratura seguita alla morte di Socrate comprese, tuttavia, non esclusivamente discorsi di difesa – le Apologie scritte da Senofonte e da Platone sono gli unici superstiti – ma anche discorsi d’accusa contro il filosofo, quale quello – oggi perduto – del sofista Policrate, in cui Socrate era presentato come nemico della democrazia e al quale Senofonte rispose nei Memorabili. Altri discorsi di difesa per Socrate furono composti da Lisia e Demetrio Falereo.

Soffermandosi sulle testimonianze primarie di Platone e di Senofonte, entrambi hanno composto un discorso che simuli di essere la difesa di Socrate davanti al tribunale. Non sono di certo le parole pronunciate da lui nell’occasione, né gli autori lo pretendono.

Si ricordi che Senofonte non assistette nemmeno di persona al processo di Socrate, poiché era lontano da Atene fin dal 401 (anno in cui era partito per arruolarsi nell’esercito di Ciro) e su di lui gravava una condanna a morte per contumacia, forse per un reato di sangue; si è servito, perciò, della testimonianza indiretta di Ermogene. Tuttavia, è verosimile che nel discorso di Senofonte e

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soprattutto in quello platonico riecheggino il senso e il tono dell’arringa socratica: Socrate non fece nulla per conquistarsi il favore dei giudici a prezzo della sua integrità e dichiarò la propria assoluta innocenza, dimostrandola con l’esempio della sua intera esistenza, a tutti nota.

Le ragioni degli accusatori

Le accuse formali di corruzione dei giovani e di empietà rivolte contro Socrate da Meleto, Anito e Licone erano state sinistramente anticipate da un’opera di Aristofane, rappresentata

Nuvole,

venticinque anni prima della celebrazione del processo al filosofo. La testimonianza di Aristofane costituisce dunque un punto di partenza importante per avvicinarsi ai veri moventi che ispirarono gli accusatori di Socrate e motivarono il giudizio di condanna della maggioranza dei giurati.

Le Nuvole furono rappresentate nel 423 durante le Grandi Dionisie ed ottennero il terzo posto; il tragediografo, deluso dal risultato, scrisse una seconda versione dell’opera (quella che noi oggi leggiamo), mai messa in scena.

Nelle Nuvole si realizza un processo di tipizzazione comica di Socrate, rappresentato nell’azione del cullarsi in una cesta dondolante nell’aria, in svanite e dannose chiacchiere, simile ad Orfeo o ad Anassagora, il cui processo per empietà si era celebrato solo otto anni prima. Durante la sua difesa, Socrate cercherà di prendere le distanze da quella calunnia, ma certo gli Ateniesi dovettero riscoprire nella sua figura alcuni tratti di quel tale dall’aspetto trasandato e che passava il suo tempo in conversazione con questo o con quello.

Nel corso della vicenda scenica, Socrate appare come un che evoca divinità straniere e

γοησ

pratica cerimonie iniziatiche, vale a dire un sacerdote cialtronesco dedito a manifestazioni marginali di religiosità; un pitagorico ascetico che dirige una comunità segreta di adepti dediti ad attività sospette; un pensatore ateo e materialista, studioso di astronomia e dedito ad altre paradossali forme d’indagine scientifica; un sofista, maestro di retorica e grammatica e studioso di musica.

In particolare, fino alla parabasi Socrate appare come un dedica a forme di meditazione

γοησ (si

estatica per cui la sua anima vaga in aria e a rituali privati, come testimonia la scena dell’iniziazione di Strepsiade; evoca divinità straniere quali le Nuvole davanti agli iniziati e venera lingua, etere ed intelletto; adotta uno stile di vita ascetico) e nel resto della commedia è sofista e insegnante di oratoria e musica. Si tratta di personaggi familiari all’esperienza comune dell’uditorio: nell’ultima parte del V secolo, Atene dava ricetto a purificatori, stregoni, o ad altre corporazioni di sacerdoti girovaghi, nonché adepti di rituali estatici importati dall’Oriente e che nell’epoca della guerra del Peloponneso videro una clamorosa diffusione in ambiente ateniese.

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Sintesi

I processi di Socrate, Gesù e Dreyfus

La tesina prende in considerazione i processi ai quali furono sottoposti Socrate, Gesù e Dreyfus. Al di là della distanza cronologica che li separa, questi processi pongono questioni comuni e sempre attuali: il rapporto tra un ideale di giustizia assoluto.

Materie trattate: Letteratura Greca, Letteratura Latina, Filosofia, Storia

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