Estratto del documento

Liceo Scientifico Statale “F. Severi”

Classe 5^ Sez. E

Anna Politkovskaja: il potere delle parole

“Io vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo”

Relatore: Stefanini Vanessa

Milano, anno scolastico 2007/2008

Anna Politkovskaja: il potere delle parole

Indice

1. Biografia………………………………………. 2

2. Cecenia…………………………………………........................................4

3. Crisi del teatro Dubrovka……………………………………………… 8

4. Strage di Beslan………………………………………………………….. 9

5. Pubblicazioni……………………………………………………………….10

6. L’assassinio………………………………………………………………… 12

7. Considerazioni personali……………………………………………….................. 14

8. Bibliografia………………………………………………………………….................. 16

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Anna Politkovskaja: il potere delle parole

“A volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce quello che pensa”. Queste sono le parole profetiche pronunciate dalla giornalista Anna Politkovskaja che ha pagato con il prezzo più alto la sua ricerca di verità.

1. Biografia

Anna Politkovskaja nasce a New York il 30 agosto 1958, figlia di due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina di stanza presso l'ONU. L'ambiente familiare e lo status di diplomatici dei suoi le consentono alcuni privilegi, tra cui l’accesso a materiale e a pubblicazioni proibiti in patria. Studia giornalismo all'Università di Mosca, dove si laurea nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva, le cui opere all'epoca non circolavano con facilità.

La sua carriera inizia nel 1982 al giornale moscovita “Izvestija” che lascerà nel 1992, lavora poi in diverse redazioni (tra cui importante è la permanenza dal 1994 al 1999 come cronista e responsabile della sezione “eventi eccezionali” dell’Obščaja Gazeta) fino ad approdare nel 1999 alla “Novaja Gazeta”. Fin da subito è inviata in zone di guerra, si reca in Cecenia una quarantina di volte a partire dal luglio di quell'anno, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi che ceceni. Per il suo impegno viene spesso minacciata di morte, è odiata dalle autorità locali e dal Governo russo (questo è dovuto anche al fatto che nel periodo in cui lavora per la Novaja Gazeta pubblica alcuni libri fortemente critici su Vladimir Putin, sulla conduzione della guerra in Cecenia, Daghestan e Inguscezia), ostacolata nel suo lavoro dalle une e dall'altro, tenuta a distanza dai militari.

Le prime minacce risalgono al 2001, dopo la pubblicazione di un articolo che ricostruiva le vicende relative alla sparizione dello studente ceceno Zelinchan Murdalov ad opera dell'OMON (i corpi speciali della polizia russa), la giornalista è costretta a fuggire a Vienna dopo aver ricevuto numerose e-mail minatorie attribuite a Sergei Lapin, l'ufficiale dell'OMON che aveva condotto direttamente l'arresto del giovane. Il ragazzo, aveva scoperto la Politkovskaja, era stato arrestato dalla squadra di OMON comandata da Lapin, portato in una caserma alla periferia di Grozny e lì in cella torturato a morte (picchiato alla testa con bastoni, sottoposto a elettroshock e ad orrende sevizie). Il giorno dopo il corpo senza vita del ragazzo era stato portato fuori città anche se il cadavere non è mai stato ritrovato.

Nello stesso anno, durante una missione in Cecenia, a seguito di un colloquio con un colonnello russo, viene catturata da uomini dell'FSB (ex KGB). Subisce percosse, umiliazioni e la messinscena di una condanna a morte, viene liberata grazie all'intervento della Novaja Gazeta presso il Ministero della Difesa.

Nelle sue pubblicazioni non risparmia critiche violente sull'operato delle forze russe in Cecenia, sui numerosi e documentati abusi commessi sulla popolazione civile e sui silenzi e le presunte connivenze degli ultimi due primi Ministri ceceni, Ahmed Kadyrov e suo figlio Ramsan, entrambi sostenuti da Mosca. La sua vita è scandita da lettere di insulti, minacce, tentativi di eliminazione. Chi la accusa non è solo indegno per ciò che fa, ma si macchia della ulteriore vergogna dell'anonimato. La Politkovskaja ha sempre firmato le sue denunce, le sue dichiarazioni, le sue indagini, mentre le lettere a lei indirizzate sono spesso e volentieri anonime. “Secondo me, chi si sente nel giusto non ha bisogno dell'anonimato” afferma lei stessa in risposta ad una lettera aperta nella quale è accusata (da ufficiali del corpo d'armata non meglio identificati) di calunnie, di mancanza di professionalità e di sfruttare la guerra cecena per produrre scoop.

Dal punto di vista giornalistico sono state eclatanti le sue testimonianze dal vivo in zone in cui la stampa indipendente non aveva accesso e la mediazione durante il sequestro degli ostaggi al teatro Dubrovka; Anna Politkovskaja gode di notevole considerazione negli ambienti

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ceceni: il suo nome è spesso apparso tra i “negoziatori privilegiati” dalla guerriglia; altrettanto clamorosa è la sua “assenza forzata” nei giorni di Beslan. Nel settembre 2004 mentre si sta recando verso la cittadina dell'Ossezia del Nord, durante la crisi degli ostaggi, viene improvvisamente colpita da un malore e perde conoscenza. L'aereo è costretto a tornare indietro per permettere un suo immediato ricovero, si suppone un tentativo di avvelenamento, ma la dinamica non verrà mai chiarita del tutto (l'infermiera che l'assiste afferma che i test che hanno fatto all'aeroporto sono stati distrutti per “ordini dall'alto”). Poco prima le autorità le avevano impedito per due volte di salire a bordo di un aereo diretto a Beslan. La giornalista teme per la sua stessa vita, ma soprattutto per quella di chi intervista, più volte infatti afferma che non è la sola ad essere in pericolo. Dice di sentirsi una reietta, questo è il risultato principale del suo lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei suoi libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno.

A Mosca non la invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per lei. Nonostante ciò i più alti funzionari accettano d'incontrarla quando sta scrivendo un articolo o sta conducendo un'indagine, ma lo fanno di nascosto, sono felici di parlare con lei. Le danno informazioni, chiedono il suo parere e le raccontano cosa succede ai vertici ma tutto questo sempre di nascosto.

La “Novaja Gazeta”

Il primo numero di questo giornale portato alla ribalta dall'assassinio di Anna Politkovskaja esce il 1 aprile 1993 (l'obiettivo che si prefiggeva era quello di una totale ed incondizionata indipendenza), ed è fondato da alcuni componenti che avevano deciso di abbandonare la loro precedente testata di appartenenza (il giornale “Konsonol'skaja Pravda”). La Novaja Gazeta, sostenuta tra gli altri da Michail Sergeevič Gorbačëv (che oggi è uno dei suoi azionisti più attivi) si riproponeva di essere un giornale onesto, indipendente e che si occupasse di tutta la Russia. Oggi il giornale ha una tiratura di 550.000 copie, esce tre volte alla settimana, con due edizioni diverse a San Pietroburgo e a Mosca. Lo staff si è sempre opposto con fervore e convinzione e soprattutto con onestà al mutismo auspicato in molte occasioni dal Cremlino, soprattutto da quando con l'ascesa di Putin la libertà di opinione è diventata un'illusione.

Ma tutto ciò a che prezzo? Il bollettino della loro guerra d’informazione riporta ben cinque vittime dal 2000, fra giornalisti e collaboratori, tutti uccisi per inchieste o opinioni scomode. Il soffocamento di tante voci ha indotto il caporedattore Muratov a proporre più di una volta la chiusura della testata, anche dopo che due redattori sono stati minacciati per inchieste sul Caucaso settentrionale e sull'uccisione della Politkovskaja, ma la redazione si è sempre rifiutata.

Tra le inchieste del giornale si possono ricordare quella sull'occupazione del teatro Dubrovka, sullo stupro e l'assassinio di El'za Kungaeva, sulla presa della scuola di Beslan, sul rapimento di Zelinchan Murdalov da parte di Sergei Lapin, sulla fucilazione di civili ceceni da parte del capitano del GRU (servizio di intelligence delle forze armate russe) Eduard Vl'nan. Molte di queste inchieste sono state firmate dalla Politkovskaja; si può dire che lei fosse una delle voci più scomode del più scomodo giornale russo.

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2. Cecenia

Ufficialmente parte integrante della Federazione Russa, la Cecenia, si estende sulle pendici settentrionali della catena montuosa del Caucaso. Confina a sud con la Georgia, a est e a nord con la regione russa del Daghestan, a nord-ovest con la regione di Stavropol e a ovest con la regione dell’Inguscezia.

E’ ricca di petrolio, i suoi giacimenti sono concentrati nel distretto della capitale Grozny e producono circa 4 mila tonnellate di petrolio al giorno (sono notevoli anche i giacimenti di gas naturale). Ma più che per le sue risorse la Cecenia è importante, dal punto di vista di Mosca, perché sul suo territorio passano due strategici oleodotti russi che portano il greggio e il gas del Mar Caspio al terminal di Novorossijsk sul Mar Nero. Non controllare la Cecenia significherebbe per la Russia perdere il controllo sul commercio petrolifero. Non meno importante è il fatto che per la Cecenia passano anche linee stradali e ferroviarie che costituiscono il principale asse di comunicazione commerciale est-ovest attraverso le regioni caucasiche della Federazione Russa.

La Cecenia non è ostile alla Russia solo per una questione di interessi geopolitici legati allo sfruttamento del petrolio. I ceceni, popolo di religione islamica sunnita, si sono opposti alla colonizzazione dei Russi fin dal XVII secolo. Parte dell’impero russo fin dal 1859, subito dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, la Cecenia conosce un breve periodo di indipendenza con la creazione della “Repubblica delle montagne”, ma l’armata rossa viene subito inviata a schiacciare i secessionisti, che oppongono resistenza fino al 1921, quando, la Cecenia – Inguscezia viene annessa all’URSS. Durante la seconda guerra mondiale furono deportati dal Governo centrale sovietico in Siberia e Kazakistan circa 600 mila ceceni, con l’accusa di aver collaborato con l’invasore tedesco. Quasi 200 mila muoiono durante il trasporto nei vagoni-bestiame; i sopravvissuti, privati dei diritti civili e politici,vengono imprigionati nei gulag Ai.

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sopravvissuti fu concesso di ritornare in patria solo nel 1957. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica nacque in Cecenia un movimento indipendentista che entrò in conflitto con la Russia, non disposta a riconoscere la secessione del Paese.

Nel 1990, durante le riforme di Gorbačëv del sistema sovietico, il Soviet Supremo adotta due leggi. Queste legislazioni contenevano un numero di articoli che cambiavano di fatto radicalmente lo stato delle "Repubbliche autonome" e delle "Repubbliche dell'Unione" che erano ancora soggetti federali e membri dell'URSS. Di fatto sia le Repubbliche autonome che quelle dell’Unione condividevano gli stessi diritti e, cosa importante, in particolare il diritto di richiamarsi alla "libera auto-determinazione dei popoli", (ovvero il principio che sancisce il diritto di un popolo sottoposto a dominazione straniera ad ottenere l’indipendenza, associarsi ad un altro Stato o comunque a poter scegliere il proprio regime politico). La Georgia, l'Ucraina e gli Stati baltici erano allora ancora "Repubbliche autonome" che, come ben noto, si richiamarono a tale diritto.

Con la caduta del muro di Berlino, inizia un processo di disgregazione dell’Unione Sovietica; i diversi territori dell’Unione proclamano la loro indipendenza e l’autonomia dal Governo centrale di Mosca.

Il 25 novembre del 1990, in un regolare referendum, i ceceni decidono con una schiacciante maggioranza dell’85%, che la Repubblica debba diventare indipendente. Dzokar Dudayev, il primo presidente ceceno, dichiara 24 ore dopo la secessione. Questi referendum e dichiarazioni d'indipendenza erano perfettamente legali e legittimi sia secondo le leggi sovietiche che quelle internazionali. Il 27 novembre viene proclamata la separazione della

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2008

Titolo: Anna Politkovskaja: il potere delle parole

Autore: Vanessa Stefanini

Descrizione: approfondimento sull'omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja, sulla storia della Cecenia e i fatti salienti delle due guerre.

Materie trattate: storia, italiano

Area: umanistica

Sommario

"A volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce quello che pensa". Queste sono le parole profetiche pronunciate dalla giornalista Anna Politkovskaja che ha pagato con il prezzo più alto la sua ricerca di verità.

1. Biografia

Anna Politkovskaja nasce a New York il 30 agosto 1958, figlia di due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina di stanza presso l'ONU. L'ambiente familiare e lo status di diplomatici dei suoi le consentono alcuni privilegi, tra cui l'accesso a materiale e a pubblicazioni proibiti in patria. Studia giornalismo all'Università di Mosca, dove si laurea nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva, le cui opere all'epoca non circolavano con facilità.

La sua carriera inizia nel 1982 al giornale moscovita "Izvestija" che lascerà nel 1992, lavora poi in diverse redazioni (tra cui importante è la permanenza dal 1994 al 1999 come cronista e responsabile della sezione "eventi eccezionali" dell'Obščaja Gazeta) fino ad approdare nel 1999 alla "Novaja Gazeta". Fin da subito è inviata in zone di guerra, si reca in Cecenia una quarantina di volte a partire dal luglio di quell'anno, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi che ceceni. Per il suo impegno viene spesso minacciata di morte, è odiata dalle autorità locali e dal governo russo (questo è dovuto anche al fatto che nel periodo in cui lavora per la Novaja Gazeta pubblica alcuni libri fortemente critici su Vladimir Putin, sulla conduzione della guerra in Cecenia, Daghestan e Inguscezia), ostacolata nel suo lavoro dalle une e dall'altro, tenuta a distanza dai militari.

Le prime minacce risalgono al 2001, dopo la pubblicazione di un articolo che ricostruiva le vicende relative alla sparizione dello studente ceceno Zelinchan Murdalov ad opera dell'OMON (i corpi speciali della polizia russa), la giornalista è costretta a fuggire a Vienna dopo aver ricevuto numerose e-mail minatorie attribuite a Sergei Lapin, l'ufficiale dell'OMON che aveva condotto direttamente l'arresto del giovane. Il ragazzo, aveva scoperto la Politkovskaja, era stato arrestato dalla squadra di OMON comandata da Lapin, portato in una caserma alla periferia di Grozny e lì in cella torturato a morte (picchiato alla testa con bastoni, sottoposto a elettroshock e ad orrende sevizie). Il giorno dopo il corpo senza vita del ragazzo era stato portato fuori città anche se il cadavere non è mai stato ritrovato.

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