Estratto del documento

Liceo linguistico europeo “G. Parini”

Via G. Garibaldi, 20/A – Barzanò (LC)

Esame di Stato

Studente: Filomena Furlan

Anno scolastico 2008-2009 Il potere delle parole 1

Indice:

1. Il potere delle parole

2. Parola come strumento della comunicazione

3. Le parole sono finestre (oppure muri)

4. Le parole, la comunicazione e i conflitti

5. The political power of the words: Obama’s speech

6. L’arte delle parole dal preromanticismo al primo Novecento

7. Rimbaud et le vertige des mots Il potere delle parole 2

1. Il potere delle parole

Le parole sono straordinarie: esse sono un suono, o un insieme di suoni rappresentati graficamente, che evocano un essere o un’idea; è incredibile come queste, pur non essendo fatti reali, riescano ad influenzare la vita dell’uomo permettendogli di aprire le porte di un mondo infinitamente sorprendente, di cui egli è l’unico protagonista.

Nate per la semplice esigenza di comunicazione tra individui, esse hanno acquisito con il tempo un valore sempre più nobile, fino a diventare uno strumento indispensabile in mano alla cultura.

L’uomo si è fatto padrone dell’arte oratoria e di quella della scrittura, e a seconda delle proprie ambizioni e capacità comunicative ha fatto letteratura o propaganda.

Quante volte capita di vedere i propri sentimenti trasformati in piccole macchie nere appiccicate su un foglio di carta? L’artista letterato ha la capacità di trasmettere le sensazioni attraverso l’accostamento di un insieme di segni grafici, in modo da evocare immagini, suoni e profumi…

Spesso si riesce, attraverso il verso di una poesia, ad esprimere emozioni che, altrimenti, non riusciremmo a far uscire dal nostro più intimo e profondo essere.

Ecco il potere delle parole.

È sconcertante, ma senza dubbio affascinante, accorgersi di come e quanto queste condizionano la vita dell’uomo: esse possono determinare l’umore di una donna per un’intera giornata, possono dare ad un atleta la forza di vincere una gara con gli altri, con il tempo, ma soprattutto con se stesso; il discorso di un uomo politico, a seconda dei termini che egli utilizza e dell’uso che ne fa, può segnare il futuro di un’intera Nazione.

Le parole vincono la titubanza del silenzio, alimentano la fiducia e accendono sorrisi; al tempo stesso, esse possono provocare rabbia e lacrime, ma poi consolano ed incoraggiano.

“Petites taches noires” le definiva il pittore romantico francese Eugène Delacroix: è vero che le parole non sono altro che piccole macchioline nere, ma nella loro semplicità esse nascondono la magia della comunicazione; è vero anche che la comunicazione attraverso la parola non sempre è infallibile: la perfetta intesa tra emittente e destinatario del messaggio non è sempre scontata, dipende dal percorso personale del singolo relativamente all’ambiente in cui è cresciuto. Così come una parola può avere significati diversi secondo il modo in cui la si interpreta, ecco che lo stesso significato può essere assunto da parole differenti: è il caso dei dialetti e delle lingue diverse.

La lingua, che riflette la cultura del popolo che la parla, rappresenta senza dubbio un ostacolo alla comunicazione attraverso la parola, sia per la diversità del codice e delle regole del linguaggio, sia per la possibilità che la parola tradotta non rappresenti la stessa realtà nelle due culture; grazie al plurilinguismo che ha accorciato le distanze tra uomini provenienti da Paesi diversi, comunque, l’uomo moderno è riuscito ad adeguarsi alle esigenze sempre più importanti di contatto tra ambienti vari. Le lingue che godono di

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importanza internazionale su larga scala, e che i sistemi di istruzione dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo considerano indispensabili sono l’Inglese e il Francese; dal 1887 esiste inoltre l’Esperanto, una lingua internazionale artificiale nata con la pretesa di riassumere il maggior numero possibile di lingue.

Mi è sempre piaciuto il fatto di poter trasmettere la stessa idea attraverso parole, e quindi suoni, diversi, nella consapevolezza che i sinonimi non sono omonimi: ogni parola ha un significato preciso, che deriva dalle esperienze culturali dei popoli nella storia.

I verbi convincere e persuadere, ad esempio, sono spesso adoperati indiscriminatamente; ci si dimentica che convincere significa indurre qualcuno ad ammettere la giustezza di un ragionamento o a compiere o meno un’azione, in maniera più forte e brusca rispetto a persuadere, per cui si induce qualcuno a credere ad una verità attraverso la soddisfazione dei criteri del destinatario. Non è difficile, infatti, individuare nella radice del primo verbo la parola “vincere”, e nel secondo il termine “suād”, da cui deriva l’aggettivo inglese “sweet” (dolce).

In ogni caso, l’azione per far conoscere ed accettare, quindi diffondere, determinate idee prende il nome di “propaganda”. Esiste un tipo di propaganda commerciale, la pubblicità, che cerca di persuadere il pubblico della qualità del prodotto; oggi, però, la parola propaganda rimanda immediatamente all’idea di politica. In effetti, il termine indica l’attività svolta dai partiti politici per influire sul voto degli elettori, o dà una definizione generica di tutti i mezzi impiegati per persuadere le masse di un determinato programma politico.

Le parole, dunque, svolgono un ruolo chiave anche in politica. Esse si possono quindi definire indispensabili alla vita sociale, intellettuale e sentimentale di ogni uomo. Inoltre, facendo riferimento ad alcuni studi sui media, si è notata la stretta relazione tra la parola scritta e la nascita dei diversi mezzi di comunicazione, quali soprattutto le strade e le ferrovie: la continuità lineare del testo scritto ha influenzato logicamente il pensiero dell’uomo, permettendogli di concepire questa unione tra spazi e luoghi diversi.

È proprio questo aspetto così logico e strutturale della parola che ne ha segnato la crisi di potere nel ventesimo secolo, in cui l’assenza di certezze assolute e pieni valori negavano all’uomo la possibilità di comunicare attraverso lo strumento più intellettivo e “umano”: emblema dell’estrema sfiducia dell’uomo nei propri mezzi è senz’altro il Teatro dell’assurdo, in cui la comunicazione si serve unicamente di gesti e grida; a “parlare” è lo scenario, l’oggetto è un simbolo significativo.

Recentemente si è sentito parlare spesso di parole vuote, senza senso, che fungono unicamente da sottofondo alla quotidianità di ognuno: parole in TV, radio perennemente accesa in macchina, al lavoro, nei centri commerciali… Molta gente pensa che con la società siano cambiate anche le proprie esigenze comunicative, a cui la parola non è più totalmente adatta. In tanti credono che non sia necessario dare pienamente forma e senso ai propri pensieri e rinunciano anche al tentativo di scrivere. Leggere, poi, sembra essere diventato un compito noioso e futile: “il tempo è prezioso e serve per portare a compimento fatti ed esigenze concrete” pensano molti. Un buon libro è invece il regalo più bello che una persona possa ricevere, se questa è consapevole di tutto ciò che vi è dietro (o, meglio, dentro): un viaggio indimenticabile alla scoperta di mondi ed epoche diverse, una magica avventura in compagnia di amici esclusivi i cui caratteri si delineano

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naturalmente nella mente, l’imperdibile possibilità di essere in due luoghi contemporaneamente… Perché l’autore è colui che invade il lettore e permette alla sua anima di evadere dalla realtà contingente.

In ogni caso, le parole non possono essere morte: esse sono parte integrante della vita e dell’essere umano; la poesia stessa è nata con l’uomo e morirà con esso, le parole sono fatte per raccontare la vita e per unire realtà altrimenti inconciliabili. Quindi sarebbe bene che si dedicasse più spazio e più tempo alle parole “piene”, anche in un contesto sociale come quello in cui viviamo ora.

Perché se davvero la parola fosse stanca e avesse perso il proprio potere, Khaled Hosseini non sarebbe mai riuscito a spiegare a milioni di persone la vita di un bambino ed una ragazza afghani e personaggi illustri come il giovane Roberto Saviano non sarebbero perseguitati della mafia. Il potere delle parole 5

2. Parola come strumento della comunicazione

L’uomo è, per definizione, un essere sociale; per questo, la parola ha un ruolo estremamente importante nel mondo. È la lingua, l’espressione attraverso le parole, che avvicina gli uomini e permette loro di crescere nell’interesse del progresso della società.

L’intelligenza umana ha dato vita ad un universo in cui ognuno riesce a trovare lo strumento adatto a spiegare i propri pensieri, misteriosi e nascosti, ad altri individui: la parola. Essa non è un semplice verso, un gesto o un suono, è il risultato della ricerca della vicinanza e del contatto intellettuale con gli altri.

Infatti, la parola è un medium, cioè un’estensione di informazioni che contribuisce all’interazione tra individui nella società.

La storia umana, vista dal punto di vista della comunicazione, può essere suddivisa in tre grandi periodi: l’era tribale, l’era meccanica e l’era elettrica.

L’era tribale pone l’accento sulla parola orale, viva e carica di emozioni; l’uomo tribale, non letterato, sente la parola come forza viva e ne esalta il potere magico. La parola orale è un medium inclusivo e partecipe, di conseguenza permette il coinvolgimento dell’uomo nella vita della società a cui appartiene.

L’era meccanica è caratterizzata da uno spirito scientifico e analitico, che porta all’invenzione dei caratteri a stampa; mentre la parola stampata diviene semplicemente un magazzino di informazione e permette la determinazione di un’ortografia, una sintassi e una pronuncia corrette, la parola scritta consente di esporre chiaramente in sequenza e ha potere di divisione, comporta un distacco dal coinvolgimento emotivo; per questo, l’uomo dell’era meccanica non partecipa all’intero processo sociale.

È invece proprio dell’era elettrica un ritorno allo spirito ed alle dinamiche sociali di tipo tribale, seppur su scala planetaria; grazie alle nuove tecnologie, l’uomo si trova a vivere in un villaggio globale, in cui è possibile e necessaria l’estensione di tutti i sensi e la parola orale, scritta e stampata coesistono. Il potere delle parole 6

3. Le parole sono finestre (oppure muri)

“Le parole sono finestre, oppure muri,

ci imprigionano o ci danno la libertà”

Ruth Bebermeyer

Il mondo in cui viviamo, la società di cui facciamo parte è caratterizzata da infinite possibilità di comunicare; il progresso e la tecnologia hanno contribuito notevolmente alla capacità di comunicazione, tuttavia l’uomo moderno non si trova ancora completamente a suo agio nella società.

Il problema consiste nel fatto che l’uomo è violento per natura, e secondo Arun Gandhi ciò di cui ha bisogno è di portare un cambiamento qualitativo nella sua vita.

“Spesso non riconosciamo che siamo violenti perché crediamo che la violenza consista solo di lotte, di uccisioni, aggressioni o guerre - tutte cose che la persona media di solito non fa”, spiega il nipote del leggendario M.K. Gandhi. Invece esiste un altro tipo di violenza, chiamata “violenza passiva”, la quale può essere addirittura definita più insidiosa di quella attiva. Essa è infatti alla base del meccanismo che genera rabbia nella vittima, quindi in altri termini è proprio la violenza passiva che alimenta la violenza fisica.

Già Gandhi aveva sottolineato con enfasi che dobbiamo diventare noi stessi il cambiamento che vorremmo nel mondo, se vogliamo davvero cambiare qualcosa.

Il mondo è così come noi lo abbiamo fatto, se cambiamo noi sicuramente anche esso cambierà.

Possiamo cominciare con le parole, imparando ad usarle nel modo giusto e al momento giusto ed evitando di considerarle superflue, vuote, inutili. Il libro che ho letto, e che dà il titolo a questa parte del mio percorso, introduce il lettore in un’atmosfera diversa da quella in cui mi sono abituata a vivere, basata sull’importanza della nonviolenza nella comunicazione. Essa infatti dovrebbe possibilità delle parole di

permettere a ciò che è positivo in noi di sbocciare, grazie alla trasmettere i nostri sentimenti.

Marshall Rosenberg porta avanti questo discorso da anni, esponendo un processo di comunicazione nonviolenta dai contenuti estremamente profondi e proponendo soluzioni estremamente semplici.

grande importanza

Egli attribuisce una alle parole. Con le parole neghiamo le nostre responsabilità, attribuendo i nostri atti a forze impersonali, alle condizioni di salute, alle autorità o a pulsioni incontrollabili… l’uso disinvolto e approssimativo delle parole ci fa contribuire quasi senza che ce ne accorgiamo alla strutturazione violenta dei nostri rapporti sociali. Invece bisogna recuperare l’originaria naturalezza dell’uomo nel dare e nel ricevere con empatia: la comunicazione nonviolenta (CNV) ci aiuta a metterci in relazione con noi stessi e con gli altri, in un modo che permette alla nostra naturale empatia di sbocciare. Essa ci guida nel ridare forma al modo

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in cui ci esprimiamo ed ascoltiamo gli altri, concentrando la nostra consapevolezza su quattro aree: che cosa osserviamo, che cosa sentiamo, di che cosa abbiamo bisogno e che cosa chiediamo per arricchire le nostre vite.

La CNV promuove l’ascolto profondo, il rispetto e l’empatia e genera un desiderio reciproco di dare col cuore. Alcune persone usano la CNV per rispondere ai propri sentimenti, altre per dare maggiore profondità alle loro relazioni personali ed altre ancora per costruire relazioni efficaci sul luogo di lavoro o nell’area politica. In tutto il mondo, la CNV è utilizzata per mediare dispute e conflitti ad ogni livello; in particolare, il professor Rosenberg ha partecipato a diverse conferenze riguardanti la questione israeliano-palestinese.

La comunicazione che blocca l’empatia

Provare gioia nel dare e nel ricevere con empatia fa parte della nostra natura. Tuttavia il professore spiega come abbiamo imparato presto molte forme di “comunicazione che aliena dalla vita”, che ci portano a parlare e a comportarci in modi che feriscono gli altri e noi stessi. Una forma di comunicazione di questo tipo è l’uso di giudizi moralistici, che implicano il torto o la cattiveria di coloro i quali non agiscono in armonia con i nostri valori. Un’altra forma di comunicazione che aliena dalla vita è l’uso di paragoni, che possono bloccare l’empatia sia verso noi stessi che verso gli altri. Questa comunicazione, inoltre, offusca la nostra consapevolezza di essere ognuno responsabile dei propri pensieri, sentimenti ed azioni. Un’ulteriore forma di linguaggio che blocca l’empatia è comunicare i nostri desideri nella forma di pretese.

Le quattro componenti della comunicazione nonviolenta

  • Osservare senza valutare: la prima componente della CNV comporta la separazione dell’osservazione dalla valutazione. Quando combiniamo l’osservazione con la valutazione, gli altri saranno propensi a udire una critica e ad opporre resistenza a quello che diciamo. La CNV è un linguaggio di processo che scoraggia le generalizzazioni statiche. Al contrario, le osservazioni dovrebbero essere circostanziate, nel tempo e nel contesto.
  • Individuare ed esprimere i sentimenti: la seconda componente che è necessaria per esprimere noi stessi sono i sentimenti. Sviluppando un vocabolario di sentimenti che ci permetta di descrivere le nostre emozioni con chiarezza e specificità, possiamo connetterci più facilmente l’uno con l’altro. Permettere a noi stessi di mostrarci vulnerabili, esprimendo i nostri sentimenti, può aiutarci a risolvere i conflitti. La CNV distingue l’espressione dei sentimenti veri e propri da quelle parole e quelle affermazioni che descrivono pensieri, considerazioni ed interpretazioni.
  • Prendersi la responsabilità dei propri sentimenti: la terza componente della CNV è il riconoscimento dei bisogni che stanno dietro i nostri sentimenti. Ciò che gli altri dicono o fanno può essere lo stimolo, ma mai la causa dei nostri sentimenti; quando qualcuno ci comunica qualcosa in modo negativo, abbiamo quattro possibilità di scelta relative ai modi in cui ricevere il messaggio: 1) incolpare noi stessi; 2) incolpare gli altri; 3) percepire i nostri sentimenti ed i nostri bisogni; 4) percepire i sentimenti ed i bisogni nascosti nel messaggio negativo dell’altra persona. I giudizi, le critiche, le diagnosi e le

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interpretazioni degli altri sono tutte espressioni alienate dai nostri bisogni e valori personali. Quando gli altri sentono una critica, tendono ad investire le loro energie nell’autodifesa o nel contrattacco. Tanto più direttamente riusciamo a collegare i nostri sentimenti ed i nostri bisogni, tanto più facile è per gli altri rispondere con empatia. In un mondo in cui spesso siamo giudicati con asprezza se individuiamo e riveliamo i nostri bisogni, esprimerli può fare paura, soprattutto alle donne cui è stato insegnato ad ignorare i loro bisogni per aver cura di quelli degli altri.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità  2009

Titolo: IL POTERE DELLE PAROLE

Autore: Filomena Furlan

Descrizione: lavoro sull'importanza delle parole nella vita sociale, politica e culturale

Materie trattate: Psicologia, Storia, Italiano, Francese, Inglese

Area: umanistica

Sommario: Psicologia, la comunicazione nonviolenta, l'importanza del corretto uso delle parole per vivere bene, Storia, la questione palestinese,l'utilizzo nella CNV in alcuni seminari di mediazione, Inglese, il discorso di Obama Presidente degli USA, il potere delle parole in politica, Italiano, la parola poetica dal preromanticismo al primo Novecento, Francese, Rimbaud, Voyelles, l'lchimia della parola letteraria

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