Estratto del documento

Alice Saracini

Liceo Classico “C. Marchesi”

a.s. 2008/2009

Indice

  • Premessa pag. 1
  • Storia del termine e analisi dell’ambiguità della parola pag. 2
  • Giovanni Pascoli e la scelta dell’oblio: Nebbia pag. 4
  • La scelta di Leopardi: la “Ginestra o Fiore del Deserto” pag. 7
  • La verità – denuncia
  • Decimo Giunio Giovenale, poeta dell’indignazione pag. 9
  • Hannah Arendt: “Le origini del totalitarismo” pag. 11
  • Conclusione pag. 13
  • Bibliografia pag. 14

Premessa

“La ricerca della Verità è più preziosa del suo possesso.”

Albert Einstein

Che cos’è la Verità, in verità?

Sin dai tempi più antichi l’uomo ha associato il vero ad un qualche concetto attinente: la verità come giustizia, come fede, come memoria.

Di fatto però non è mai stata percepita nel suo valore intrinseco ed unico che deriva da una semplice equazione: verità è compagna di realtà. Anzi, la verità è la componente orale della realtà, il racconto degli aspetti autentici di quest’ultima.

In questo breve opuscolo è mia volontà ricercare il significato del termine “verità” tentando di giustificarne la valenza in correlazione con il suo corrispondente greco “alètheia”.

Mi sono chiesta: perché gli antichi greci vollero denominare il vero come “ciò che non dimentica, ciò che non è oblio”?

Ho deciso di spiegare questa scelta concependo la verità come denuncia della realtà, giudicando che se un uomo sceglie di intraprendere la strada della verità, egli non permette che la realtà del mondo, di sé cada nell’oblio, nella dimenticanza: si fa perciò compagno di essa nel raccontarla.

Il significato che io ho attribuito ad “aletheia” è frutto di una mia personale interpretazione; ma mi trovo assolutamente d’accordo con l’illustre Scienziato, che ritiene molto più efficaci ed importanti i tentativi che l’uomo compie per arrivare alla Verità, piuttosto che il possesso della stessa attraverso l’accezione di aride ed impersonali certezze.

Storia del termine e analisi dell’ambiguità della parola

In una civiltà scientifica, l’idea di Verità richiama subito quelle di obiettività, di comunicabilità, di unità. Per noi la verità si definisce a due livelli: da una parte come conformità a determinati principi logici, dall’altra come conformità al reale; in questo senso, è inseparabile dalle idee di dimostrazione, di verifica, di esperimento.

Tra le nozioni elaborate dal senso comune, senza dubbio la verità è una di quelle che sembrano essere sempre esistite; non aver mai subito alcun cambiamento; che appaiono insomma relativamente semplici.

Basti pensare, però che l’esperimento, su cui si basa la nostra immagine del vero, è divenuto un’esigenza solo in una società dove esso era una tecnica tradizionale, in una società dove la chimica e la fisica hanno conquistato un ruolo di primaria importanza.

Dunque, ci si può chiedere se la verità, in quanto categoria mentale, non sia solidale a tutto un sistema di pensiero; se non sia solidale anche, alla vita materiale e alla vita sociale.

Tra il nostro sistema di pensiero, la ragione occidentale, e la Grecia esistono rapporti stretti: infatti la concezione di una verità obiettiva e razionale, caratteristica dell’Occidente, è nata storicamente dal pensiero greco.

Ne è prova il fatto che personaggi come Parmenide, Platone, Aristotele, sono di continuo invocati, confrontati e discussi nella riflessione sul Vero dei filosofi contemporanei.

Inoltre, nel tipo di ragione elaborato dalla Grecia a partire dal VI secolo, una certa immagine della Verità occupa un posto fondamentale.

Quando scopre l’oggetto proprio della sua ricerca, quando si libera dal terreno del pensiero mitico che ancora dominava la cosmologia degli Ioni, quando affronta deliberatamente problemi destinati a interessarla per sempre, la riflessione filosofica organizza il suo campo concettuale intorno ad una nozione centrale: o la “Verità”.

Aletheia

Nell’antichità le figure che portano sulla propria bocca sono principalmente tre: l’indovino, Aletheia che pone un significato in ambito mantico al termine; il poeta, che scorge la rivelazione del Vero nella parola poetica; il re di giustizia.

Ognuno di questi personaggi associa la parola ad una o più potenze contigue, ma non similari.

Il re di giustizia sottintende la coincidenza tra Verità e ossia la giustizia: per lui ciò che è vero è giusto, ciò che è giusto è vero. In effetti, l’Aletheia è la “più giusta” di tutte le cose (Mimnermo).

La sua potenza è fondamentalmente la stessa di Dike: Dike che conosce in silenzio ciò che avverrà e ciò che è avvenuto, risponde l’Aletheia, che sa tutte le cose divine, il presente e l’avvenire” (Euripide, Hel, 13 sgg.).

L’indovino vede associate ad Aletheia le potenze di Pistis e Peitho. Esse corrispondono l’una alla confidenza dell’uomo in un dio, oppure, in questo caso, la confidenza di un uomo nella parola di un dio; l’altra è la potenza della parola quale si esercita sugli altri, “la sua magia, la sua seduzione quale gli altri la subiscono” (M. Detienne).

Mentre il dono di Peitho è topico e proprio della figura dell’indovino, si presenta, oltre che alla stregua di fede nell’oracolo, come confidenza nelle Muse: dote caratteristica del poeta.

Quest’ultimo sfrutta Pistis per ottenere l’ispirazione dalle Muse affinché lo inducano a rivelare attraverso parole giuste e sagge.

Aletheia per il poeta però copre lo stesso valore di Mnemosyne, la Memoria: è in nome di quest’ultima, infatti, che dichiara la Verità, affinché essa non cada nell’Oblio, Lethe.

Proprio in riferimento a questo, Aletheia e Mnemosyne mostrano un’equivalenza di significato: entrambe sono complementari a Lethe, giacché Aletheia, come la Memoria, è “un’onniscienza che ingloba presente, passato e futuro” (Iliade, I, 70; Teogonia, Esiodo, 32 e 38).

L’accostamento tra i due termini Verità e Memoria diviene ancor più evidente se si studia l’etimologia del corrispettivo greco del primo termine.

La parola greca “’Alhqeia” è composta dall’elemento “a” (alpha) privativo, particella proclitica che ha valore di negazione pura e semplice, affiancato al sostantivo “lhqe” (lethe) che significa “oblio”. Di qui “aletheia” come equivalente di “non-oblio” e, in questo caso, memoria.

Anche se tutti i significati e le sfumature attribuitele dimostrano, come già visto, una certa contiguità con il termine, attraverso le medesime associazioni si nota come “aletheia” non venga colta nel suo significato intrinseco e puro.

In sé si pone come selezione dell’uomo: essa è la scelta coraggiosa, da lui operata, del rifiuto dell’oblio, di un sonno “tranquillo e dolce per gli uomini” (Esiodo, Teog., 758-766).

Essa rappresenta l’impegno assunto dall’uomo a non dimenticare la vicenda propria e del mondo che lo circonda: egli sceglie di ergersi titanicamente dalla Nebbia dell’oblio, la medesima invocata da Pascoli affinché lo separi dal suo tristo passato, e di affrontare la realtà o “l’arido Vero”, come indica Leopardi ne “la Ginestra”, pur essendo consapevole dei propri limiti e delle proprie debolezze.

L’uomo-titano non si limita però all’accettazione della Verità, ma decide di farsene araldo, divenendo veicolo della sua denuncia attraverso l’analisi e la deplorazione degli atti della società di appartenenza, come è messo in essere da Giovenale, nell’antichità, e Hannah Arendt, nell’epoca a noi più vicina.

Giovanni Pascoli e la scelta dell’oblio: Nebbia

La preferenza alla “Verità” non viene accordata da tutti gli uomini: alcuni preferiscono cullarsi nella condizione di torpore psichico fornito dall’oblio che “lene de la faticosa vita” (Carducci, “La Chiesa di Polenta”).

Anzi taluni supplicano affinché una fitta nebbia venga e si frapponga tra loro e le “cose lontane”, appartenenti al passato.

Un chiaro esempio di questo atteggiamento è evidente in Pascoli, in particolare nella poesia “Nebbia”.

Nascondi le cose lontane,

tu nebbia impalpabile e scialba,

tu fumo che ancora rampolli,

su l’alba,

da’ lampi notturni e da’ crolli

d’aeree frane!

Nascondi le cose lontane,

nascondimi quello ch’è morto!

Ch’io veda soltanto la siepe

dell’orto,

la mura ch’ha piene le crepe

di valeriane.

Nascondi le cose lontane:

le cose son ebbre di pianto!

Ch’io veda i due peschi, i due meli,

soltanto,

che dànno i soavi lor mieli

pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane

che vogliono ch’ami e che vada!

Ch’io veda là solo quel bianco

di strada,

che un giorno ho da fare tra stanco

don don di campane...

Nascondi le cose lontane,

nascondile, involale al volo

del cuore! Ch’io veda il cipresso

là, solo,

qui, solo quest’orto, cui presso

sonnecchia il mio cane.

Composta nel 1899, la lirica è forse il capolavoro della raccolta “I Canti di Castelvecchio” (1903), definiti anche “Myricae” autunnali, poiché in raffronto alla raccolta “Myricae” del 1891, dimostrano la stessa attenzione del poeta verso le “piccole e semplici cose” dell’ambito naturale e famigliare e rappresentano gli stessi temi funebri.

Il “di più” di questa raccolta si trova nell’andamento più disteso e piano delle poesie, come si nota infatti in “Nebbia” e nell’esasperato fonosimbolismo che perde qui la propria capacità evocativa, di alludere ad una realtà “altra”.

La lirica è costituita di 5 strofe di 6 versi ciascuna di cui 4 sono novenari; 1 è ternario; 1 è senario.

Il componimento è caratterizzato da rimandi fonici che conferiscono al testo un ritmo cantilenante: il primo verso di ogni strofa è infatti sempre lo stesso; i versi 2 e 3 formano una lieve anafora con la ripetizione del pronome “tu” seguito da due sostantivi quasi sinonimi; la formula “ch’io veda soltanto” è ripetuta più volte, con leggere varianti, ai vv. 9-15-16-21-27; infine al verso 26 vi è l’esempio di figura etimologica e insieme di allitterazione (“involale al volo del cuore”).

Anteprima
Vedrai una selezione di 5 pagine su 16
Alètheia - Verità non oblio Pag. 1 Alètheia - Verità non oblio Pag. 2
Anteprima di 5 pagg. su 16.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Alètheia - Verità non oblio Pag. 6
Anteprima di 5 pagg. su 16.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Alètheia - Verità non oblio Pag. 11
Anteprima di 5 pagg. su 16.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Alètheia - Verità non oblio Pag. 16
1 su 16
Sintesi

Tesina - Premio maturità 2009

Titolo

Alètheia - Verità non oblio

Autore

Saracini Alice

Scuola

Liceo classico

Descrizione

Nell'opuscolo si cerca di fornire una personale interpretazione del perché nell'antichità la popolazione greca abbia voluto affiancare al concetto di vero il "non oblio".

Che cos'è la Verità, in verità? Sin dai tempi più antichi l'uomo ha associato il vero ad un qualche concetto attinente: la verità come giustizia, come fede, come memoria. Di fatto però non è mai stata percepita nel suo valore intrinseco ed unico che deriva da una semplice equazione: verità è compagna di realtà. Anzi, la verità è la componente orale della realtà, il racconto degli aspetti autentici di quest'ultima. In questo breve opuscolo è mia volontà ricercare il significato del termine "verità" tentando di giustificarne la valenza in correlazione con il suo corrispondente greco "alètheia". Mi sono chiesta: perché gli antichi greci vollero denominare il vero come "ciò che non dimentica, ciò che non è oblio"? Ho deciso di spiegare questa scelta concependo la verità come denuncia della realtà, giudicando che se un uomo sceglie di intraprendere la strada della verità, egli non permette che la realtà del mondo, di se cada nell'oblio, nella dimenticanza: si fa perciò compagno di essa nel raccontarla. Il significato che io ho attribuito ad "aletheia" è frutto di una mia personale interpretazione; ma mi trovo assolutamente d'accordo con l'illustre Scienziato, che ritiene molto più efficaci ed importanti i tentativi che l'uomo compie per arrivare alla Verità, piuttosto che il possesso della stessa attraverso l'accezione di aride ed impersonali certezze.

Area

Umanistica

Materie trattate

  • Italiano, Giovanni Pascoli, "Nebbia", la volontà di allontanarsi dal proprio passato.
  • Italiano, Giacomo Leopardi, "Ginestra o fiore del deserto", l'accettazione coraggiosa dell'arido Vero.
  • Latino, Marco Giunio Giovenale, "Satire", la volontà di denunciare i costumi corrotti della società sua contemporanea.
  • Filosofia, Hannah Arendt, "Le origini del totalitarismo", volontà di deplorare le cause e il funzionamento del regime totalitario.

Sommario

  • Premessa
  • Storia del termine e analisi dell'ambiguità della parola
  • Giovanni Pascoli e la scelta dell'oblio: Nebbia
  • La scelta di Leopardi: la "Ginestra o Fiore del Deserto"
  • La verità - denuncia - Decimo Giunio Giovenale, poeta dell'indignazione - Hannah Arendt: "Le origini del totalitarismo"
  • Conclusione

Bibliografia.

Bibliografia

  • Marcel Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Bari, 2008
  • N. Abbagnano, G. Fornero, Protagonisti e Testi della Filosofia, Milano, 2000
  • E. Malaspina, P. Pagliani, R. Alosi, A. Buonopane, R. Ampio, A. Balbo, Antico Presente. Storia e testi della letteratura latina, Milano, 2006
  • R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese, Manuale di letteratura. I saperi di base: autori e opere, temi e immagini, Firenze, 2006
  • H. Arendt, Verità e politica, seguito da: La conquista dello spazio e la statura dell'uomo, Torino, 2004
  • H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano, 1966
  • U. Panozzo, Cultura e vita, Firenze, 1969
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi