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Capitolo Ventesimo

"Il castello dell'Innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima di un poggio" e da lassù "come l'aquila dal suo nido insanguinato", il selvaggio signore dominava all'intorno e "non vedeva mai nessuno al di sopra di sé". Ai piedi del colle c'era "una taverna, che si sarebbe anche potuta chiamare un corpo di guardia", perché sempre piena di bravi e di sgherri. Sopra l'uscio era dipinto un sole raggiante, ma il popolo "non chiamava quella taverna che col nome della Malanotte". Don Rodrigo vi lascia i suoi bravi, depone il suo fucile, perché "su quell'erta non era permesso d'andar con lo schioppo", e insieme col Griso comincia a piedi la salita. Dopo una breve attesa, è ricevuto dall'Innominato che, sentito il caso, prende "l'impresa sopra di sé" e licenzia don Rodrigo dicendo "tra poco avrete da me l'avviso di quel che dovrete fare". L'Innominato non senza ragione aveva così prontamente acconsentito a un'impresa tanto difficile e rischiosa; infatti sapeva di poter contare su Egidio, lo sciagurato che abitava vicino al quartiere di Gertrude, perché quegli era "uno de' più stretti ed intimo colleghi" delle sue scelleratezze. Appena rimasto solo, però, si pente di aver dato la sua parola; invero "già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert'uggia delle sue scelleratezze" e "gli rinasceva ogni tanto nell'animo l'idea confusa, ma terribile d'un giudizio individuale" e "l'immagine della morte (...) apparendogli nel silenzio della notte, (...) gli metteva addosso una costernazione repentina". Ormai, però, è in gioco la sua parola e non può più tornare indietro. Allora, per definire l'impresa, chiama subito il Nibbio "uno de' più destri e arditi ministri delle sue enormità" perché informi Egidio dell'impegno contratto e perché richieda l'aiuto di lui per portarlo a termine. Egidio risponde che la cosa è facilissima e che gli mandi una carrozza con due o tre bravi. Egidio costringe Gertrude, sgomenta ma incapace di resistere allo scellerato, a sacrificare Lucia, e la Signora, malgrado la lotta interiore, finisce con l'obbedire. Il giorno stabilito essa, con finta dolcezza, convince Lucia ad uscire dal monastero per andare a chiamarle in segreto il padre guardiano del convento dei cappuccini. Lucia esita, ma poi, spinta dalla riconoscenza per tutte le gentilezze avute dalla Signora, obbedisce. Appena in istrada viene afferrata dal Nibbio; essa getta un urlo, ma è gettata a forza nella carrozza e condotta al castello dell'Innominato. Questi aspettava alla finestra, con una inquietudine insolita; vedendo avanzare la carrozza fu sul punto di comandare ad uno sgherro di andare ad avvertire il Nibbio perché portasse la donna direttamente al palazzo di don Rodrigo, ma cambiò idea e comandò, invece, ad una vecchia di casa di andare incontro a Lucia con una bussola e di farle coraggio. Egli, poi, "si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso".
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