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Promessi Sposi - Sintesi scaricato 3 volte

I Promessi Sposi

E’ un romanzo storico, questa scelta moderna ed all’avanguardia deriva da varie letture di Scott e varie conversazioni con Fauriel. Manzoni rivisita il modello scottiano, poiché il modello scottiano presentava troppi elementi fantastic e non rappresentava per filo e per segno il vero storico:
1. I personaggi principali sono rappresentati dal volgo.
2. Utilizza un ambientazione storica (Italia nel ‘600).
3. Fonde il vero storico con quello poetico.
4. La storia ha un concezione provvidenziale: tutto ciò che accade viene ricondotto al valore di Dio.
L’obiettivo del romanzo era farlo leggere a più persone possibili per avere un’unità nazionale.

Stesure
Vi furono tre stesure:
1. Fermo e Lucia (1821-1823)
• Nomi.
• Struttura lineare divisa in 4 nuclei.

• Episodi differenti.
• Lingua (Italiano letterario + francesismi + dialetto milanese).
• Ricco di digressioni.
2. Gli sposi promessi _ Edizione ventisettana (1824-1827)
• 3 volumi divisi in 6 nuclei.
• Personaggi cambiati psicologicamente.
• Lingua toscana (vocabolario della Crusca)
3. I promessi sposi _Edizione quarantana (1840-1842)
• Revisione linguistica dopo la visita a Firenze, ora utilizza il fiorentino parlato dalla borghesia colta.

Trama e struttura
Renzo e Lucia si vogliono sposare, tutto ciò è impedito da Don Rodrigo. Per evitare il rapimento di Lucia e la morte di Renzo lasciano il paese dirigendosi Lucia a Monza e Renzo a Milano. Dopo varie perizie, per esempio il rapimento di Lucia da parte dell’Innominato e per Renzo la sommossa popolare a Milano, finalmente si ricongiungeranno e si sposeranno andando a vivere nel bergamasco.
La trama è divisa in 6 nuclei:
N° Storia Digressioni
1. Preparazione matrimonio / Interruzione / Lasciare il paese. Conversione Padre Cristoforo.
2. Lucia a Monza. Storia monaca.
3. Renzo a Milano. Storia Innominato.
4. Rapimento da parte dell’Innominato / Conversione Carestia e peste.
5. Renzo verso il bergamasco poi a Milano / Peste.
6. Matrimonio e vita nel bergamasco.

Ambientazione
La storia (‘600) non è sfondo o cornice ma per molti aspetti è la vera protagonista perché condiziona le azioni dei personaggi.
1. Viene divisa la città dalla campagna longobarda:
• La campagna viene vista (“Addio ai Monti”) in una dimensione rurale: un luogo di pace e serenità.
• La città (Milano) rimane “estranea” per Renzo ed è un luogo di disordine, violenza tra gli uomini e portatrice di peste.

2. I protagonisti sono gli umili ( strato più basso del popolo) per dare voce alla massa anonima nella storiografia tradizionale.
3. La provvidenza divina: la lieta provvidenza è il lieto fine della vicenda (ES.: Dopo il dialogo tra Padre Cristoforo (“verrà un giorno”) e Don Rodrigo mentre il padre sta uscendo un servitore dice che lo avrebbe aiutato incontrandolo il giorno dopo al convento per raccontargli delle cose).

Fonti e stile
Le sue fonti storiche sono un’attenta documentazione storica e le “Grida” (leggi promulgate nel ‘600). Inoltre lui dice nel prefazio dell’opera di aver trovato un manoscritto e di averlo semplicemente trascritto.
Abbiamo una grande varietà di stili:
Comico Don Abbondio e i bravi / Azzecca-garbugli.
Tragico Conversione Innominato.
Lirico “Addio, monti” di Lucia.
Ironico Don Ferrante, ironicamente sottolinea la sua passione per studiosi dimenticati e giudica i capostiti della filosofia.

Lingua
‘200 Dante “De vulgaris eloquentia”
‘400 Umanesimo
1527 Francesismi “Accademia della crusca”
1840 Manzoni “Risciacquare i panni nell’Arno”

Testo
Cultura:
Spesso questo aspetto era per opprimere qualcuno o per contrastare l’oppressore, ma allo stesso tempo poteva creare incomprensioni.
1. Azzecca-garbugli ( incomprensione): lo studio dell’azzecca-garbugli era polveroso, ciò indica una falsa cultura. Quando legge una lettura a Renzo quest’ultimo fa fatica a seguire ma riesce a memorizzare solo la firma di Antonio Ferrer.
2. Don Abbondio: usa il latino per confondere i bravi ma non ci riesce, mentre utilizzare il latino con Renzo riesce ad ingannarlo.

3. Corrispondenza tra Agnese e Renzo.
4. Don Ferrante: si sente il genio del paese ma in verità è un ignorante.
5. Cardinal Borromeo: è un importante riferimento storico e possiede una vasta biblioteca (c’è ancora!!).

Ambientazioni
Confronto castelli di Don Rodrigo e l’Innominato
Per raggiunger il palazzo di Don Rodrigo Fra Cristoforo deve attraversare il villaggio dominato dal castello sull’altura; il villaggio è popolato di gente meschina (i bravi) e tutto appare segnato da un clima di violenza e malvagità a causa della continua vista di armi e la mancata innocenza sui volti di bambini e vecchi. Successivamente ad una salita il padre si trova di fronte ad un castello (“isolato, sulla cima d’unò dei poggì”): gli appare squallida, minacciosa e volgare; un palazzo degli orrori posto al centro di un terreno arido. L’impressione iniziale è di essere un forte militare in disuso, ma la presenza di 2 avvoltoi e 2 guardie dimostra il contrario. Il castello dove l’Innominato conduce una vita ritirata e solitaria è posto sulla cima di un poggio a picco su una rapida catena di monti: un luogo elevato, selvaggio e aspro “in una valle angusta e uggiosa” dove solo gli amici e gli uomini dell’Innominato osano avventurarsi a causa di una ripida strada in salita, l’unica percorribile in mezzo ai ripidi pendii. “Dall’alto del castellaccio, come l’acquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio sigore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto. Dando un’occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i pendii, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella che, a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle feritorie, poteva il signore contare a suo bell’agio i passi di chi veniva, a spianargli l’arme contro, cento volte”.

Lo studio del dottor Azzecca-Garbugli
Nel suo studio, uno stanzone su tre pareti, è presente una gigantesca libreria con una notevole quantità di libri, che, come si può capire dalla grande quantità di polvere presente, tiene più come elementi decorativi che come materiale di studio. Alle pareti sono appesi i ritratti dei dodici Cesari. Il suo tavolo invece è cosparso di fogli, gride e leggi che avevano lo scopo di impressionare gli abitanti del paese che vi si recavano. Inoltre i fogli poggiati sullo scrittoio sembrano buttati li quasi per caso, orecchiette e macchie d’acqua coprono i fogli. Lo studio anche se fosse pulito e rassettato sembra essere lasciato in disordine. Dalla descrizione dello studio del dottore e dell’atteggiamento trasandato si può capire il suo modo di vivere la giustizia.
Le osterie
(CAP. 7) Renzo invita Tonio e Gervaso per discutere del matrimonio a sorpresa. Renzo, attraverso un cortiletto, accede al locale, costituito da una stanza abbastanza grande, dove ci sono una lunga tavolata a due panche. Quando Renzo entra l’oste è seduto vicino alla cappa del camino e sta sorvegliando i suoi clienti: trai clienti vi sono all’entrata 3 bravi mandati da Don Rodrigo che li hanno seguiti ma non possono agire poiché è un luogo pubblico ed affollato. (CAP. 13-14-15) Renzo a Milano va a dormire ad una seconda osteria: l’osteria della Luna Piena. Un poliziotto scambia Renzo per una specie di capo della rivoluzione e lo invita a seguirlo per portarlo in un bel posto ma Renzo, stanco, vedendo l’insegna dell’osteria decide di fermarsi li. E’ un posto con molto fumo, mal illuminata e piena di gente (ladri e giocatori d’azzardo principalmente); Renzo, che non è abituato a bere, si sbronza e alla fine cede e svela la sua identità al poliziotto per errore. Renzo successivamente viene messo a letto dall’oste che cerca ancora di farsi dare le generalità, ma fallendo prende i soldi per l’affitto ed esce per andarlo a denunciare. (CAP.16) L’osteria a Gorgonzola, Renzo si siede in fondo al tavolo nelle vicinanze della porta, chiedendo di essere servito in fretta in quanto intende ripartire subito. L'oste gli porta da mangiare e una "mezzetta" di vino, quindi Renzo gli chiede con simulata indifferenza quanta sia la distanza di lì all'Adda, il confine naturale con lo Stato di Venezia. L'altro spiega che la distanza rispetto ai punti in cui solitamente i "galantuomini" passano il fiume è di circa sei miglia, suscitando la sorpresa di Renzo che non pensava tanto. Questi vorrebbe chiedere di più, ma teme la curiosità dell'oste e decide di non aggiungere altro, maledicendo tra sé la petulanza dei tavernieri. Poco dopo il giovane paga il conto "senza tirare" ed esce dall'osteria.
Personaggi
Renzo E’ il protagonista maschile della vicenda, è descritto come un giovane di circa vent'anni, orfano di entrambi i genitori dall'adolescenza e il cui nome completo è Lorenzo. Esercita la professione di filatore di seta ed è un artigiano assai abile, cosicché il lavoro non gli manca nonostante le difficoltà del mercato (ciò anche grazie alla penuria di operai, emigrati in gran numero nel Veneto); possiede un piccolo podere che sfrutta e lavora egli stesso quando il filatoio è inattivo, per cui si trova in una condizione economica agiata pur non essendo ricco. Il suo carattere irascibile e irruento gli causerà spesso dei guai, specie durante la sommossa a Milano il giorno di S. Martino quando, per ingenuità e leggerezza, verrà scambiato per uno dei capi della rivolta e sfuggirà per miracolo all'arresto; dimostra comunque in più di una circostanza un notevole coraggio, sia durante i disordini citati della sommossa (in cui si adopera per aiutare Ferrer a condurre via il vicario), sia quando torna nel ducato di Milano nonostante la cattura, al tempo della peste (a Milano si introduce nel lazzaretto e in seguito si fingerà un monatto, cosa che gli consentirà di trovare Lucia). È semi-analfabeta, in quanto sa leggere con difficoltà ma è incapace di scrivere, cosa che gli impedirà di diventare factotum alla fabbrica del Bergamasco dove trova lavoro dopo la sua fuga dal Milanese (anche per questo conserva una certa diffidenza per la parola scritta, specie per le gride che non gli hanno minimamente assicurato la giustizia). Rispetto a Lucia si può considerare un personaggio dinamico, in quanto le vicende del romanzo costituiscono per lui un percorso di "formazione" al termine del quale sarà più saggio e maturo (è lui stesso a trarre questa morale nelle pagine conclusive dell'opera).
Lucia E’ la protagonista femminile del romanzo ed è una giovane donna di qualche anno più giovane di Renzo. E’ una ragazza umile ma è comunque in grado di avere i sentimenti e gli ideali più nobili; è molto sensibile alla lontananza di suoi cari e ne soffre la nostalgia. All’uscita in abito da sposa viene descritta fisicamente: lunghi capelli, bel busto, bellezza modesta. Manzoni esalta la sua grande fede in Dio, lei si oppone a tutto ciò che va contro i suoi principi ma invece di usare la violenza usa la religione (“Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!” frase per farsi liberare dall’Innominato).
Don Abbondio Si è fatto prete non per vocazione ma per godere dei privilegi della classe forte e riverita per vivere tranquillo al riparo dei pericoli del mondo (lo spinsero principalmente i genitori a causa del suo carattere mite e rassegnato). Don Abbondio è il curato che doveva maritare Renzo e Lucia ma a causa di Don Rodrigo cerca a tutti i costi di evitare la celebrazione delle nozze; il solo sentir pronunciare il nome di Don Rodrigo lo intimorisce e subito cerca di obbedirgli pur andando contro ai suoi doveri da prete. E’ un tipo tranquillo e pacifico sulla sessantina che sta sempre dalla parte del più forte e vuole vivere una vita tranquilla e monotona; ma è anche timoroso, vigliacco ed egoista perché pensa solo a vivere la sua vita senza difficoltà, ma lui stesso vede ostacoli e problemi anche dove non ci sono e ciò lo porta a creare pregiudizi che creano difficoltà nel distinguere correttamente il bene dal male. Manzoni lo definisce “un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”.
Perpetua E’ la domestica di Don Abbondio, superava la soglia dei quarant’anni, rimanendo nubile poiché aveva rifiutato tutti i partiti a lei proposti ma in realtà perché non aveva trovato “un cane che la volesse” a causa dei suoi modi troppo maschili. E’ molto affezionata al suo padrone ma ha il difetto di essere molto pettegola, anche se comunque si può notare la sua generosità e la sua schiettezza con cui difende il curato.
Don Rodrigo E’ un signorotto locale sulla quarantina che vive seminando il terrore nel paesello di Renzo e Lucia con l’aiuto dei bravi. Don Rodrigo vuole dimostrare di essere il signore assoluto circondandosi di contadini a lui fedeli (anche se vedremo alla fine del romanzo che non tutti gli sono fedeli: Griso), rendendo il suo castello come il centro di un piccolo impero; egli cerca di mostrare a tutti il suo potere poiché a lui importava molto l’opinione della gente. Ci viene descritto attraverso il suo castello: la decadenza della famiglia del nobile, la non curanza nel prossimo, isolamento, orgoglioso (troppo per farsi dire che cosa fare da Padre Cristoforo) e anche codardo (alla frase “verrà un giorno” di Padre Cristoforo).
Padre Cristoforo Era un uomo sulla sessantina con una lunga barba bianca e la testa rasata con solo una corona di capelli (come usavano fare i cappuccini). Aveva due occhi incavati, segno di vecchiaia, ma sfolgoranti; il suo era un carattere umile ma fiero allo stesso tempo: infatti cerca in tutti i modi di aiutare i due giovani ed il prossimo. E’ favorevole al perdono e contro la violenza ed alla vendetta. Lui in verità si chiamava Ludovico ed era figlio di un noto mercante, non gli piaceva essere chiamato mercante perché lui voleva essere un nobile (anche se era incoerente poiché criticava i modi, i pregiudizi e la mentalità della nobiltà). Un giorno incontra un nobile presuntuoso con il quale inizia un duello dove uccise il nobile, venne spinto dalla folla nel convento di Pescarenico affinché trovasse rifugio dalla vendetta dei familiari dell’ucciso; li diventa frate Cristoforo in onore del suo servo morto nel duello.
La monaca di Monza E’ la signora del convento di Santa Margherita ed accoglie Lucia quando fugge dal suo paese per scappare da Don Rodrigo. Il vero nome è Gertrude e proviene da una famiglia nobile che la manda in convento per destinare tutto il patrimonio ad un figlio primogenito. Ha circa 25 anni e ha l’impressione di bellezza ma che è una bellezza sbattuta, sfiorita e scomposta. Ha occhi neri dal carattere molto instabile, poiché inizialmente guardano le persone con orgoglio ma poi li abbassa per paura che la gente legga il suo terribile segreto dagli occhi.ha le guance pallide e le labbra tinte da un rosso sbiadito. No era una monaca come tutte le altre poiché non sempre seguiva le regole (esempio non aveva i capelli corti, un vestire studiato, …).
Innominato Si capisce subito che è un potente poiché non si poteva neppure nominare da quanto era influente che, essendo de’ primi tra i grandi della città, aveva stabilito la sua dimora in campagna sul confine. Era un uomo sulla sessantina dai pochi capelli bianchi ma comunque con una forza fisica e mentale immense. E’ un nobile che commesse molti delitti ma una volta preso dai rimorsi comincia a pensare a tutti i suoi crimini e le ingiustizie compiute, preoccupato di un giudizio divino perché la sua morte era ormai vicina.
Cardinal Federigo Borromeo E’ un personaggio storico realmente esistito che è uno dei pochi uomini di chiesa non al servizio dei potenti né fifone come Don Abbondio, un po’ come Fra Cristoforo. Nasce nel 1564 da una buona famiglia ma fin da quando era piccolo capisce di voler intraprendere la strada religiosa poiché rifletteva molto sull’umiltà, la dignità, … . Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, né incurvato né impigrito dal peso degli anni e lo sguardo grave ma vivece con la fronte serena e talvolta pensierosa. Quando gli propongono di diventare vescovo di Milano accetta pur continuando a vivere con grande umiltà ed in povertà. Ha un carattere umile e mite ma Manzoni denota comunque anche qualche suo difetto (non si preoccupa dei suoi interessi).
Famiglie da cui viene ospitata Lucia 1. Sarto: il sarto è un buon uomo che però crede di essere un po’ saputello poiché è uno dei pochi del paese che aveva letto i 3 libri e che non era analfabeta, non fa mai parlare i figli poiché solo lui sa le cose. E’ una famiglia molto caritatevole perché nonostante il periodo di grande miseria mise in un piatto delle vivande e, aggiuntovi il pane, lo avvolge in un tovagliolo e lo diede alla bambina assieme ad un fiasco di vino e disse di portarla a Maria vedova e di dirle di stare allegra coi suoi bimbi. Inoltre è molto felice di poter aiutare Lucia definendola “la benedizione del cielo in questa casa”.
2. Don Ferrante e Donna Prassede: Prassede era una di quei cristiani “ipocriti” perché all’apparenza vogliono far del bene aiutando le famiglie bisognose ma poi sotto sotto il loro scopo è rovinarle (cerca di convincere Lucia a non sposare Renzo). Don Ferrante è l’intellettuale della famiglia ma non ha nessun peso nelle decisioni da prendere, viene sfruttato dalla moglie e basta.
Bravi Erano gli sgherri che nel XVII secolo si mettevano al servizio di qualche signorotto locale, di cui formavano una soldataglia pronta a fargli da guardia del corpo ma anche ad aiutarlo nei suoi soprusi ai danni dei più deboli: il nome deriva dal lat. pravus (malvagio), di cui resta traccia in espressioni quali "compiere una bravata", trascorrere una "notte brava" e simili. Compaiono per la prima volta nel cap. I, nella persona dei due figuri che, su incarico di don Rodrigo, minacciano don Abbondio perché non celebri il matrimonio tra Renzo e Lucia: l'autore li descrive con un abbigliamento particolare che li rende immediatamente riconoscibili, dal momento che portano i capelli raccolti in una reticella verde intorno al capo, hanno lunghi baffi arricciati e un ciuffo che ricade sul volto, sono armati di pistole e di spade. Manzoni cita varie gride dell'epoca in cui i governatori dello Stato di Milano intimavano ai bravi di cessare dalle loro scorrerie, tuttavia queste leggi restavano inapplicate poiché tali individui godevano dell'appoggio di signori potenti, che a loro volta contavano sull'inefficienza della giustizia e sulla connivenza dei pubblici funzionari, per cui i bravi agivano nella totale impunità
Agnese È la madre di Lucia, un'anziana vedova che vive con l'unica figlia in una casa posta in fondo al paese: di lei non c'è una descrizione fisica, ma è presentata come una donna avanti negli anni, molto attaccata a Lucia per quale "si sarebbe... buttata nel fuoco", così come è sinceramente affezionata a Renzo che considera quasi come un secondo figlio. È piuttosto economa e alquanto attaccata al denaro, se non proprio avara, come si vede quando rimprovera Lucia di aver dato troppe noci a fra Galdino (III) e nella cura che dimostra nel custodire il denaro avuto in dono dall'innominato.

I segni della carestia
CAP.2 _ Manzoni descrive Renzo:“Il lavoro andava di giorno in giorno scemando […] Quantunque quell’annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia.”
CAP.3 _ Agnese suggerisce a Renzo di andare dall’Azzecca-garbugli, Renzo gli porta 4 capponi e la serva che gli apre gli strappa i capponi con foga.
CAP.5 _ Il banchetto a palazzo di Don Rodrigo era composto più da bevande che da cibarie.
CAP.6 _ Renzo a casa di Tonio e la sua famiglia a tavola si dividono un unico paiolo di polenta di grano saraceno (cibo molto povero).
_ Assalto ai forni.

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