Concetti Chiave
- Il romanzo di Manzoni si ambienta tra il 1628 e il 1631 in Lombardia, un periodo caratterizzato da anarchia e oppressione sociale, documentato attraverso memorie storiche.
- Manzoni mira a rappresentare la storia degli oppressi, riflettendo un interesse per la giustizia sociale, armonizzando questo con influenze letterarie lombarde e romantiche.
- Il romanzo è visto come un genere polifonico, mescolando vari stili e voci per rappresentare la complessità della vita umana, incorporando elementi comici e tragici.
- Ne “I Promessi Sposi”, Manzoni applica la teoria della polifonia, alternando toni, stili e linguaggi per rappresentare diverse classi sociali e visioni della vita.
- L'autore mantiene il controllo narrativo, interagendo con i personaggi e incorporando un "secondo autore" immaginario, per arricchire la narrazione con diverse prospettive storiche e ideologiche.
Introduzione
L’inizio del romanzo risale all’aprile del 1821, quando i moti piemontesi erano falliti e avevano luogo i primi arresti in Lombardia. In una lettera a Fauriel del 29 maggio del 1822,
Manzoni scrive di essere immerso nel suo romanzo, il cui soggetto ha come sfondo la Lombardia, dal 1628 al 1631. In base alle testimonianze che ci sono state tramandate, si capisce che a quell’epoca la situazione sociale era molto particolare: il governo era gestito in modo arbitrario, era diffusa l’anarchia feudale e popolare. La legislazione prescriveva delle cose sorprendenti, l’ignoranza era profonda e presuntuosa. Le classi sociali agivano in base a princìpi e interessi opposti, il tutto documentato da scritti poco noti, ma affidabili. Sui parla anche della peste che mette in risalto le scelleratezze più gravi, i pregiudizi più assurdi, ma anche le virtù più commoventi.”
Carattere storico del romanzo
Il romanzo ha un carattere storico: Manzoni non cerca di inventare i fatti, bensì ricostruire tutta un’epoca, sulla base di memorie che restano. Per lo scrittore i romanzi storici sono una rappresentazione di un certo strato sociale, ricorrendo a fatti e a caratteri talmente simili alla realtà da poter far credere che si tratta di una verità appena scoperta. Manzoni ha un interesse particolare per la storia degli oppressi, cioè, come scrive di quella grande moltitudine che transita sulla senza lasciare alcuna traccia cioè gli uomini che gli storici ignorano. Questa scelta è in armonia con il Vangelo e con il bisogno di giustizia già presente nella letteratura lombarda, nel movimento illuministico del “Caffè” e nelle testimonianze dei romantici del “Conciliatore”. Tali esigenze sono già presenti nelle opere precedenti del Manzoni ed ora confluiscono in un romanzo. Il Manzoni nella prefazione al “Fermo e Lucia” sottolinea, con un tono ironico, che il romanzo è un genere proscritto nella
letteratura italiana Infatti, la cultura italiana, se si esclude il periodo del romanzo
barocco, è sempre rimasta ancorata ai grandi modelli del Trecento, come il Boccaccio per la prosa, non riconoscendo dignità letteraria al romanzo, ma piuttosto ad altre forme narrative come il poema e la novella. Soltanto durante il
Rinascimento l’interesse per il romanzo si diffonde in Italia e in particolare nell’ambiente lombardo, dove si arricchisce di motivazioni sociali.
Il romanzo come genere letterario polifonico
Durante il periodo romantico, fra i critici, comincia farsi strada il concetto secondo cui il romanzo ha un carattere polifonico. Per esempio Friedrich Schlegel afferma che il romanzo è derivato dalla mescolanza di tutti gli altri generi letterari. In esso si ritrovano parti storiche, retoriche, dialogate e tutti questi stili si alternano e si intrecciano. Un romanzo definito in questo modo diventa l’immagine della vita umana in cui si incrociano realtà diverse, a volte anche dissonanti fra di loro e pertanto molto lontane dalla linearità propria del gusto classico. Per entrare nello specifico, si può affermare che c nel romanzo si intrecciano elementi comici e tragici e vi viene introdotta anche la voce degli umili, permettendo così di rispecchiare la complessità della società umana. Anche il critico russo Michail Bachtin, vissuto nel
XX secolo, si pone sulla stessa linea di pensiero, sviluppando però maggiormente la questione del linguaggio. Per lui, il romanzo moderno costituisce il luogo per eccellenza in cui si incrociano svariate lingue e svariati stili, cioè il luogo per eccellenza della polifonia. Ne “I
Promessi Sposi”, queste teorie si ritrovano applicate in continuazione. Vi incontriamo toni e stili diversi, comici e tragici, bassi e solenni; l’
ironia di una citazione burocratica si può alternare con un’esclamazione gergale o confluire in una riflessione austera e approfondita. Abbiamo così il linguaggio forbito, ma vuoto del conte Attilio, gli slogan della folla in rivolta, l’oratoria del Cardinale Federigo. La voce di ogni personaggio, riportata direttamente o indirettamente, fanno tutt’uno con la classe sociale di appartenenza e con una determinata visione della vita.
L’intervento dell’autore
In sostanza, si può affermare che lo scrittore rinuncia ad una lingua univoca ed assoluta, ma non per questo si riduce ad effettuare un semplice montaggio dei discorsi e della verità, vista attraverso gli occhi dei vari protagonisti, abbandonando così la propria concezione del mondo. Egli resta attivo e non rinuncia al proprio messaggio che invece dirige sotto forma di molteplici voci. Lo scrittore si trova quindi a dialogare ora con questo e ora con quel personaggio, facendo riflettere il suo modo di pensare con quello dei personaggi. A volte, egli può persino delegare la narrazione ad un “secondo autore”, immaginario e posto su di un piano storico ed ideologico del tutto diverso. Questo è il caso dell’anonimo seicentesco de “I Promessi Sposi” che permette di creare un gioco di specchi con numerose sfaccettature.