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Il cardinale Borromeo

Il cardinale Borromeo è uno dei pochi personaggi storici dei Promessi Sposi. Il Manzoni, nel narrarne le azioni, si attiene piuttosto fedelmente a fatti realmente accaduti. Ciononostante egli è anche figura ideale, nella rievocazione poetica dettata dal commosso sentimento cattolico dello scrittore che vede nella figura del cardinale una delle più alte personificazioni della sua profonda concezione religiosa. La vita di Federigo Borromeo è stata fin dalla giovinezza un luminoso esempio di aderenza ai precetti del Cristianesimo. Abituatosi ad un'estrema semplicità e frugalità di costumi, egli ha destinato tutte le sue ricchezze a soccorso dei bisognosi. Nello stesso tempo è un uomo profondamente dotto e uno dei suoi più vivi intenti è quello di propagare e diffondere la cultura. Nonostante ciò, il Manzoni deve riconoscere con rammarico come anche uno spirito così alto e illuminato non fosse esente da alcuni difetti comuni ai suoi contemporanei, come ad esempio la superstizione. Pare che egli credesse alle stregonerie e agli untori, e ciò non mancò di esercitare i suoi effetti nocivi quando, nella circostanza della peste di Milano, il cardinale permise una processione che, naturalmente, ebbe le conseguenze di aggravare il contagio. Ma purtroppo è una legge quasi universale che ogni grande uomo non manchi di pagare il suo contributo all'ignoranza e ai pregiudizi dell'epoca in cui vive. Nel corso del romanzo abbiamo modo di constatare in atto le alte doti morali di Federigo. La sua generosità e larghezza di vedute si manifestano nell'impeto di gioia con cui apre le braccia all'Innominato pentito, come il buon pastore nei confronti della pecorella smarrita. Non vi è in lui il minimo gesto di timore o di ribrezzo, di fronte al terribile uomo: dal volto sereno e dall'atteggiamento maestoso del Cardinale sprigionano solo una irresistibile forza e una incommensurabile bontà. In edificante contrasto con la sua solennità fisica e morale ci appare la sua infinita umiltà con gli umili, così come ci si manifesta nel suo atteggiamento affettuoso e premuroso nei riguardi di Lucia e di Agnese, e della famiglia del sarto. Particolarmente significativo per illuminare in pieno la figura del Cardinale Federigo ci sembra il dialogo di quest'ultimo con don Abbondio. Due ecclesiastici sono a confronto, due uomini che hanno accettata la stessa missione, affrontato lo stesso impegno di vita: per questo il contrasto tra le due mentalità, tra le rettitudine e la dedizione al dovere di Federigo e la meschinità tanto profonda da diventare inconscia di don Abbondio, appare in tutta la sua paradossale evidenza. Di fronte ai severi e giusti rimproveri del superiore, don Abbondio oppone l'obbiezione che egli, agendo nel modo in cui, secondo l'altro, avrebbe dovuto agire, avrebbe messo a repentaglio la propria vita. Nulla di più inconcepibile per la mentalità del povero parroco del fatto che la sua vita avesse ben poca importanza di fronte alla missione spirituale che egli aveva il dovere di compiere. Tuttavia, la quasi magnetica personalità del Cardinale sembra produrre qualche effetto anche in questo caso disperato, le sue parole sembrano avere attraversato, almeno in parte, l'involucro di terrore che isola don Abbondio nel suo egoistico mondo. Il pover'uomo si sente vagamente commosso, come "lo stoppino umido della candela" che non produce una gran fiamma, ma "alla fine si accende, e bene o male, brucia".

Durante l'infierire dell'epidemia in Milano il Cardinale si prodiga con assoluta abnegazione e noncuranza di sé per porgere aiuto ai colpiti, gettandosi là dove il pericolo è più grave. Il suo spirito di sacrificio e di carità sembrano aver trovato nella sventura le sue più alte forme di manifestazione.

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