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L'uguaglianza manzoniana - Tra Illuminismo e Romanticismo

Nella prima metà dell’800, si diffonde un nuovo movimento filosofico, culturale e artistico: il Romanticismo.
Questo movimento si divulga in tutta Europa e, dopo il Congresso di Vienna, e comporta degli esiti diversi a seconda delle circostanze socio-culturali dei Paesi; l’unico fattore comune è la polemica contro il primato della ragione, ritenuta insufficiente ad appagare le esigenze spirituali dell’uomo.
Il nuovo movimento, difatti, si definisce antilluminista e anticlassicista, soprattutto perché oppone la rivalutazione dei sentimenti alla ragione, così come è definita dagli illuministi.
Il sentimento è rappresentato per eccellenza dall’amore, ovvero la passione amorosa che rileva il contrasto tra reale e ideale.
In Italia, Il Romanticismo avvia la letteratura italiana moderna con la nascita del romanzo per merito di Manzoni.
Nato da una famiglia illuminista, Alessandro Manzoni studia presso i padri Somaschi e Barnabiti e si avvicina alle idee illuministiche.
Successivamente, si trasferisce a Parigi dove frequenta gli ultimi illuministi; tra questi conosce Claude Faurel che lo invoglia a seguire le nuove idee romantiche.
Tuttavia, il passaggio tra Illuminismo e Romanticismo non avviene drasticamente: in Manzoni, qualcosa inizia a cambiare e ciò è dimostrata dalla sua conversione religiosa che fa scaturire nel poeta l’affermazione di nuove idee di uguaglianza e nuove opinioni sul rapporto tra Dio e Popolo.
Se si vuole risaltare il Manzoni romantico, si deve necessariamente far riferimento agli Inni Sacri, opera scritta tra il 1812 e il 1814, che esalta l’uguaglianza degli uomini in qualità di fratelli di Cristo.
Allo stesso modo, però, le cicatrici che l’Illuminismo lascia in Manzoni sono evidenti se, come afferma Antonio Gramsci, si fa riferimento alla definizione che l’autore attribuisce alle istituzioni ecclesiastiche: “tra il Popolo e Dio c’è la Chiesa, e Dio non s’incarna nel Popolo, ma nella Chiesa”: la Chiesa è quindi intermediaria tra il Popolo e Dio.
Si ritiene tuttavia che i principi democratici vincano su quelli liberali e illuministi e la presenza della Divina Provvidenza constata l’abbandono dell’utilizzo della ragione e il riavvicinamento di Manzoni alla fede e alla dottrina giansenista, per la quale l’uomo è portato al male e solo la Provvidenza evita che egli reagisca d’istinto.
Il concetto di libertà inizia a svilupparsi in Manzoni e questo è ancora più evidente nelle sue opere, poiché decide autonomamente di non seguire le regole della tragedia di Aristotele, sostituisce il vero poetico al vero storico e cerca di informare ed interessare, tramite un linguaggio non elevato, il popolo misero: si ha in tal modo l’epopea degli umili.
Nell’ultimo Inno Sacro, la Pentecoste, l’autore “raggiunge il suo più alto vertice poetico” ma sul piano ideologico è possibile notare una continuità con il precedente periodo illuminista che lo induce a limitarsi “ad esaltare l’obbligo morale dell’esistenza volontaria e dell’elemosina”.
Manzoni non condanna gli atei e gli illuministi ma rende universali le sue opere, affermando che ogni individuo, in punto di morte, guarda la luce della salvezza eterna, indubbiamente donata da un “Dio misericordioso e buono”; a chiare lettere, questo è dichiarato negli ultimi versi della Pentecoste che è catalogato l’Inno universale per eccellenza: l’uguaglianza manzoniana non è fondata sui principi democratici che oggi conosciamo, bensì sul desiderio di salvezza eterna che ogni individuo mira a raggiungere ed è per questo che solo la ragione non è sufficientemente utile a soddisfare le esigenze spirituali dell’uomo.
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