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Manzoni – Ode “Il cinque maggio”


In quest’ode Manzoni non vuole celebrare il Napoleone inteso come uomo, ma il Napoleone inteso come spirito. È composta da sestine. Napoleone è morto. Allo stesso modo in cui, dopo aver esalato l’ultimo riposo, il suo corpo senza vita rimase immobile privo di coscienza e memoria, abbandonato da uno spirito così grande; ugualmente il mondo rimane immobile, colpito, stordito da quel triste annuncio, ammutolito pensando al momento della morte dell’uomo del destino; la terra non sa immaginare quando il passo di un uomo altrettanto grande tornerà a calpestarla.

L’ingegno poetico di Manzoni vide Napoleone trionfante sul trono imperiale e non lo esaltò mai; non si unì neanche alle tante altre voci quando cadde,si risollevò e fu definitivamente sconfitto: la voce di quella poesia si innalzava commossa, non contaminata di elogi servili e di vili insulti di fronte all’improvvisa morte di una figura simile; e dedicava alla sua tomba un canto che forse rimarrà in eterno.
Dall’Italia (campagna d’Italia) all’Egitto (campagna d’Egitto), Dal Manzanarre (fiume spagnolo) al Reno (fiume tedesco), le azioni fulminee di quell’uomo senza esitazioni seguivano immediatamente il suo improvviso apparire; egli scoppiò dall’estrema punta dell’Italia fino al Tania (fiume russo), dal mar Mediterraneo all’Oceano Atlantico.
Manzoni si domandava se quella di Napoleone fu vera gloria. Soltanto quelli che verranno dopo potranno dirlo: noi ci inchiniamo umilmente dinanzi a Dio che volle imprimere su di lui un sigillo più forte della sua potenza creatrice.
Napoleone sperimentò tutto: la gioia ansiosa e trepidante di un grandioso progetto, l’insofferenza di un animo ribelle che deve obbedire ma che pensa al potere che spera di ottenere, e lo raggiunge e lo ottiene; sperimentò la gloria della vittoria dopo il pericolo, la fuga e la vittoria, il potere e l’umiliante esilio: due volte fu sconfitto (a Waterloo e a Lipsia) e due volte fu incoronato.
Napoleone si conquistò la fama: egli era a cavallo tra due secoli di guerre, il Settecento e l’Ottocento; i quali guardavano a lui rispettosamente come aspettando da lui decisioni riguardanti il loro destino.
Egli scomparve, e finì i suoi giorni nell’ozio dell’isola di Sant’Elena, fatto bersaglio di immensa invidia e rispetto profondo, di odio inestinguibile e amore invincibile.
Come sulla testa del naufrago incombe e grava l’onda su cui poco prima lo sguardo del misero scorreva alto e proteso invano ad avvistare lontani approdi; così il cumulo dei ricordi si abbatté sull’animo di Napoleone. Molte volte cercò di narrare ai posteri le proprie memorabili gesta ma non ci riuscì perché i ricordi erano troppi e troppo intensi.
Molte volte di fronte al silenzioso tramontare di una giornata oziosa, abbassati gli occhi, rimaneva immobile con le braccia incrociate al seno e assaliva il ricordo del tempo passato.
E ripensò agli accampamenti militari continuamente spostati, e alle trincee battuta dal fuoco dell’artiglieria, al muoversi fulmineo dei soldati, all’incalzo della cavalleria, agli ordini imperiosi e alla loro rapida esecuzione.
Di fronte a tanti ricordi strazianti il suo spirito affranto si smarrì e cercò di uccidersi; ma dal cielo scese un aiuto, la Provvidenza di Dio, che lo risollevò in un’atmosfera più serena, guidandolo attraverso le vie della speranza verso il Cielo, verso il premio che è superiore ad ogni desiderio umani, dove la passeggera gloria terrena non era niente.
La Fede caritatevole, bella e immortale, abituata alle vittorie, doveva scrivere anche della conversione di Napoleone, e doveva rallegrarsi al suo operato, perché mai potenza più superba di Napoleone si era inchinato di fronte alla croce di Cristo.
La Fede doveva allontanare dagli stanchi resti mortali di Napoleone ogni parola malevola: Dio non abbandonò Napoleone, ma si sedette accanto a lui sul suo solitario letto di morte.

La stesura di quest’ode risale al luglio 1821, quando Manzoni apprese la notizia della morte di Napoleone. È composta da sestine con versi di settenari.
Dal punto di vista ideologico e religioso l’autore intende sottolineare il ruolo salvifico della Grazia divina e la funzione della Provvidenza. La figura di Napoleone è dunque inscritta nel disegno storico voluto da Dio. Nella figura dell’uomo si avverte la grandezze di Dio. Il Dio di Manzoni è un Dio biblico e guerriero, che lascia in Napoleone una traccia più profonda della propria potenza creatrice e infine posa la sua mano accanto a Napoleone.
Al centro dell’ode vi è il tema dell’autorità, del potere umano e della potenza divina.
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