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Vita di Galileo di Bertolt Brecht


“Sventurata la terra che ha bisogno d'eroi.”
“Quando ci si trova davanti un ostacolo, la linea più breve tra i due punti può essere una linea curva.”
“Scopo della scienza non è tanto quello di aprire le porte all'infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all'infinita ignoranza.”

L’opera novecentesca “Vita di Galileo”, scritta dal tedesco Bertolt Brecht, rappresenta sotto forma di ironica e cruda opera teatrale gli anni più importanti dello scienziato padovano, ovvero il periodo corrispondente ai suoi studi riguardanti le teorie copernicane, dalla quale nascerà la stesura della sua massima opera, il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” seguita dalla condanna da parte del tribunale della Santa Inquisizione.


La narrazione accompagna Galileo nei suoi peregrinaggi tra Padova, Venezia, Firenze e Roma, fino al suo confino nella campagna toscana. Accanto a lui lo accudiscono la figlia e la governante, la quale si sacrificherà per restargli accanto perendo durante l’epidemia di peste del Seicento, e il cui figlio Andrea, allievo sin dall’infanzia del maestro Galilei, ne seguirà gli studi diventando egli stesso scienziato.

È evidente notare come nell’epoca storica di Galileo scienza e filosofia fossero ancora strettamente legate e inscindibili per i più, figli della patristica e dei testi aristotelici. La devozione, l’ammirazione per i classici antichi è tale da tradursi nella confutazione a priori delle prove effettive derivate dall’osservazione diretta della realtà. Un’assurdità ai nostri occhi moderni al pari dello stupore provato da Galileo e allievi apprendendo che le tesi copernicane, sulle quali stavano proprio lavorando, venissero giudicate eretiche dal Sant’Uffizio.
Incontriamo Galileo in quel di Padova, precettore privato e studioso ai servigi della Repubblica Veneziana, alla quale offre abilmente una nuova straordinaria invenzione: il cannocchiale. Questo strumento, non una novità ma bensì un’idea olandese, frutta allo scienziato un premio in denaro abbastanza cospicuo da permettergli di dedicarsi esclusivamente ai suoi studi e di compiere importanti scoperte inerenti ad esse, quali la presenza di satelliti che ruotano attorno a Giove o dei rilievi che costellano la superficie della Luna. Scoperte che vanno sempre più a intaccare la veridicità della teoria aristotelico-tolemaica, confutata dallo scienziata proprio nel suo “dialogo”.

Incarcerato e processato, con sorpresa e delusione dei suoi discepoli, Galileo decide di abiurare le sue dottrine, evitando la condanna a morte toccata qualche anno prima anche al filosofo Giordano Bruno. Abbandonato da tutti tranne che dalla figlia, strettamente controllato dalla Chiesa, lo scienziato vive relegato gli ultimi anni della sua vita. Questo non sarà però un periodo di ozio. Tenendolo nascosto a tutti, Galilei si dedica a una nuova opera, “Discorsi sulle nuove scienze”, plico che consegna al suo vecchio allievo Andrea, che non vede dal giorno del processo, recatosi a visitarlo prima della sua partenza per l’Olanda. Solo allora il giovane, che dall’abiura non aveva provato per il vecchio maestro altro che disprezzo per l’infamia gettata su anni e anni di studi e lavoro, capisce il vero senso dell’operato di Galileo, ovvero avere l’opportunità di compiere nuovi studi. Stupore che si traduce in una doccia gelata quando il maestro confessa invece che la gretta motivazione si nascondeva nella paura della tortura. Congedatosi, il giovane parte e sfruttando la pigrizia delle guardie di confine riesce a far accedere il frutto di anni di ricerche scientifiche al mondo europeo, portando una nuova ondata di speranza nel genere umano e nella scienza, come trapela da una delle sue ultime battute:“Non si può volare per aria su di un bastone, bisognerebbe che ci fosse dentro una macchina: ma una macchina così non esiste ancora e forse non esisterà mai: perché l'uomo è troppo pesante. Ma naturalmente, non si può dire. Ne sappiamo troppo poco, Giuseppe, troppo poco. Davvero: siamo appena al principio.”
Un augurio insomma. Un riconoscimento alle capacità e alla virtù di quegli scienziati futuri che col tempo si adopereranno per alleviare le fatiche dell’uomo e per “contribuire alla scienza con la scienza”, slegandosi da quei dogmi e credi clericali che per troppi secoli hanno ingabbiato la scienza.
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