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La ricetta perfetta di Torgny Lindgren

Protagonista del racconto è un’eccentrica coppia formata da un maestro elementare, Lars Hogstrom, e un ambiguo profugo tedesco, Robert Maser, ufficialmente mercante di tessuti ma che, in realtà, potrebbe essere il generale nazista fuggiasco Martin Bormann. Siamo nel nord della Svezia, la guerra è appena finita, il paese si sta faticosamente risvegliando; nei villaggi è in atto un epidemia di tubercolosi alla quale pochi riescono a scampare. I due pellegrini sono tenuti insieme da un paio di passioni comuni: la musica e la ricerca della ricetta di quella famosa (nella zona) polsa, cibo talmente squisito da poter diventare come una pietra filosofale, un vero balsamo di vita. A raccontare la storia provvede un cronista centenario che dall’ospizio in cui si trova registra in modo maniacale tutti gli eventi che riesce a cogliere senza troppo distinguere tra quelli della realtà e quelli suggeriti dalla fantasia. Vi è la scoperta di un mondo nordico dove gli elementi illusionistici si alternano a dettagli accuratamente realistici, una concezione del mondo riassunta nella formula “l’unica memoria possibile è la fantasia”. Nel finale del romanzo c’è da una parte malinconia e dall’altra la speranza. La scelta di affrontare tematiche apparentemente leggere, con un velo sottile di ironia, ma riuscendo a sorprendere, a stupire, a meravigliare il lettore con la sua originalità senza tuttavia tralasciare le questioni fondamentali dell’esistenza umana è la caratteristica di questo romanzo. I libri di Lindgren sono spesso ambientati nelle sconfinate e solitarie distese del Vasterbotten, la provincia dove egli è nato nel 1938, a nord della Svezia. La malattia appare continuamente nella narrazione. Lo scrittore afferma, attraverso le parole del protagonista, che la fantasia è un prodotto della realtà e non è da contrapporre ad essa e i personaggi dei suoi romanzi esistono nel momento in cui vengono creati. Molto significativa è l’affermazione del maestro Lars che, in un passaggio del romanzo, dichiara: “I libri non hanno bisogno di essere stampati, l’importante è che vengono scritti”. Lindgren invita il lettore a riflettere sul ruolo fondamentale che ogni forma d’arte assume nell’essere umano, riuscendo a mantenerlo giovane nello spirito e, a volte, persino nel corpo. Questo avviene perché quando una persona ha uno scopo, un obiettivo, una missione da raggiungere, da realizzare trova la giusta motivazione, nonostante le difficoltà, per continuare a vivere. L’autore è dotato di una raffinata fantasia che incanta e dona al lettore uno sguardo positivo sull’esistenza.

La storia ha inizio il 22 dicembre 1947 in uno sperduto paesino del nord della Svezia. Un uomo di mezza età, che collabora con il giornale regionale, sta scrivendo il suo consueto trafiletto con le notizie locali; stavolta si tratta della comparsa nella zona di un misterioso personaggio, probabilmente di origine tedesca, che gira con il suo autobus vendendo capi di abbigliamento e tessuti. Mentre scriveva la bufera di neve si calmò e cominciò a imbrunire. Il profumo di bollito invadeva la cucina dove stava lavorando, con l’aroma di pimento, foglie d’alloro e chiodi di garofano. Il giornalista è interrotto, a metà dell’articolo, dall’arrivo della posta, che contiene una lettera nella quale il direttore del giornale lo esonera dal suo incarico diffidando anche da continuare a scrivere; si è infatti scoperto che le sue notizie sono fasulle, fasulli gli avvenimenti raccontati, i personaggi e i luoghi. Le persone che ha fatto nascere, festeggiare, contrarre matrimoni non sono mai vissute su questa terra; in poche parole lui è un impostore, un bugiardo e un falsificatore, come sentenzia il capo redattore. Il giornalista lesse la lettera due volte, rimase a lungo immobile con le mani intrecciate, mentre sua moglie, nel frattempo, aveva finito di preparare il bollito. Ripensò spesse volte alla risposta che avrebbe dovuto dare al capo redattore, il quale non ha capito l’autentica natura della verità, perché metteva fantasia contro verità come se fossero contrapposte, come se fossero in contraddizione l’una con l’altra, come se la fantasia non fosse un prodotto della realtà. Se non fosse stato licenziato avrebbe pubblicato due notizie che già da un certo periodo stavano prendendo forma: una riguardante uno straniero misterioso e l’altra sul diffondersi della tubercolosi, che stava seminando morte. L’uomo ripose in cantina il suo scrittoio e, da quel giorno, non scrisse più una sola parola, nemmeno il proprio nome; se deve firmare qualcosa, stampa un’impronta con la zampa essiccata di uno scoiattolo. Lo si ritrova 53 anni più avanti, dunque ai giorni nostri, ultra centenario ma ancora misteriosamente in buone condizioni e giovanile (anzi sempre più giovanile), ricoverato in una casa di riposo per anziani. Leggendo il giornale scopre che il famoso direttore è deceduto, anch’egli quasi centenario; immediatamente fa recuperare il suo vecchio scrittoio e riprende a scrivere dove si era interrotto. Da 19 anni abitava alla casa di riposo Lato Sole, aveva la sua camera privata, i pasti gli venivano serviti sul tavolino davanti alla poltrona… Senza scrittura il tempo si limita a scorrere; se qualcuno gli domandava cosa avesse fatto in tutti quegli anni avrebbe risposto “non lo so, lo vedrò se e quando lo scriverò”. Ora avrebbe scritto per i lettori, su decessi (sua moglie era morte da 20 anni), compleanni, incontri politici, ma per prima cosa doveva riprendere quel trafiletto iniziato quando fu licenziato. Riprese a scrivere la storia che aveva interrotto 53 anni prima; racconta l’arrivo nel villaggio di Avaback del venditore ambulante Robert Maser, che non ricorda più nulla del suo passato tranne il fatto che viene dalla Germania, ma il giornalista sospetta che si tratti del criminale di guerra tedesco Martin Bormann, condannato a morte per crimini contro l’umanità. Il racconto prosegue con l’arrivo del maestro elementare Lars Hogstrom, capitato anch’egli nello stesso paesino per prendere il posto del precedente maestro, morto di tubercolosi. All’inizio dell’estate del 1948 si era presentato dal direttore didattico del distretto, cercava un posto come insegnante elementare e si era diplomato quella primavera all’istituto magistrale di Umea. Aveva pensato di trovare un posto in campagna o in una scuola di paese. C’era un fenomeno naturale che aveva catturato la sua attenzione: la tubercolosi polmonare. Proprio ad Avaback, nella primavera passata, era deceduto il maestro; tutti sono contagiati o portatori di germi. Lars Hogstrom accettò l’incarico. Nella casa di riposo, dove stava scrivendo, in generale regnava un profondo silenzio, ma lui aveva una radiolina a transistor che suonava un po’ di musica e trasmetteva il notiziario. Qui era accudito da infermieri coscienziosi, gentili, in particolar modo da Linda, che si preoccupava della sua salute vedendolo sempre curvo sulla scrivania. Lui scrive non von la schiena, ma con la memoria, che è una cavità all’interno dell’uomo, dove è contenuta qualsiasi cosa. Lì il passato si mescola con il non-passato, ciò che è stato con ciò che deve ancora venire, le malattie, il profumo delle foglie di betulla. Infine, in fondo alla memoria, si trova la grazia divina, per mezzo della quale tutto è potuto accadere, ma anche ciò che non è ancora accaduto. Il nuovo maestro elementare, in cerca di un alloggio, si recò a casa della signora Eva, una donna momentaneamente sola, perché il marito, malato di tisi, come gran parte della popolazione della zona, si trovava in sanatorio. In una delle due stanze libere, al piano superiore, vi aveva abitato il precedente maestro, morto di tubercolosi, ed i germi probabilmente si trovavano ancora nell’abitazione. La donna gli sconsiglia non solo di sistemarsi in quella stanza, ma anche di prendere servizio nella scuola, dato che tutti i bambini erano portatori di contagio o aveva parenti nel sanatorio. Lì la salute non esisteva, il vaccino era giunto in ritardo. Nella cucina entrò anche un uomo relativamente giovane, con due coltelli nel fodero e, senza farsi notare, si sedette vicino alla porta. Nel frattempo la padrona di casa aveva dato da mangiare al maestro la polsa affettata. Non conosceva questo piatto, quindi domandò informazioni. La polsa era quella di Avaback, era qualcosa di unico, fatta esclusivamente di carne. Eva continuò nella descrizione di innumerevoli tipi di polsa, tutti più complessi uno dell’altro. Il giovane maestre chiese la ricetta, ma ciò era impossibile, perché non la si poteva scrivere su carta dato che c’è un limite a quello che le lettere dell’alfabeto possono esprimere. Lars decise di risiedere in quella casa anche perché era immune dalla malattia e da poco aveva anche lui lasciato il sanatorio. Tanto per far conversazione, si mise a parlare con lo strano uomo seduto vicino alla porta, di nome Bertil. Quest’ultimo riferì a Robert Maser, che ormai abitava nella casa di Matilda Holmstrom, che il maestro si era sistemato nella cosiddetta residenza degli insegnanti. Robert, affascinato anche lui da questo tipico piatto, decise di preparare la polsa, naturalmente non l’originale, ma un’imitazione, perché non c’era niente di male nelle contraffazioni se arrivano a passare anche solo un vago profumo o una sensazione di gusto che ricordi l’originale. Ma la polsa risultò liquida, una poltiglia grigiastra, così la fece cuocere con patate e carote e la mangiò come minestra. Quando la guerra in Germania stava terminando, Robert Maser, che allora si chiamava Martin Bormann, prese alcuni provvedimenti: si fece fare due passaporti, uno tedesco e uno svedese, requisì un pullman, che fu munito di targa svedese, dipinto di bianco e decorato con grandi croci rosse. Lo riempì di prodotti tessili, abiti, cappotti. Non fu mai fermato e, quando arrivò in Svezia, ridipinse l’autobus di verde scrivendo “Maser-tessuti di prima qualità”, che era il nome della ditta che aveva fatto registrare presso le autorità norvegesi. Iniziò a viaggiare verso nord fino a raggiungere Avaback: “lo farò svegliare una gelida mattina di agosto, si farà traghettare e alla fine farà il suo ingresso nella cucina di Eva”. Il maestro, entrando nella nuova scuola, si presentò ai bambini, li condusse nell’aula e assegnò loro i banchi. Disse agli alunni che non dovevano preoccuparsi di tossire, che non dovevano nascondersi quando lo facevano, perché lui c’era già passato e si augurava che tutti loro, con il tempo, potessero affrontare la vita da immuni. Bertil, d’inverno, si occupava del riscaldamento della scuola. Una sera, a casa di Eva, lui entrò nella stanza del maestro il quale gli disse che nella sua figura aveva notato qualcosa di strano, di singolare; infatti l’uomo aveva le mani identiche, ugualmente i piedi e le due metà del volto. Tutti gli uomini sono fatti di due metà diverse tra loro, che spesso si contraddicono e combattono, metà faccia può odiare il mondo intero, mentre l’altra metà è piena d’amore. Lui, invece, è nato ed è stato creato così. La sera, quando tutti avevano terminato la cena, Linda, l’assistente sanitaria, andava spesso a trovare lo scrittore che le faceva leggere il suo racconto. Il maestro elementare, quando passò davanti alla casa di Matilda, sentì cantare Rober Moser e, qualche giorno più tardi, Robert, passando per caso davanti alla casa di Eva, vide Lars che intonava una canzone. I due, per qualche settimana, si spiarono a vicenda, senza che l’uno vedesse l’altro. Bertil suggerì al maestro di andare a conoscere l’altro uomo anche perché l’apertura e la franchezza erano le qualità più apprezzate per gli avabackesi. Così Lars fece visita a Robert. Il maestro appurò che anche l’altro uomo aveva già assaggiato la polsa e che non l’avrebbe mai dimenticata. Entrambi erano interessati alla musica: canzoni, ballate e ogni tanto opere. Robert spiega che crede di saper suonare anche il piano, ma, a causa dell’amnesia, non se lo ricorda e sa poco della sua stessa vita. Affermava che lui non soffriva di amnesia, ma non sentiva nessun bisogno di ricordi. Si era ritrovato in Svezia nei panni di un mercante di tessile e ormai voleva vivere una vita semplice priva di complicazioni, senza passato né ambiente familiare. Ascoltando il discorso del nuovo conoscente, il maestro si rese conto che anche nella sua vita c’era ombra di amnesia, ma fisica. Era stato gravemente malato, poi era guarito e la guarigione era stata talmente definitiva che il suo corpo non sapeva più cosa fosse la malattia (era diventato immune); adesso soffriva di una mancanza di inquietudine, disperazione, che era molto prossima all’amnesia. La cosa che maggiormente mancava a Robert era far musica in comune, così Lars tirò fuori dalla tasca una raccolta di canzoni e si misero a cantare. I due, in seguito, si misero d’accordo per un nuovo incontro. Il gerontologo andò nella casa di riposo, non per una visita all’anziano, ma per parlare con lui: la vita del medico era diventata insopportabile, sapeva già tutto sull’invecchiamento e voleva solo evadere un po’. Da anni era dipendente da farmaci per le sue depressioni croniche, era contrario a quei politici e funzionari che volevano fare della ricerca sull’invecchiamento una priorità, dato che quando una persona invecchia, la capacità del cuore si dimezza, i reni e i polmoni perdono gran parte delle loro funzioni e il cervello si raggrinzisce. Nulla era duraturo e affidabile, le persone buone si trasformano in mostri, gli sterminatori perdono la memoria e diventano chierichetti, sempre a causa dell’invecchiamento. Anche la tubercolosi era una forma tale: i micro batteri attaccano organi e tessuti e il corpo invecchia. Nel frattempo il marito di Eva, Manfred, torna a casa dal sanatorio solo per due giorni, momentaneamente non era contagioso: era dimagrito, le callosità erano sparite, la pelle era trasparente… Era cambiato, non sapeva di essere modificabile: ora ha gli occhiali per leggere, le guance sono lisce, si rade ogni settimana e dora legge, cosa che non aveva mai fatto. Nel sanatorio c’è una biblioteca: l’uomo da centomila anni viveva nel terrore e credeva di morire ogni volta che succedeva qualcosa di inatteso, lo stesso accadeva nella società attuale, ma se l’imprevisto si verificava e se l’uomo non temeva la morte, allora diventava euforico, l’animo che prima aveva paura prende il volo e l’uomo ride. Quel rapido sbalzo dalla pura all’euforia costituiva l’aspetto comico dell’esistenza. Ma a colte succedeva il contrario, cioè dall’allegria l’uomo precipitava nella disperazione e quello era l’aspetto tragico dell’esistenza. Eva preparò il pranzo per il marito e chiamò anche il maestro. La polsa era densa e solida, gli anelli sottili di cipolla cruda brillavano nella grigia massa di carne macinata. Manfred spiegò che era tornato a casa solo per mangiare la polsa, ce l’aveva in testa giorno e notte. Il marito, quella notte, dormì sulla panca, avendo compreso la tresca che c’era tra la moglie e il maestro. Eva pensava continuamente al contagio, non c’era nulla nella sua casa o nel suo ambiente che non fosse contaminato, anche il minimo pizzicore in qualsiasi parte del corpo la colmava di terrore. Dato che Lars era immune, pensò che poteva farla partecipe della sua immunità, che forse sarebbe valsa la pena di fare un tentativo; non avrebbe fatto male a nessuno, insieme entrarono nella camera da letto e fecero il tentativo. Linda si recò dal segretario comunale per comunicargli che nella casa di cura c’era un vecchietto che scriveva in continuazione, che consumava le matite del comune e i block notes. Lei si sentiva in obbligo di dare tale informazione. Così il segretario scrisse una lettera al direttore di una casa editrice di Stoccolma, spiegando la storia dell’anziano scrittore e se poteva produrre dei libri con i suoi testi, metterli in vendita, così il debito con il comune veniva pagato. Robert Maser, con il suo pullman, andò via per tre giorni per acquistare e per vendere dei vestiti. Nel frattempo la casa dove alloggiava prese fuoco, al ritorno, non sapendo dove andare, si recò a salutare il maestro. Qui Eva lo invitò a cena: aveva preparato del lavarello marinato accompagnato da salsa bianca e gallette d’orzo. Il venditore tessile si trasferì nella seconda stanza della casa di Eva e portò con sé gli acquisti che aveva fatto: un diapason, grazie al quale il canto acquisì una nuova sicurezza, e un libro di cucina del quale, però, rimase deluso, in quanto il testo si rivelò superficiale, scarno con frasi piatte. Matilde Holmstrom, avendo appreso che la sua abitazione era bruciata, si recò in paese e, aggirandosi tra le ceneri, trovò un mestolo di latta, quello che Robert aveva usato nei suoi tentativi di cucinare la polsa e se lo portò via come ricordo. Eva li introduce alle delizie della cucina locale e i due rimangono particolarmente conquistati dalla sua polsa (un tipico piatto del Norrland in cui entrano tutti gli scarti della macellazione, soprattutto teste, zoccoli e interiora, bolliti e macinati in una poltiglia che, raffreddandosi, si può anche affettare). Un giorno i due uomini lessero un articolo sul giornale che parlava di un criminale di guerra, un certo Martin Bormann. Si metteva in guardia la popolazione, in quanto l’uomo era pericoloso; fin dalla giovinezza si era reso colpevole di omicidi, da uomo politico aveva collaborato all’eccidio di milioni di persone, il tribunale di Norimberga l’aveva condannato all’impiccagione. Sua moglie e i suoi figli vivevano ancora in Germania e aspettavano sue notizie. Lars affermò che alla fine verrà preso, in quanto nessuno la fa mai franca e Robert sperò che i comunisti l’avessero già catturato e torturato a morte. Una sera Lars svelò il suo segreto a Robert: stava mettendo via dei soldi per uno scopo preciso. La neve continuava a cadere imperterrita. Bertil, che aveva capito ciò che era successo tra il maestro e la padrona di casa, disse a quest’ultima che lui era stato sempre lì per lei e che, se si fosse concessa, avrebbe dovuto scegliere lui. Ora pretendeva un letto nel sottoscala, non chiedeva altro, dato che in casa non si doveva abitare in tre, ma in quattro, in quanto i numeri dispari, e come tutto ciò che non quadrava esattamente, minacciava di distruggere l’umanità; solo le cose regolari creano sicurezza e tranquillità. Ma in quattro sarebbe andato bene. Lei lo mandò via dicendogli che era sufficiente che si occupasse di accendere la stufa a scuola, di ritirare e distribuire la posta. Il maestro pensò di progettare una serata musicale a scuola a favore di qualche opera caritativa, canzoni popolari, ma di alto livello, di maestri svedesi, tedeschi e qualcosa di Bach, dato che la gente comune, in quella cittadina, viveva di una miseria spirituale indescrivibile. Linda aveva un ragazzo di nome Mikael ed era un ricercatore di minerali. L’infermiera, leggendo il racconto, si domandò quanti anni potesse avere Maser. Il corrispondente locale le risponde che non lo sa neppure l’ambulante e che, quando guarda sul passaporto, legge che ha quasi 48 anni. Tutte le cronache contengono gente che prima è stata tutt’altro; la ragazza si ricorda che a casa aveva un soprabito che suo nonno aveva acquistato da un venditore ambulante e si domandava se fosse la stessa persona. “Una volta che un uomo ha messo piede in una cronaca è difficile che ne esca”, disse l’anziano scrittore. Fin dal mese di marzo, Eva e Robert si accorsero che il maestro leggeva sempre annunci sul giornale, ma non sapevano di quale tipo, ma un giorno capirono ciò che cercava, ossia una motocicletta. Fin da piccolo la sua infanzia era segnata di sogni di ossigeno, anche per il compleanno desiderava come regalo l’ossigeno. Più tardi in sanatorio i sogni erano d’aria e si manifestavano come sogni di motociclette: attraverso il vento della velocità, l’ossigeno sarebbe entrato nei suoi polmoni e, con i capelli al vento, la bocca aperta, grazie al veicolo, avrebbe placato la sua sete d’aria. Così l’acquistò, si chiamava Diamant; il nome era scritto a lettere d’oro sul serbatoio nero ed era di origine tedesca. Una moto, disse Maser, “non è solo un mezzo di trasporto, ma anche uno strumento per conquistare il mondo”. Linda domandò allo scrittore se le moto, all’epoca del trafiletto, esistessero. Più o meno tutto è sempre esistito, solo le forme in cui si manifesta variano; ogni tanto qualche piccola cosa viene creata dal nulla. Robert Maser si infilò nel suo pullman e, quando ricomparve, aveva con sé: due paia di stivali, due paia di pantaloni, due giacche, due berretti… Adesso erano equipaggiati per ogni possibile viaggio e avventura. I due amici sapevano che esistevano tante varianti dei piatti della polsa quanti sono i villaggi del Vasterbotten; decidono di studiarle una ad una per scoprire la polsa perfetta. Durante l’estate decidono di percorrere in lungo e in largo la regione con la moto di Lars, assaggiando, giudicando e raccogliendo le diverse ricette, a volte disgustose. Fecero 24 viaggi di questo tipo. Per prima cosa si recarono a Lillaberg, dove si trova Rakel, una vedova che fa da mangiare molto bene; presentandosi non rivelano subito lo scopo della visita. La signora li invita in casa e, solo allora, Lars trovò il coraggio di menzionare il vero scopo del viaggio, ossia la polsa. Rakel preparava il piatto di Uno, suo defunto marito, con tutte le parti anteriori, la testa e la pancetta. Schiacciarono la polsa scaldata con le patate amandine, invece le fette fredde le accompagnarono alle gallette d’orzo. Nessuna polsa è uguale alle altre. Linda consegnò allo scrittore ciò che aveva chiesto: un foglio bianco grande e dei pastelli colorati. Per prima cosa disegnò a matita le linee principali: strade, sentieri, fiumi; poi scrisse i nomi principali e colorò. Ormai la missione dei due amici viaggiatori era di dominio pubblico. A volte Bertil li aveva preceduti, affermando che lui doveva tenersi aggiornato su tutto, che il suo era un lavoro impegnativo, come quello di andare alla ricerca di qualcosa di specifico. Arrivando a casa di un’altra vedova, che non preparava più la polsa dato che il marito era morto, assaggiarono quella preparata da una sua amica: la trovarono diversa, infatti, tutto quello che uno cucina da sé diventa personale, “la polsa regalata non può mai essere come quella che ti prepari da te”. A Morken assaggiarono quella con la selvaggina (scoiattoli, lepri), preparata, a differenza delle altre, in estate. Una domenica d’agosto raggiunsero i confini con la Lapponia, dove, in una sperduta casetta, trovarono un ragazzo che disegnava di nome Torgny Lindgren; era solo in casa, perché i genitori erano andati ai cimiteri a sistemare le tombe, mentre i fratelli a vedere un aeroplano che sarebbe atterrato sul lago. Lui non poteva muoversi, perché aveva un accesso di tisi. Per ora aveva solo macchie ai polmoni e ghiandole ingrossate, però non sa se sarebbe vissuto ancora. Era grato ugualmente di non essere costretto a raggiungere la maggiore età, avrebbe evitato il servizio militare e nessuno lo avrebbe comandato, non avrebbe mai avuto il tempo di stare al capezzale di troppi moribondi. Lui non si lamentava mai. Il ragazzo prese dalla cantina la polsa e mise davanti agli ospiti due fette sottili di quella prelibatezza. Questa era fatta di fibre di carne ben cotte sparse in una limpida gelatina di brodo: sublime. I due proposero al ragazzo di cantare qualcosa insieme, perché volevano ringraziarlo per il piatto e regalargli un pò di gioia, un piccolo ricordo. La penultima polsa che assaggiarono fu quella di montone, o meglio d’agnello: il primo ingrediente segreto era il sangue dell’agnello che veniva cotto con acqua e costituiva la base del brodo, il secondo era l’aggiunta di un a grossa aringa islandese. Ogni sera, quando non riusciva a sorvegliare i loro spostamenti, Bertil si sedeva su una sedia in una delle sue stanze dei motociclisti e ascoltava i loro resoconti; a volte prendevano i block notes e leggevano le annotazioni fatte durante la giornata. “L’insieme è talmente voluttuoso e invitante che non se ne ha mai abbastanza. Se in mezzo ad una vita vuota si incontra la polsa si può dire a sé stessi che non ci si può arrendere”. Non si presenta mai in uno stesso stato, è imprevedibile e sembra rinviare a qualcosa di nuovo. Sembra di averla trovata, presa, ma poi ci si rende conto che non è altro che un punto di partenza. Robert poteva affermare che stavano scrivendo un libro sulla polsa. Bertil affermò che nessuno avrebbe stampato un libro del genere, ma Lars replicò: “i libri non hanno bisogno di essere stampati, l’importante è che vengano scritti”. Bertil sentenziò che da quelle parti preparavano la polsa perché non avevano conosciuto nient’altro. L’anziano della casa di riposo regalò il suo disegno particolareggiato a Linda, dato che amava passeggiare per boschi e valli. Eva decise di cucinare un grosso gallo cedrone: lo spennò, tagliò, disossò le cosce e le fece passare in un tritatutto. Fece scogliere una noce di burro, vi mescolò il vino di ginepro, conserva di mirtilli rossi… Alla fine dispose al centro del piatto il petto del gallo, intorno a corno le polpette ricavate dalle cosce e versò sopra qualche cucchiaio di salsa. In due ciotole mise le patate e le carote. Terminato il pranzo i due dissero a Eva che quel piatto avrebbe potuto anche rifarlo se non le fosse venuto in mente altro. Il segretario comunale ricevette la risposta tanto attesa dell’editore di Stoccolma. Lo ringraziava per l’offerta, ma pubblicare un libro costava e i gusti del pubblico erano diversi, i lettori ora chiedevano libri di autori giovani che raccontassero esperienze della vita delle grandi città. Suggeriva che il comune stesso curasse la pubblicazione dell’opera del “vegliardo maniaco della scrittura”. Dopo aver cucinato il gallo cedrone, senza successo, Eva disse a Lars che sarebbe dovuto andare da Ellen, che preparava il fondamento di tutta la polsa, soprattutto dal punto di vista del sapore. Quello fu il 24° viaggio. Ormai i due amici sospettavano che durante i loro viaggi alcune preparazioni della polsa fossero stravaganti, ravvivate con troppe spezie, zucchero e coloranti, quindi risultarono false. Infine giunsero a casa di Ellen: il suo corpo era sgembo, perché anni prima aveva avuto un incidente con conseguenze di costole rotte e un seno strappato, il suo volto era devastato dalla scrofolosi, gli occhi erano rossi e purulenti, gli angoli della bocca screpolati, le guance, la fronte e il mento erano arrossati da eczemi e piccole fistole. Robert bisbigliò all’amico di non riuscire a guardarla dalla bruttezza, ma Lars gli rispose che, dopo averla guardata, si sarebbe abituato. La donna domandò perché fossero giunti da lei, quale fosse il loro scopo. “La sua cucina è molto nota e famosa”, rispose Maser. La donna disse che cucinava solo un piatto, ma era anche vero che poteva servire a qualunque cosa, ma, avendo i tubercoli, la sua polsa poteva contagiarli. I due rispondono che sono immuni. Molte persone giungevano da lei per assaggiare questo piatto, ma, dopo aver specificato che nella sua polsa c’erano sicuramente i germi, lasciava scegliere alla gente tra la vita e la polsa. Questi sceglievano la vita, anche se dopo un po’ si pentivano e avrebbero voluto aver scelto la polsa. Se la sua polsa è famosa è solo per questo. Robert Maser disse che, essendo refrattari, loro potevano scegliere sia la polsa che la vita. Quindi la padrona di casa andò a prendere in cantina la polsa, la più scura che avessero mai visto. Quando la donna entrò in cucina, tutto l’odore di chiuso scomparve e rimase soltanto il profumo maturo di spezie, di carne e di frattaglie. I due rimasero immobili ad aspirare la polsa, benché fredda pareva emanasse vapore. Per mangiare si servirono delle dita, per sminuzzare piccole porzioni che premevano contro il palato e si scioglievano. La polsa di Ellen era una fusione armoniosa di materie prime sconosciute, perfettamente omogenea. Lars, con la scusa di andare a controllare la moto, uscì dalla cucina e, tremante, si appoggiò con la schiena a dei tronchi. La donna, uscita, le chiese se la polsa fosse stata troppo forte e se non fosse riuscito a reggerla. Il maestro le rispose che reggeva tutto e sarà stato un eccesso di commozione, non credeva che potesse esistere una cosa così. La donna li aveva aspettati tutta l’estate, infatti loro continuavano a rimandare perché sapevano che sarebbe stata un’esperienza fuori dal comune. Ellen disse al maestro che per il 28 ottobre avrebbe preparato la polsa per 3 giorni di fila. Tornato dal viaggio, Lars non scendeva più la sera per dormire accanto a Eva, aveva quaderni di grammatica e di aritmetica da correggere. Era arrivato l’autunno e per lui era il momento di nuovi progetti e prospettive più ampie. A scuola diede l’annuncio di una vacanza autunnale, gli allievi avevano bisogno di qualche giorno di riposo prima dell’inverno; a Eva e a Robert disse che voleva rivedere il paese natale prima dell’arrivo della neve,dove avrebbe prenotato non lo sapeva. Il 28 ottobre inforcò la sua motocicletta e partì. Ci sarebbe stato il vuoto alla tavola di Eva, anche Robert si preparava a partire: le sue scorte di magazzino non erano ancora esaurite e voleva vendere i suoi tessuti in altri poderi e fattorie. Bertil si domandò se il maestro fosse realmente andato nel paese natale, lo disse a Robert e affermò: “ Quell’uomo è un imbroglione, non è nemmeno sicuro che sia davvero chi dice di essere, finge di leggere le note, ma in realtà suono solo ad orecchio; ha fornicato con Eva e adesso l’abbandona. Nel libro che sta scrivendo sulla polsa non ha citato il nome dell’amico”. Quindi Robert partì con il suo pullman alla ricerca dell’amico. All’arrivo di Lars, il fuoco di Ellen era già acceso e stava preparando la polsa. Lui la aiutò per tutti il corso della preparazione, ma non prese appunti. Mentre mangiavano si guardavano negli occhi, sorridendo e senza timore e lasciavano che le loro dita si sfiorassero. Mentre la donna rimescolava il bollito per non farlo attaccare, il maestro osò domandarle perchè non riempisse la pentola prima con tutti gli ingredienti e poi aggiungesse la giusta quantità di acqua. Ciò non è possibile, perché ogni cosa ha il suo tempo: il fegato ha il suo tempo, il cuore il suo, il sale il suo… “Se non credi nella mia ricetta puoi andartene”, disse lei. Lars affermò che credeva davvero e che era pronto a sacrificare qualsiasi cosa per lei e per la sua polsa. Nei pressi della fattoria giunse da una parte Robert e dall’altra Bertil. Nella semioscurità Bertil tornò ad Avaback e rivelò la verità ad Eva. Il mercante di tessili, seduto su una pietra piatta, osservava con un occhio vigile la preparazione della polsa. I profumi del calderone bollente si riversavano sul pendio verso il lago. Al sorgere del sole lo sguardo di Robert si fece più acuto e, quando Ellen mise qualcosa nel brodo che sobbolliva, riuscì a percepire ciò che diceva. Più sotto, sul versante della collina, tutto era come il giorno prima: un osservatore che osserva l’osservato e un altro osservatore che osserva il primo osservatore. Il contenuto del calderone pareva ora fermentare più che cuocere, grosse bolle dai riflessi bluastri si formavano sulla superficie, il colore si stava incupendo e i gas che salivano mutavano tonalità dal bianco e grigio al marrone e verde di Norimberga. Bertil, rientrato a casa di Eva, le disse che non ce la faceva più a stare là così nascosto, dietro a Lars e a Robert, a essere un interprete anziché uno spettatore, sempre di seconda mano, non poteva più sopportare quella vergogna. Quella seconda note Lars non dormì più sul pavimento, ma accanto ad Ellen, sul materasso di ovatta del divanoletto. Il terzo giorno Robert Maser, quando la brina che lo copriva fu trasformata in rugiada, mangiò i tramezzini. Bertil era tornato alla sua postazione, ma non stava più semi rannicchiato dietro il cespuglio di salice, adesso era chino in avanti appoggiato sulle ginocchia, come un corridore pronto al via. Quando si accorse, nuovamente, che la postazione era sempre migliore della sua, si lanciò, si mise a correre con velocità sorprendente e si buttò su Robert a precipizio, sfoderando tutti e due i suoi coltelli e incominciò a colpirlo. Prima di morire Robert disse: “sono stato finalmente raggiunto dalla giustizia?”. L’autore dei trafiletti ricevette una lettera dal segretario comunale che gli diceva che invano aveva cercato di vendere i suoi scritti, che i costi del materiale per scrivere venivano aggiunti a quelli di cura e di mantenimento e che anche la sua pensione era insufficiente; i block notes erano del comune, quindi i suoi scritti potevano essere considerati documenti pubblici e potevano essere pubblicati sul giornale e alcune delle persone di cui lui scrive erano ancora in vita. Il segretario doveva prendere una dolorosa decisione: il giornalista non avrebbe più potuto scrivere. Quando l’infermiere entrò nella stanza, il vecchietto gli chiese di portare via lo scrittoio e la pila di block notes. Ciò che gli era successo comportava un ritorno ad una precedente condanna, ormai quasi dimenticata, ma anche una guarigione e una liberazione. Bertil cosa avrebbe fatto del corpo di Robert? Questo problema ormai era di competenza del comune, che si era assunto la responsabilità di ciò che non era scritto. Lo scrittore non aveva nessuna intenzione di dare una mano in questo caso specifico. Per quanto riguarda Lars, l’autore di trafiletti della casa di riposo, invece, voleva informare il comune che si era ammalato; il marito di Eva esce dal sanatorio ufficialmente guarito, immunizzato e torna a casa dalla moglie. Ora è un uomo nuovo, comincerà una nuova vita, solo i pazzi credono che qualcosa si possa ripetere, non sanno niente di causa ed effetto. Mentre dice queste parole, posa il polso sulla spalla della moglie, la quale sorride. Ora non è più un manovale o un boscaiolo, ha ricevuto una certa istruzione ed è diventato un uomo di pensiero. Scriverà trafiletti per il giornale, è stato assunto dal direttore, avrà in prestito una macchina da scrivere. Bertil è ancora in vita, il comune se l’è preso a carico. Matilda si è trasferita, la merce di Robert è rimasta ancora nel pullman, cosa succederà ad Ellen? Di tutto questo si dovrebbe scrivere. Linda, l’infermiera, che era stata assente per parecchio tempo, tornò alla casa di riposo, era stata in congedo, ma ora si è licenziata. Fece vedere al vecchietto una scatoletta di corteccia di betulla nella quale aveva messo una grossa pepita d’oro, che aveva trovato all’Avaberget; centinaia di volte aveva cercato di arrivarci con varie mappe e carte topografiche, ma solo con il disegno che le aveva fatto l’anziano riuscì ad arrivarci. Una volta trovato l’Avaberget, avendo espletato tutte le formalità conformemente alla legislazione sullo sfruttamento dei minerali e ottenuto il permesso dall’autorità mineraria, ora erano pronti e firmati i contratti con la società mineraria. Il giornalista le disse che là aveva trascorso a maggior parte della sua vita e che la fantasia era la sua memoria. L’Avaberget è un’unica e ininterrotta vena aurifera, una lunga gobba alta 82m di oro puro. “Sì, naturalmente lo sapevo” disse lui. Ora la ragazza era una delle persone più ricche del Vasterbotten. Fece vestire il vecchietto con un completo scuro con panciotto e camicia bianca, perché si sarebbe lasciato tutto alle spalle; Linda si sarebbe presa cura di lui d’ora in avanti e per sempre. Gli restituì la libertà, la vita e il piacere di creare. La ragazza, infine, gli chiese come avesse fatto a disegnare quella carta e lui le rispose che non era stato niente, “esattamente come scrivere una frase, tutto qui”.

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