SCHEDA DI LETTURA

IL LUPO DELLA STEPPA - Hermann Hesse

L'autore de “Il lupo della steppa” è lo scrittore tedesco, naturalizzato svizzero, Hermann Hesse, nato a Calw nel 1877. Trasferitosi a Tubinga, libero dalle costrizioni familiari e dalla pressione scolastica, Hesse inizia a seguire la sua strada di scrittore e stringe molte conoscenze, sebbene fosse visto dagli altri come un solitario ed un emarginato. Nel 1904 sposa Maria Bernoulli, dalla quale ha tre figli. Ma il matrimonio con Maria non è felice; infatti, la donna è più grande di nove anni ed è giudicata eccessivamente autosufficiente ed indipendente dal marito. Perciò, per cercare di alleviare la sua solitudine, Hesse prova il vegetarianismo, la pittura, la teosofia e le religioni indiane. Nel 1914, dopo il trasferimento a Berna, Hesse è tormentato dalla malattia del figlio Martin, dalla morte del padre e dalla separazione con Maria, la quale stava accusando problemi mentali. Scoppiata la prima guerra mondiale, Hesse partecipa come volontario, ma nel 1917, per un esaurimento nervoso, è ricoverato in una casa di cura, dove viene sottoposto ad una terapia di elettroshock. Nel 1919 divorzia definitivamente da sua moglie e si trasferisce in un villaggio di Montagnola, nella parte italiana della Svizzera.

Nel frattempo si risposa con la cantante Ruth Wenger, di vent'anni più giovane; il matrimonio però non dura molto. La crisi emotiva che ne consegue è riflessa nel romanzo “Il lupo della steppa”, ultimato nel 1927. Come il protagonista dell'opera, Hesse dopo essere stato colpito da una crisi psicologica, accompagnata da un oppressivo pensiero di morte, prese una decisione cosciente di superare la sua depressione e la sua natura introversa cominciando a frequentare le taverne, le sale da ballo e i luoghi più famosi di Zurigo e Berna. Il suo terzo ed ultimo matrimonio avviene nel 1931 con Ninon Dolbin Ausländer, la quale gli rimane accanto sino alla morte,nel 1961. Negli ultimi anni di vita, Hesse riceve sia il premio Goethe che il premio Nobel, nel 1946.
La produzione di Hermann Hesse, in versi ed in prosa, è vastissima e conta quindici raccolte di poesie e trentadue tra romanzi ed antologie di racconti. Le sue opere più famose sono “Demian” del 1919, “Siddharta” del 1922, “Il lupo della steppa” del 1927, “Narcisio e Boccadoro” del 1930 e “Il gioco delle perle di vetro” del 1943.
Il romanzo “Il lupo della steppa” combina elementi autobiografici e fantastici, e riflette il momento di profonda crisi vissuto dall'autore negli anni '20. L'opera rappresenta al contempo un atto d'accusa al mondo borghese, visto da Hesse come una struttura ipocrita, chiusa, e limitante la libertà dello spirito.


COMPRENSIONE DEL TESTO

Il romanzo “Il lupo della steppa” si compone di quattro macro-sequenze. La prima, dal titolo “Prefazione del curatore”, comprende le prime cinquanta pagine. Un uomo, Harry Haller, scomparso misteriosamente, lascia nella stanza presa in affitto presso una famiglia borghese un manoscritto. Il nipote della proprietaria dell'abitazione, ricevuti gli scritti ai quali si era dedicato l'uomo durante il soggiorno, affascinato da tali memorie decide di pubblicarle descrivendole come (pag. 49) “fantasie strane in parte morbose in parte belle e piene di pensiero, devo dire che se mi fossero capitate tra le mani per caso e non avessi conosciuto l'autore, le avrei buttate via indignato. Ma avendo conosciuto Haller mi fu dato di comprenderle almeno in parte e anzi di approvarle. (…) Vi scorgo un documento del tempo, poiché la malattia psichica di Haller è il male del nostro tempo, la nevrosi della generazione alla quale Haller appartiene e dalla quale non sembrano colpiti soltanto gli individui deboli e minorati, ma proprio i forti e i più intelligenti. Queste memorie, non importa quanto o quanto poco vi possa essere di vero o reale, sono un tentativo di vincere la malattia dell'epoca non aggirandola o mascherandola, bensì facendo di essa argomento di descrizione. Esse sono un viaggio attraverso l'inferno”.
La seconda sequenza, dal titolo “Memorie antecedenti alla dissertazione”, si conclude a pagina 66. Il protagonista si descrive come una persona con due nature, una umana e una lupina, una divina e una diabolica, una che vive nel mondo dei nobili pensieri, dell'arte e della musica classica e l'altra che odia e disprezza la vanità e la superficialità del mondo borghese. Queste due nature si combattono in lui e rendono la sua vita una sofferenza continua.

Durante questa lotta il giusto e lo sbagliato, il conveniente e lo sconveniente, il bello ed il brutto, e molti altri contrari, si confondono tra di loro, si mischiano e si amalgamano in una continua rincorsa, ed Harry non può prendere decisioni risolute, come quella di porre fine alle sofferenze col suicidio. Perciò ne consegue un'acuta angoscia e tristezza, alla quale non si può sfuggire con la morte, e che fa di Harry un uomo annientato, alcolizzato, trascinante e penoso. Haller, inoltre, rivela interesse verso la forte solitudine che lo caratterizza, intesa come (pag 63) “indipendenza: l'avevo desiderata e me l'ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri.” Una sera, però, l'apparente quiete del protagonista è profondamente turbata. Infatti, Haller si imbatte su un uomo, (pag 65) “era un individuo attardato che camminava con passo stanco, vestito di una giubba turchina, il berretto in testa, e portava appoggiata a una spalla una pertica con un manifesto. (…) Egli si fermò, raddrizzò la pertica e io potei leggere: - Serata anarchica! Teatro magico! Ingresso libero non per tutti! -.” Prima di scomparire, l'uomo porge ad Haller uno strano opuscolo, (pag 66) “era un opuscolo sottile stampato male, su pessima carta, come quei fascicoli che vendono alle fiere. (…) Lessi con stupore questo titolo sulla copertina del fascicolo: - Il lupo della steppa – Dissertazione – Soltanto per pazzi -.”
La terza sequenza, dal titolo “L'opuscolo”, riporta il contenuto dello scritto, letto voracemente da Haller con attenzione sempre più viva. Il testo esordisce, dando l'impressione di parlare dello stesso Haller, sostenendo che (pag III-IV) “un tale di nome Harry, detto il lupo della steppa, una cosa non aveva imparato: a essere contento di sé e della sua vita. (…) Il lupo della steppa aveva due nature, una umana e una lupina: in lui l'uomo e il lupo non erano mai appaiati e meno ancora si aiutavano a vicenda; al contrario vivevano in continua inimicizia morale.”. Ma in realtà nell'opuscolo viene affermato che (pag XV- XVIII) “anche il lupo della steppa è una finzione. Harry non è affatto un uomo-lupo. (…) Egli trova dentro di sé un uomo, cioè un mondo di pensieri, di sentimenti, di cultura, di natura addomesticata e sublimata, e trova in sé anche un lupo, cioè un mondo buio di istinti selvaggi, di crudeltà, di natura rozza e non sublimata. (…) Egli crede che due anime siano troppe per un solo petto. Sono invece troppo poche e Harry fa violenza alla sua povera anima quando cerca di comprenderla in un'immagine così primitiva.
Benché sia una persona colta, Harry si comporta come un selvaggio. Una parte di sé la chiama uomo, l'altra parte lupo, e con ciò crede di aver finito e di aver esaurito il suo compito.” Nell'opuscolo viene trattato anche il rifiuto dell'ambiente borghese da parte di Haller: (pag X) “il lupo della steppa era al di fuori del mondo borghese poiché non aveva né una famiglia né ambizioni sociali. Si sentiva isolato, si considerava un originale, un eremita malato, talvolta anche un individuo oltre il normale, di attitudini genialoidi, superiore alle piccole norme della vita comune.”. L'opuscolo delinea senza veli l'esistenza sconfortata del protagonista, rivelando chiaramente che la sua situazione era insopportabile e insostenibile.
L'ultima sequenza, con il titolo “Memorie posteriori alla dissertazione”, si conclude a pagina centonovantuno. Haller conosce, in una trattoria dei sobborghi, una donna, Erminia, che, con seducente femminilità lo conduce, poco a poco, a convertirsi ai piaceri della vita moderna e a recuperare quello che ha trascurato e perduto negli anni precedenti. Nei confronti di Erminia, Haller afferma che: (per 98-99) “non pensavo che a lei, aspettavo tutto da lei, ero disposto a sacrificare e a deporre ai suoi piedi ogni cosa pur non essendone affatto innamorato. (…) Essa era la finestrella, l'unico spiraglio luminoso nella cupa caverna del mio terrore. Era la redenzione, la via all'aperto. Era lei che doveva insegnarmi a vivere o morire, lei che doveva toccare con mano gentile il mio cuore irrigidito, affinché a quel tocco di vita fiorisse o cadesse cenere.”
La donna, però, riferisce un'inquietante rivelazione ad Haller: (pag 103) “Voglio farti innamorare di me. Tu mi vuoi bene, lo sento, e me ne sei grato, ma non sei innamorato di me. Io farò in modo che tu lo sia, è la mia professione: io vivo di questo, facendo che gli uomini s'innamorino di me. Io non sono innamorata di te. Ma ho bisogno di te come tu hai bisogno di me. (…) Quando sarai innamorato di me, ti impartirò il mio ultimo ordine e tu obbedirai e così sarà bene per te e per me. Non sarà facile per te, ma lo farai. Tu mi ucciderai!”. La vicenda si conclude nel Teatro Magico, dove Haller, nel momento in cui crede di aver finalmente recuperato la capacità di amare uccide con una pugnalata al cuore Erminia. Ma l'uomo inizia a pentirsi del folle gesto compiuto: (pag 188) “Quando un giorno Erminia aveva parlato del tempo e dell'eternità, ero stato subito pronto a considerare i suoi pensieri un riflesso dei miei. Mi era parso logico però supporre che il pensiero di farsi uccidere non fosse minimamente influenzato da me. Ma perché allora avevo non solo creduto e accettato quel pensiero così pauroso, ma persino indovinato e previsto? Forse perché era un mio pensiero?”. Per il delitto compiuto Haller viene condannato nel Teatro Magico alla pena della vita eterna. Nel finale Mozart, che lo accompagna lungo questo viaggio nel luogo misterioso, gli si siede accanto e lo esorta a comprendere l'umorismo della vita: (pag. 190) “Ma è ora di finirla di fare il sentimentale e l'omicida. Metta giudizio finalmente! Lei deve vivere e imparare a ridere. Deve imparare ad ascoltare questa maledetta musica della radio della vita, deve rispettare lo spirito che si cela e ridere di questo strimpellio. Altro non è chiesto.”.
Il tema principale del romanzo è certamente l'isolamento ed il mancato riconoscimento in una società che sta cambiando rapidamente. Il protagonista, infatti, è definito come (pag 50) “uno di quelli che vengono a trovarsi fra due epoche, che hanno perduto ogni protezione e innocenza, uno di quelli che il destino costringe a vivere tutte le ambiguità della vita umana come sofferenza e inferno personale”. Haller, nonostante la vasta cultura e l'acutezza mentale, non riesce a trovare posto in un mondo governato da valori che non accetta, un mondo che ha relegato i suoi ideali in un angolo buio e privo di importanza; queste sono le caratteristiche che accomunano gli intellettuali che vivono in periodi di transizione, in cui i secoli, le ideologie, le società si sovrappongono e si accavallano; periodi di gran fermento culturale, ma anche di nostalgia e tristezza. Per questo Haller si rifugia nella sua solitudine ed afferma: (pag 69) “con l'andar degli anni avevo perduto il lavoro, la famiglia, la patria, ero fuori da ogni raggruppamento sociale, ero solo, non amato da nessuno, da molti sospettato, in continuo amaro conflitto con la pubblica opinione e con la morale (…) La religione, la patria, la famiglia, lo stato avevano perduto ogni valore e non mi riguardavano più”.
Però l'isolamento totale si è rilevato impossibile, perciò, talvolta, Haller si accorge del mondo esterno, che lo incuriosisce e lo turba. L’altro tema che emerge dal romanzo è la molteplicità della natura umana; infatti, l'uomo non è, come indica l'esperienza, un essere unico, ma molteplice, influenzato dalle varie situazioni che gli si presentano.


ANALISI DEL TESTO

Il protagonista del romanzo “Il lupo della steppa” è Harry Haller. L'uomo (pag 36- 37) “non era molto alto, ma aveva l'andatura e il portamento del capo caratteristici degli uomini di alta statura. Era vestito decentemente ma senza ricercatezza e aveva i capelli molto corti, qua e là leggermente brizzolati. Il suo modo di camminare aveva un che di faticoso e di irresoluto che non si adattava al profilo tagliente e neanche al tono e alla vivacità della parola. (…) Aveva una faccia forse un po' singolare e anche triste, ma vigile, piena di pensiero e di tormento spirituale.” Dopo una prima occhiata ad Harry Haller, il curatore al quale è affidato il manoscritto afferma che (pag 39) “faceva l'impressione d'un uomo interessante, insolito e intelligente oltre il comune, aveva un viso spirituale, e il gioco straordinariamente delicato e mobile dei lineamenti, rispecchiava una vita interiore interessante, molto movimentata, insolitamente fine e sensibile. Quando si parlava con lui ed egli, ma non sempre, passava i limiti convenzionali e uscendo dal suo mondo singolare diceva qualche parola sua e sentivamo di essere inferiori a lui poiché si capiva che aveva pensato più degli altri, e nel mondo intellettuale possedeva quell'oggettività quasi fredda, quella sicurezza di pensiero e di sapere che hanno soltanto gli uomini veramente dotati di spirito, i quali sono senza ambizione e non desiderano mai di brillare o di persuadere gli altri o di aver ragione a ogni costo”.
Il protagonista inoltre (pag 41) “pur parlando senza riguardi e spietatamente di istituzioni o persone, non escludeva mai se stesso, anzi era sempre il primo bersaglio delle proprie frecciate, era sempre il primo contro il quale rivolgeva il suo odio e la sua negazione. (…) Lanciava contro se stesso tutto l'acume, la critica, la malignità e l'odio di cui era capace. In quanto al prossimo egli faceva di continuo i più seri ed eroici tentativi di amarlo, di essere giusto, di non fargli del male poiché il precetto ama il prossimo era radicato nel suo cuore quanto l'odio della proprio persona.” Caratteristica della vita di Haller è la forte solitudine, che lo ha portato a compiere viaggi insensati e penosi, accumulando nuove colpe e sofferenze. Egli racconta: (pag 68) “mia moglie, impazzita, mi aveva scacciato di casa, l'amore e la fiducia si erano tramutati improvvisamente in odio e lotta mortale, i vicini mi seguivano con occhiate di pietà e di disprezzo. Allora era incominciato il mio isolamento.”. Harry non aveva una buona fama; infatti, viene descritto in un articolo di giornale come un (pag. 108) “individuo pericoloso e senza patria e che il paese non si sarebbe mai ripreso finché si tolleravano uomini simili e simili idee e finché la gioventù era educata a sentimentalismi umanitari anziché alla vendetta armata contro il secolare nemico.”. Infine, per quanto riguarda la felicità, egli pronuncia queste parole emblematiche, che esprimono la personalità di Harry: (pag 133) “non mi basta di essere felice, la mia vocazione è il contrario. (…) L'infelicità che mi occorre, l'infelicità che vorrei è diversa: è tale da farmi soffrire con avidità e morire con voluttà. Questa è l'infelicità o la felicità che aspetto.”.
La coprotagonista del romanzo è Erminia, l'affascinante donna incontrata da Harry in una taverna dei sobborghi. La bella ragazza pallida è attenta e indagatrice; di lei il protagonista afferma che (pag 102) “negli occhi chiari e freddi si librava una tristezza cosciente, e pareva che avesse sofferto e accettato tutte le pene immaginabili. La sue labbra parlavano con difficoltà, all'incirca come si parla quando un gran gelo irrigidisce la faccia; ma fra le labbra, agli angoli della bocca, nel gioco della lingua che raramente mostrava la punta, in contraddizione con lo sguardo e la voce, vibrava una dolce sensualità, un intimo desiderio di piacere. Sulla fronte liscia le ricadeva una breve ciocca e da quel punto emanava, di quando in quando, come un respiro vivente, un'ondata di somiglianza maschile, di magia ermafrodita.”. Harry, inoltre, afferma che (pag 104) “Erminia era come la vita: sempre attimo, mai calcolabile in anticipo. (…) Pareva conoscesse la vita più di tutti i sapienti, eseguiva il gioco della vita infantile con un'arte che mi fece diventare senz'altro un suo discepolo.” Inoltre Erminia confiderà ad Harry: (pag. 115) “sono così sola come sei tu e non so amare e prendere la vita sul serio e gli uomini a me stessa. Ci sono uomini che chiedono il massimo alla vita e difficilmente si conciliano con la sua rozza stupidità. (…) Lo sai che tutti e due siamo figli del demonio?”.
Nel romanzo tutti gli elementi spazio-temporali sono sfumati, escluso il Teatro Magico, descritto largamente dall'autore, che rappresenta l'allegoria della ricerca dell'interiorità attraverso la contemplazione dei tanti, spesso contraddittori, aspetti dell'io.


INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI

Leggendo la “Nota dell'autore”, posta al termine del romanzo, è possibile rintracciare i destinatari dell'opera. Lo scrittore si lamenta del fatto che il significato più profondo delle vicende del protagonista non viene sempre colto, specialmente da coloro che ne sono entusiasti. Questo è dovuto in larga parte al fatto che l'opera capita spesso nelle mani di giovani, mentre è stata scritta per contenere le problematiche di adulti di circa cinquant'anni. Comunque può capitare che anche i lettori di quell'età fraintendano il fine del libro, e si fermino solo alle vicende tristi di Haller, in cui si riconoscono.
Sempre nella “Nota dell'autore”, Hesse precisa che il libro non è una sorta di sfogo, di urlo liberatore da una situazione pesante: esso tratta sì di un uomo profondamente triste e angosciato, ma ha un contenuto positivo che il lettore deve cogliere. Questo messaggio si trova alla fine del romanzo, e spiega al protagonista, per bocca di Mozart, il mezzo per superare i dolori della vita, cioè l'umorismo. Così Hesse, dopo aver descritto minuziosamente il decorso della malattia dell'animo di Harry, propone anche la cura, e lascia intendere al lettore un finale luminoso dopo pagine e pagine di un incombente grigiore. Egli, infatti, afferma che (pag 194) “la storia del lupo della steppa rappresenta, sì, una malattia e una crisi, ma non verso la morte, non un tramonto, bensì il contrario: una guarigione.” Perciò il fine del libro di Hermann Hesse è quello di descrivere l'anima, ma anche quello di individuare i rimedi degli immortali alla difficoltà della vita.
E' impossibile non riconoscersi nel dualismo uomo-lupo nelle prime pagine del romanzo e poi non inabissarsi nel vuoto del ventesimo secolo. Hermann Hesse riesce a catturare da subito l'attenzione del lettore con un racconto, definito dall'autore stesso, lo specchio nel quale qualsiasi uomo si può specchiare, in un modo o in un altro, un percorso di vita. E' una favola che inizia in un'atmosfera grigia, che rispecchia perfettamente l'animo del protagonista, e termina in un tripudio di colori in mille sfumature, di giochi inquietanti, di amori ritrovati, di scoperte sconvolgenti, di incontri determinanti. “Il lupo della steppa” è un libro che ti porta necessariamente a riflettere, ti parla di un mondo attuale, di una realtà tangibile per alcuni aspetti; rappresenta un insegnamento, una guida eccezionalmente stimolante.

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