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Riflessione su “Io e Dio-Una guida dei perplessi” di Vito Mancuso

La lettura di “Io e Dio-Una guida dei perplessi”, seppur non agevolissima per la mia giovane età, è risultata essere un valido spunto di riflessione che tutti, prima o dopo, dovrebbero affrontare; ha rappresentato per me un'occasione per dedicare una piccola parte della frenesia giornaliera alla pausa e alla meditazione, proponendomi e suggerendomi studi a me nuovi e comportando, quindi, una mia crescita personale.
Premettendo di non volere addentrarmi imprudentemente e priva di adeguate competenze nel labirinto dei principi dell'ontologia, ho voluto avviare questa riflessione perché credo che il pensiero rivolto a Dio da parte dell'uomo non ne “offenda” la ragione, bensì la esalti, elevandola all'acme delle sue capacità di comprensione e quindi alla sua maggiore vita, nonostante sia poi ineluttabilmente costretta ad imbattersi nell'antinomia e ad interrompersi di fronte all'immensità dell'Assoluto che, in quanto tale, non può essere confinato, legato (latino absolutus) e quindi capito e dominato (latino capere)dalla mente umana (p. 100); del resto, se così non fosse, si negherebbe la stessa esistenza di Dio indicandolo come un ente finito.

Riflettendo sul concetto di Assoluto, spontaneamente ci si può chiedere (come ho fatto, tentando con umiltà di darmi risposta) se si possa dire lo stesso del nulla, arrivando alla conclusione che esso forse non nega ma conferma in sé la sua presenza.
In effetti, se in un primo momento questi due termini possono apparire così opposti nel loro essere relativi (p.77) e indefiniti, noto che giungono infine ad avere delle affinità, se non addirittura ad identificarsi: il nulla in sé e per sé indica l'assenza di qualcosa, per cui non lo si può capire, confinare, conoscere se non accostandolo a qualcosa di reale che manca. Dire “c'è il nulla” equivale a dire “non c'è qualcosa”; il nulla il realtà non lo si conosce, lo avvertiamo soltanto come mancanza di un qualcosa (e non di tutto) che c'è stata. E' per questo motivo che, tra tutte le teorie proposte sul “da dove veniamo”, mi trovo ad accreditare maggiormente quella che afferma l'evoluzione procedente dalla creazione (senza però negare con questo l'azione creativa di Dio), ed a indicare come meno corretta quella che attesta una cosmogonia primordiale derivante dal nulla (che andrebbe, tra l'altro, contro l'accezione dello stesso “esistere”, inteso come essere/provenire da, oltre all'accezione dell'essere fuori proposta dall'autore); allo stesso tempo e per le stesse ragioni credo non si possa neanche affermare che il nulla sia ciò che ci sarà dopo la vita; Giorgio Caproni, poeta e critico letterario nato appena cent'anni fa, nella sua “Pensatina dell'antimetafisicante” diceva: «Un'idea mi frulla, / scema come una rosa. / Dopo di noi non c'è nulla. / Nemmeno il nulla, / che già sarebbe qualcosa./ E allora, sai che ti dico io? / Che proprio dove non c'è nulla / -nemmeno il dove - c'è Dio».

Il Dio che, secondo la mia religione, quella cristiana, in principio erat Verbum, lògos, logica.

Le circostanze della vita mi hanno portato finora ad essere una persona piuttosto “realista” e pragmatica, che tenta cioè, per quanto possibile, di analizzare la realtà dei fatti ed approcciarsene con una certa praticità. Mi rendo conto che per analizzare responsabilmente la vita non si possa fare a meno di disaminare la scienza; tuttavia, ho sempre ritenuto impossibile asserire ed accettare che tutto ciò da cui sono circondata, tutti gli eventi e le conseguenti reazioni abbiano una loro spiegazione logico-matematica. Ad esempio, come sostiene anche l'autore (p.72), sono sicura che la poesia non si esprima tramite una struttura assiomatico-deduttiva, sono convinta che un quadro non affascini solo perché appaga la vista procurando godimento tramite i colori (luce scomposta) e che una musica non susciti sensazioni diverse solo in base alla sua frequenza o al tempo a cui si adattano le pulsazioni cardiache; certo, comprendere le relazioni numeriche su cui si basa un sistema tonale comporta uno sforzo intellettivo di tipo matematico, ma non è detto che questo aiuti la creatività, anzi, c'è chi come me che, dotato di orecchio musicale, può affermare il contrario. La musica, così come le altre “arti”, è capace di esprimere una libertà che è propria dello stato d' animo di chi in quel momento compone l' opera: in sé, cioè, non ha nulla di stabilito. Una stessa melodia esprime concetti ed emozioni differenti anche senza seguire rigidi schemi di esecuzione, bensì a seconda dello stato d'animo di chi la esegue e lo stesso accade per chi la ascolta; insomma, chi tenta di applicare la matematica (regole) alla musica (emozione), a mio avviso non è in grado di beneficiare (o non si rende conto di farlo) di ciò che l'autore identifica con il termine “sentimento” (p.144), da cui deriva la creatività artistica che può definirsi metarazionale, che non nasce cioè come ragionamento, anche se poi rimanda al ragionamento (p. 149), come nel caso della musica. Impossibile, a mio avviso, negare in ciò, in questa creatività razionale o, perché no, ragione creativa appunto, la presenza di Dio, il Verbum che erat in principio, insito in ogni fenomeno, il quale costituisce la peculiarità della religione che professo per il suo riflettersi e riversarsi nella logicità e nella vita pratica dell'uomo.

Molti dei concetti espressi da Mancuso, o dallo stesso agilmente e molto opportunamente riportati da altre fonti, mi trovano il più delle volte d'accordo; durante la lettura, però, mi ha lasciata un po' perplessa una sua asserzione in particolare. Riguardo al mondo delle prove razionali dell'esistenza di Dio, in cui ogni evento che si manifesta debba necessariamente avere una causa ed una fine, afferma: “Nel mondo del principio di causa + principio di finalità, nel mondo della ragion sufficiente, tutto ha una causa e tutto ha una fine. Si tratta di un mondo che ho sempre sentito come distante dalla mia esperienza vitale e, quando ho preso a riflettere sul dolore innocente causato dalle malattie genetiche, è crollato completamente nella mia mente, e non c'è catechismo o enciclica papale o pagina biblica che lo possa rimettere in piedi.”(p.112). Attribuisce forse, con questa dichiarazione, le cause di tali malattie a qualcosa di sovrumano, o addirittura sostiene che esse siano prive di causa? Penso che affermare ciò non sia del tutto esatto perché abbiamo (stavolta scientificamente provata) la certezza (e se di alcune non l'abbiamo, è perché non si sono ancora portati a compimento specifici studi) che le loro cause siano riconducibili all'azione dell'uomo: si potrebbero così elencare tutte le vittime del nucleare, immediate e non, causate delle radiazioni che determinano mutazioni nei geni contenuti nelle cellule riproduttive, producendo pertanto malattie e morte nella generazione nascente o trasmettendo un disturbo genetico nascosto a progenie distanti sulla linea del tempo: quelle che, sostanzialmente, hanno generato tutta l'ampia gamma di malattie perentoriamente contratte dai contemporanei destinate ad affliggere chissà quante altre generazioni ancora; si potrebbe, ancora, menzionare la sindrome alcolica fetale, che si verifica comunemente nei bambini le cui madri fanno uso smodato di alcolici durante la gravidanza; si potrebbe ricordare che l’esposizione professionale a solventi organici (sostanze chimiche che ne sciolgono altre) come gli alcoli, gli sgrassatori e i diluenti è ritenuta responsabile dell’aumento del rischio di malattie congenite, o anche che l’esposizione protratta ai pesticidi, in casa o sul posto di lavoro, può causare tali malattie ed altri tipi di complicazione della gravidanza, e così via dicendo.

Non v'è dubbio che siano stati gli esseri umani, abusando forse della libertà loro concessa e bistrattandola con il finalizzarla ai propri interessi, ad alterare quell'equilibrio lasciatoci in eredità, piuttosto che renderlo ancor più armonioso.

Penso che tra i fini ultimi di questo saggio ci sia quello di esortare i tanti “perplessi” ad analizzare, criticamente se si deve, la realtà, l'esperienza, senza aggrapparsi imprescindibilmente ai dogmi e alla bibbia di fronte ai quali si genera quella sorta di disagio interiore prodotto dalla necessità insoddisfatta di verità intellettuale; un'esortazione al preferire l'essere al credere inalienabile, al non smettere di cercare, al tentare di conciliare quel Dio impersonale principio e fine di tutte le cose al Dio “al dettaglio”, di essere in grado di affermare l'uno senza negare l'altro, di dare una visione comune alle contraddizioni che oggi non consentono ai molti perplessi di accettarne l'effettiva esistenza; un invito a riconoscere che tali contraddizioni sono generate da noi stessi in quanto in noi stessi intrinseche per avere poi la capacità di liberarcene, e con esse di liberarci di tutto ciò che il mondo esterno ha prodotto in noi, per far rimanere solo quel qualcosa di non funzionale al mondo, cioè la nostra vera essenza, la nostra anima, l'unica che ci renderà possibile valicare la morte, la sola realmente in grado di percepire e congiungersi a Dio.

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