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recensione del racconto Insonnia di Cesare Pavese

Insonnia, da Feria d'agosto di Cesare Pavese


Quando rientravo avanti l'alba sull'aia (rincasavo da feste, da discorsi, da avventure) sapevo che mio padre era là, sotto la macchia nera del noce, e stava immobile, da chi sa quanto tempo, guardando in mezzo agli alberi, dardeggiando gli occhi, sempre sul punto di uscire sotto le stelle. Io sbucavo dal prato e attraversavo l'aia (avrei potuto passare dal portico e non esser veduto), ma era meglio se capiva subito che non volevo nascondermi e quando il buio sarebbe diradato sapesse già ch'ero tornato da un pezzo. Il noce riempiva mezzo il cielo, ma un gran tratto dell'aia restava scoperto e biancheggiava: io passavo su quel bianco, e la notte era tanto serena che mi vedevo sotto i piedi la mia ombra.
Attraversavo quel bianco senza guardare dalla parte del noce, perché se avessi guardato avrei dovuto fermarmi e mio padre mi avrebbe chiamato dicendo qualcosa e uscendo fuori. Mio padre non dormiva di notte perché era vecchio e gli pareva di perdere il tempo. Diceva che il tempo non passato sui beni è tutto sprecato. Nel cuore della notte scendeva dal letto (ci saliva che non era ancor buio), e cominciava a girare, entrava nella stalla vuota, raddrizzava un tridente, raccoglieva una paglia. Da quando le mie sorelle si erano sposate non ci restava che una vigna: due giornate di costa che lui di giorno zappava e di notte sorvegliava dall'aia. Un tempo (quand'eravamo bambini), già mezzo addormentati nel letto lo sentivamo toccare la corda nella stalla e spalancare la porticina che strideva raschiando. Allora quel rugghio ci pareva una minaccia, la voce vera di nostro padre, che insonne vegliava e nella notte esponeva la casa ai tremendi pericoli che un rumore improvviso può suscitare nel buio. Avremmo voluto che la porticina gli si richiudesse alle spalle, per sentirci più sicuri in fondo ai letti, dove il nostro cuore batteva. Eravamo sempre vissuti in quella casa dove un rumore voleva dire un estraneo.
Adesso sbucavo sull'aia ridendo, e sapevo che mio padre mi aspettava sotto il noce. A volte mi accompagnava qualcuno fin sulla strada sotto la vigna: discorrevamo dell'ultima bottiglia, di quel che s'era fatto e si doveva fare. – A domani, - dicevo. - A domani, - e quell'altro si allontanava a passi lunghi, sotto le piante, anche lui verso casa. In tre passi salivo il sentiero e vedevo il gran noce e mi ritrovavo sull'aia di tutte le notti. Passavo senza fermarmi, davanti all'ombra di mio padre. Sentivo che mi guardava e voleva parlarmi. Non mi voltavo, arrivavo alla porta, e l'incontro era rimandato a un'altra volta.
Di giorno mio padre aveva le sue idee e si sfogava con la mamma e gridava con me. C'erano sempre dei lavori inutili e bisognava farli per amore della pace: si legavano fascine e si vangava. Mio padre chiedeva non tanto che noi ci chinassimo a faticare, quanto che gli fossimo intorno e girassimo sull'aia a fargli credere che c'era lavoro per tutti. Da quando le mie sorelle si erano sposate e gli affittavano la vigna, a casa nostra era una morte, non si vedeva più nessuno, anche la stalla era vuota. Certi giorni mi annoiavo come quando ero ragazzo e nessuno veniva a giocare. Pigliavo nei campi bruscamente e dicevo che andavo in paese; andavo invece da mia sorella e le chiedevo di darmi un lavoro purchessia: non mi dava lavoro, ma di là passava sempre qualcuno e si discorreva a sazietà.
- Cos'avete fatto? - mi chiedeva a cena mio padre, e non bisognava rispondergli che avevamo chiacchierato, perché cominciava a gridare e a prendersela con la mamma che ci aveva messi al mondo così. Non con me.
Venendo notte, non se la prendeva più con me, non osava affrontarmi. Era sempre sul punto di uscire dall'ombra, ma ogni volta io passavo, con la giacchetta sotto braccio, divagato e deciso, tendendo l'orecchio alle voci dei grilli, e nulla succedeva. Succedeva soltanto che, una volta entrato in casa, la mamma mi chiamava, con la sua voce soffocata, dal letto (neanche lei non dormiva più molto, alla sua età) e voleva sapere se mio padre era sempre sull'aia, sapere che cosa faceva, se aveva detto che rientrava. La tranquillavo borbottando, le dicevo che ero io e che faceva sereno. Rispondevo così spazientito, che sembravo mio padre. Era il mese di agosto e non c'era da pigliarsela se un vecchio non voleva dormire. La mamma a poco a poco taceva, ma neanch'io riuscivo a prender sonno (mi agitavano il vino e i discorsi della notte). Fuori c'era la campagna, c'eran le strade deserte, l'indomani col sole sarebbe stata un'altra cosa; ma intanto la smania di finirla, di prendere un treno, di andare in città e fare una vita più da uomo, non mi lasciava dormire. Anche mio padre era scappato giovanotto, e lui se n'era andato a piedi perché ai suoi tempi non c'era ancora la ferrovia. Ma dopo un anno era tornato. Io non volevo tornare mai più.
La notte della Madonna rincasai ch'era mattino, e una volta tanto il sentiero del prato mi parve diverso dal solito. Mio padre usci dalla stalla mentre facevo colazione sulla porta.
- Com'è andata la festa?
- Ho trovato il Nanni, - dissi masticando. - Abbiamo parlato.
- Che cosa può dire quel vagabondo...
- Niente. Mi prende insieme a lavorare quando voglio.
Mio padre si fermò irresoluto; aveva in mano una cavezza e la posò sulla finestra. Ancora un anno prima me l'avrebbe appioppata sulla schiena. Ma adesso era inutile, e si voltò verso la stalla di dove usciva la mamma passandosi una mano sugli occhi. Io lasciai che gridassero e intanto guardavo l'ombra lunga del noce.

Brano tratto da Feria d'agosto dello scrittore italiano Cesare Pavese

Riassunto Insonnia di Cesare Pavese


Il racconto Insonnia è presente nell'opera scritta da Cesare Pavese dal titolo Feria d'agosto che fu pubblicata dall'autore nell'anno 1946. In questo racconto viene descritto come il protagonista, tornando dalle sue uscite serali, come ad esempio feste e discorsi, trovasse sempre suo padre sotto l'albero del noce restando immobile guardando in direzione degli alberi. Il giovane descrive il suo ritorno a casa, passando per l'aia in modo tale che suo padre capisse che era tornato là già da un po'; viene descritta anche l'aia che biancheggiava in un tutt'uno con la notte serena. Attraversava l'aia senza osservare la parte del noce dove si trovava suo padre, in modo tale che questi non capisse che era rincasato tardi. Il padre del protagonista dormiva poco la notte per via della sua vecchiaia e perché gli sembrava una vera e propria perdita di tempo. Per il padre, infatti, era meglio trascorrere il tempo impegnandolo in attività di vita quotidiana, come raddrizzare un tridente, raccogliere della paglia, ecc...
Dopo il matrimonio delle sorelle, viene descritto come suo padre e lui avevano come bene più importante una vigna che veniva curata e controllata dal primo. La vigna, la stalla e l'aia della casa suscitavano nel protagonista del racconto tanti ricordi: lo stare sveglio di suo padre anche quando lui e le sue sorelle erano piccoli e intento in attività come ad esempio il toccare la corda della stalla, lo scricchiolio della porta nel cuore della notte.
Questi rumori che da piccolo potevano dargli fastidio, da grande invece erano diventati col passare degli anni delle cose piacevoli e facenti parte della vita quotidiana ed un motivo di rafforzamento del rapporto tra padre e figlio che spesso si ritrovavano nel cuore della notte nell'aia nei pressi del grande noce.

Nel testo viene ricordato come il padre e la madre discutevano sempre circa le cose che dovevano essere fatte durante il giorno, anche se si trattava di lavori noiosi riguardanti la gestione familiare, questi dovevano essere eseguiti. Il padre diceva sempre ai figli che i lavori di casa dovevano essere svolti e che se anche se non gli volevano portare avanti, i figli sarebbero dovuti stare sempre nei pressi dell'aia attorno a lui fingendo di prodigarsi per aiutare la famiglia. Negli anni successivi, la vigna veniva affittata dalle sorelle alla loro famiglia, ma il protagonista afferma come la vita non era più la medesima da quando loro non erano più nella casa di famiglia: c'era poco da fare e spesso lui si annoiava; per questo motivo si recava sempre nell'abitazione delle sorelle per chiedere loro di dargli qualche lavoro o faccenda da sbrigare che fossero come un pretesto reale per chiacchierare e discorrere con le persone che si trovavano nei pressi. Tornato a casa il padre gli chiedeva che cosa avesse fatto tutto il giorno e lui rispondeva che aveva portato avanti delle attività, in quanto per il padre il tempo non andava sprecato in cose futili come chiacchierare, bensì doveva essere impiegato in attività fruttuose.

La notte scorreva invece sempre serena con suo padre che si trovava insonne nell'aia e il protagonista che tornava a casa rassicurando sua madre circa l'atteggiamento di suo padre, dicendogli che tutto era tranquillo e che non c'era da allarmarsi se questi rimaneva sveglio, d'altronde anche lui rimaneva sempre sveglio nelle notti d'agosto. Tutto fuori era sempre tranquillo nel paese del giovane, il quale però non si capacitava di dover passare là tutta la sua esistenza, volendo fare una vita più regolare in città e non tornare mai più al paese. Anche il padre aveva lasciato da giovane il paese, ma fece ritorno al paese, lui invece no era convinto che se ne sarebbe andato via per sempre.
Il racconto si conclude con un dialogo tra padre e figlio che discutevano sulla festa da cui quest'ultimo tornava, in cui aveva incontrato il Nanni che gli aveva promesso un lavoro. Dopo questo dialogo, il vecchio non disse nulla, prese una cavezza e la posò sulla finestra. Infine il padre si recò in direzione della moglie e da lontano il protagonista sentì i suoi genitori discutere come sempre erano soliti fare.

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