Il testo di Buzzati è considerato uno tra i romanzi più significativi del 900'. Raccoglie i temi cardine della narrativa dell'autore. I temi più rilevanti di quest'opera sono vari, tra cui spicca la solitudine dell'uomo anche in mezzo ad altre persone,questo concetto lo ritroviamo per esempio quando il protagonista torna a casa dopo 4 anni ed il ricordo di lui nelle persone è sbiadito e l'imbarazzo con Maria Vescovi è molto forte, oppure durante la sua prima notte nella fortezza. Questo però non è il tema fondamentale che invece è l'attese. La condizione della fortezza, attendere qualcosa che mai si verifica. Solo all'ultimo giunge ciò che Drogo aspettava ardentemente, ma lui viene cacciato da Simeoni.
Il romanzo si forma dalla la contrapposizione di due luoghi, la fortezza e la città, il primo che è il luogo dell'attesa in cui ogni giorno si ripete uguale al precedente, e il secondo il luogo del fruire della vita.
È una scelta tra il partecipare all'esistenza e una scelta all'immobilità. Nella fortezza è presente una lunga e vana speranza di gloria, ma questa è quasi solo un pretesto per rimanere, c'è un'oscura illusione, attrae di più la vita abitudinaria perché il cambiamento può far paura. La fortezza è la metafora dunque del trionfo dell'abitudine ed è l'immagine di qualcosa che protegge dai rischi della vita.

Dunque tutto il libro risulta essere una riflessione dell'autore sulla vita, la parte narrativa è quasi inesistente, vengono messi in primo piano i pensieri e le riflessioni del narratore onnisciente di tipo ottocentesco e di focalizzazione 0, e dei personaggi.
È una riflessione su come gli uomini sprechino il tempo rimanendo in attesa di qualcosa di indefinito, il tempo che passa e l'uomo non se ne accorge, pensa di avere una vita davanti ma che si accorcia sempre di più.
Ciò lo ritroviamo per esempio nei passi: "fino allora era spensierato dall'età di giovinezza...", "ma c'era già in lui il torpore delle abitudini...", "Abitudine era diventato il turno di guardi, i compagni...".
"inesistenti desideri viaggio senza ritorno"già dalla seconda pagina del libro sorge l'inquietudine. Il non riuscire a dare il nome all'inquietudine è tipico del 900'.
Le sue descrizioni hanno valore simbolico, la natura come specchio dell'uomo.
La non vita uccide la vita, ne troviamo responso nello sparo contro Lazzaro che era uscito a prendere il cavallo. Il romanzo si nutre di contrapposizioni per farci vivere.
L'ultima parola "sorride" porta il protagonista ad avere un riscatto finale, perché l'onore lo si può ricavare anche da una morte serena e non necessariamente in battaglia. Il fatto che muoia in una locanda è significativo perché non è casa sua, ma un luogo di passaggio per milioni di persone.
L'ultimo tema che affronta Buzzati è quello del mistero rappresentato dalle montagne, torna fin dai primi romanzi dell'autore, che in molti suoi racconti, infatti egli era nato a Belluno e da sempre aveva sentito il richiamo delle montagne. Quando quegli uomini scorgono la possibilità di rimanere nella fortezza c'è un passo sul mistero delle montagne, indicano che non esiste solo l'aspetto razionale ma che qualcosa potrà accadere. Ritroviamo in Buzzati delle affinità al realismo magico di romanzi come "La casa degli spiriti" di I. Allende o "Cent'anni di solitudine" di G. G. Márquez.
Quindi l'ambientazione è realistica in cui striscia qualcosa di misterioso.

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