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Il barone rampante di Italo Calvino


Il protagonista del romanzo ha appena conosciuto (e salvato dall’inseguimento delle guardie) il temuto brigante Gian dei Brughi, cui vengono attribuiti, a torto o a ragione, tutti i misfatti compiuti nella zona.
Cosimo è diventato amico di Gian dei Brughi e gli ha fatto scoprire il piacere della lettura, rifornendolo regolarmente con i libri della biblioteca di famiglia e procurandosene altri dai librai. Anzi, la voracità con cui Gian dei Brughi divora le opere trovare da Cosimo contagia il giovane stesso. Immersosi nelle pagine dei maggiori successi letterari dell’epoca, il brigante abbandona le sue imprese criminali e si redime.
Ma tra i suoi ex-complici serpeggia lo scontento e cova tradimento.
Cosimo Piovasco barone di Rondò vive in Liguria tra metà Settecento e primi decenni dell’Ottocento. Il conflitto con l’autoritario padre lo porta a fuggire di casa all’età di dodici anni e andare a vivere sugli alberi. È il 15 giugno 1767. non tornerà più al suolo e passerà tutto il resto della sua esistenza sui rami e tra le fronde, prima ragazzo, poi giovane, infine adulto e vecchio.
Dall’alto degli alberi il barone “rampante” vede scorrere la Storia: i fermenti riformatori dell’Europa settecentesca, la Rivoluzione francese, l’invasione napoleonica. Sempre arrampicato sugli alberi, mantiene bene o male i rapporti con la famiglia, legge i romanzi alla moda e i filosofi, si innamora, amministra i suoi beni, fa amicizie, si occupa di un cane bassotto che battezza Ottimo Massimo. In piena Restaurazione, malato e ormai agonizzante, Cosimo si aggrappa a una mongolfiera di passaggio e scompare.
Il barone rampante fa parte di una trilogia (dal titolo i nostri antenati) cui appartengono anche Il cavaliere inesistente e il visconte dimezzato.
Nel romanzo Il barone rampante troviamo inizialmente l’esilarante ritratto di un bandito “rammollito” dalla lettura, secondo il punto di vista dei malfattori che si nascondono nel bosco facendosi scudo della terribile fama di Gian dei Brughi, in realtà, come si direbbe al giorno d’oggi, riabilitato dal contatto con la cultura. Della redenzione di Gian dei Brughi non tengono però conto le leggi del tempo, che hanno i loro pilastri nella tortura e nella pena capitale. E l’episodio, mutando toni, sfuma verso il malinconico finale.
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