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Venere e Marte

Dal verso 21 inizia l'invocazione ad una Venere collaboratrice del poeta nella stesura dell’opera. Lucrezio chiede alla dea di concedere eterna grazia al suo canto e di fare in modo che finiscano le guerre; infatti Venere è simbolo di pace in contrapposizione al suo amante Marte, dio della guerra. Solo quando Venere avrà ottenuto da Marte la pace per i romani il destinatario Memmio potrà godere della lezione di sapienza offerta dal poema. Usa pangere e non scribere, che deriva da pingere, per indicare lo spingere dello stilo nella cera durante la scrittura. Conor allude alla fatica. La raffigurazione di Venere e Marte è plastica, quasi fosse la descrizione di un gruppo marmoreo in movimento. Il dio rapito dalla passione è statico davanti alla dea.

I versi dal 44 al 49 non ci sono pervenuti, o tolti dallo stesso Lucrezio, o perduti. Forse vi aveva annunciato l’argomentazione del suo poema, quindi che voleva parlare dell’essenza del cielo e delle divinità e aveva illustrato la teoria materialista. Dal verso 50 al 61 si rivolge a Memmio e lo estorta a prestare orecchio libero alla dottrina della verità, quindi ad essere sagace, sciolto da ogni preoccupazione, di pensare solo alla dottrina che presenta.

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