Lucrezio - Biografia e opere


Nacque nel 94 (o 98) a.C. e morì nel 50 (o 55) a.C.
Dal Chronicon di Girolamo apprendiamo i cenni biografici più significativi di Lucrezio:
“Nasce il poeta Tito Lucrezio che, condotto alla pazzia per un filtro d’amore, dopo aver scritto nei periodi di lucidità della pazzia alcuni libri, che poi rivide Cicerone, si suicidò a 43 anni d’età.”

Vi sono riferimenti alla sua nascita e alla sua morte, alla sua opera, all’incontro con Cicerone, ad un presunto filtro magico d’amore a cui si sottopose e alla follia, cui l’amore stesso lo condusse, sfociata poi in suicidio.
La notizia, però, sembra essere senza fondamenti per: il filtro è stato attribuito ad alcuni passi del poema in cui descriveva gli effetti dell’amore; la follia e il suicidio vengono attribuite a degli ambienti ostili verso l’autore che si rifecero in parte a ciò che scriveva nei suoi testi e in parte ad alcune testimonianze che notano in lui una personalità disturbata, dominata da ansie e depressione e l’idea ossessiva della morte.

Comunque non è insolito che in letteratura si associno amore, follia e suicidio; la prima a menzionare questa forma di alterazione è la poetessa Saffo, quando parla del suo stato d’animo per un amore tradito. Dopo di lei questo tema assunse particolare importanza e viene presentata la forza che ha l’amore non corrisposto sulla vita degli uomini e delle donne che ne sono vittime: si perdono le forze, la fame, la buona volontà, si cerca la solitudine e piano piano si giunge alla morte. I medici definiscono questo stato psichico come una follia (melanconia) e suggeriscono cure non sempre efficaci, tanto che molti suppongono che essa sia incurabile e porti alla morte.

L’opera di Lucrezio è un poema epico didascalico, il De rerum natura, che è la traduzione di Perì physeos, titolo greco del trattato sulla fisica di Epicuro. Questo genere letterario, che, in versi o in prosa, si propone di impartire un ammaestramento scientifico, religioso, morale, dottrinale, nacque in Grecia, intorno al 700 a.C. per opera di Esiodo, autore della Teogonia (in cui rivela la conoscenza delle origini del mondo e degli dei, rivelatagli dalle Muse) e delle Opere e i giorni (in cui espone, mediante l’espediente della finzione letteraria, una serie di precetti moral e pratici in vari ambiti). Il poema di Lucrezio viene definito epico perché parla delle gesta di Epicuro, che ha liberato il popolo dal turbamento e dalla paura degli dei, e didascalico perché finalizzato all’insegnamento della natura delle cose.7

Il suo obiettivo era quello di diffondere la filosofia epicurea, che da sempre lo aveva affascinato e in cui vedeva una possibile via di fuga dalle paure e dai turbamenti fisici e psichici dell’animo umano. Collocandosi nel clima caratterizzato dalle guerre civili, Lucrezio trova così un’ancora di salvezza per l’umanità, proponendo il quadrifarmaco epicureo: medicina che, secondo i quattro capisaldi del pensiero epicureo (infondata paura degli dei, della morte e del dolore e ricerca del piacere), libera l’anima dai tormenti e dalle preoccupazioni.

Nel poema assume una posizione fondamentale il filosofo Epicuro, fondatore della scuola epicurea, il Giardino, che viene elogiato per il suo operato. La sua filosofia era incentrata sul raggiungimento del piacere mediante edonismo (raggiungimento del piacere) ed atarassia (imperturbabilità dell’uomo), rappresentati attraverso la metafora del saggio che guarda dall’alto di una roccia il mare in tempesta. Tuttavia i tradizionalisti a Roma ne erano contrari perché non condividevano diversi principi: l’indifferenza degli dei di fronte alle vicende umane (perché minava il sistema politico-religioso romano fondato su sul rapporto tra azione umana e volontà divina), il concetto di ataraxia (perché implicava la rinuncia alla vita politica, considerata fonte di turbamento), la negazione dell’immortalità dell’anima e l’assenza di premi o castighi dopo la morte (perché annullava le differenze di ordine sociale e morale fra gli uomini).

Il poema, dedicato al politico aristocratico Caio Memmio, è suddiviso in sei libri, raccolti in diadi, all’inizio di ognuna delle quali vi è l’elogio ad Epicuro, che tratta in maniera encomiastica i capisaldi della filosofia epicurea e il suo influsso nella vita degli uomini.

In Lucrezio; seppur sia, in genere, coerente con il pensiero epicureo, troviamo anche una visione pessimistica, che, rappresentata mediante la metafora del naufrago che ha bisogno di aiuto ma non riesce a comunicare, si pone in contraddizione con il principio epicureo di hedoné; questo perché Lucrezio non è del tutto convinto che esso possa prevalere totalmente sulla realtà, caratterizzata anche da eventi negativi e dalla posizione marginale dell’uomo nel mondo.

Lo stile si adatta alla finalità didascalica: sono presenti ripetizioni dei concetti chiave, inviti al lettore, similitudini, esempi, immagini che rendono accattivante la trattazione, inoltre i registri stilistici variano in base alla materia; problema fu la povertà del lessico latino che non bastava a trattare la materia; per risolverlo l’autore ricorse a perifrasi, tecnicismi, neologismi, arcaismi. A livello fonetico le figure di suono si adattano alla struttura dell’esametro, meno armoniosa dei futuri esametri virgiliani ma meno rigida di quelli enniani; vi sono i lucida carmina (versi illustri), in cui si addolcisce la difficoltà della filosofia con la poesia.


Il De Rerum Natura

Prima diade:
I libro: il poema si apre con l’inno d’invocazione alla dea Venere, (hymnos kleticos), genere frequente nella letteratura antica in cui erano presenti invocazione, in cui, insistendo sul pronome personale di seconda persona, ci si appellava alla divinità; aretalogia, in cui si elencavano le virtù della divinità; dossologia, in cui venivano celebrate le sue lodi; ed enunciazione delle richieste (Lucrezio non chiede ispirazione, ma il lepos eterno per la sua opera). [Pur essendo avverso alla mitologia e alla poesia, Lucrezio apre il poema con l’invocazione ad una divinità; ci sono diversi motivi che spiegano questa scelta: 1) risponde alla tradizione letteraria; 2) la dea è simbolo della natura, argomento centrale del poema, e di voluptas, che è il fine del percorso filosofico; 3) la dea, essendo madre di Enea, è madre dell’intera stirpe latina; 4) la dea è il nume tutelare della famiglia dei Memmi, cui appartiene il destinatario dell’opera.]
Ad esso segue l’elogio ad Epicuro, presentato come un eroe epico che ha saputo sfidare le leggi divine per soccorrere e liberare l’umanità dal rapporto di subordinazione alla religio, tema frequente nell’opera di Lucrezio perché intendeva la religione come un sistema di riti disumani e credenze irrazionali teso ad incutere paura nell’uomo e a renderlo schiavo.
La religione è, inoltre, causa di azioni mostruose, come testimonia il successivo sacrificio di Ifigenia, episodio molto toccante di cui si serve a rivelare il carattere dannoso della religio e a confutare l’obiezione di empietà mossa a carico dell’epicureismo; Ifigenia è la figlia di Agamennone e Clitemnestra che venne sacrificata dal padre per placare l’ira della dea Artemide, attribuita dagli indovini all’uccisione di una sua cerva sacra; l’infelice, sotto inganno, si preparò per le sue presunte nozze con Achille, ma nel tragitto dal palazzo al tempio apprese, grazie ai volti tristi della gente, la sua triste realtà; in questo modo vengono fusi e presentati insieme, e descritti dal punto di vista della vittima, il rito matrimoniale e il rito sacrificale perché alla dea Artemide, legata alla caccia, alla fecondità e al parto, viene sacrificata una donna pronta per le nozze.
Segue poi l’esposizione dei principi della fisica epicurea, in particolare la teoria atomica, con ripresa delle teorie di Leucippo e Democrito (conservazione delle cose, eternità della sostanza, aggregazione e disgregazione degli atomi) e descrizione delle caratteristiche degli atomi (corpuscola minima), indistruttibili, indivisibili, eterni, infiniti.

II libro: si apre con una breve introduzione in cui si esalta il sapiente epicureo, lontano dalle passioni e dai turbamenti del mondo; si espone la teoria dei moti incessanti degli atomi che, sotto l’effetto della forza di gravità, cadono verso il basso, ma deviano casualmente (clinàmen) il loro moto rettilineo e così originano le cose; si allarga il concetto dell’infinità degli atomi e si prelude l’esistenza di infiniti mondi e viventi; si spiegano i processi di aggregazione e disgregazione degli atomi, che comportano, rispettivamente, nascita e morte delle cose e si anticipa il declino del mondo terreno, destinato a disgregarsi.

Seconda diade:
III libro: si apre con un nuovo elogio ad Epicuro; segue la trattazione della teoria della natura dell’anima, il principio vitale di ogni corpo che muore insieme al corpo ma è formato da quattro tipi di atomi diverso, vento, calore, aria e una quarta essenza senza nome che genera sensibilità e riflessione che hanno sede nell’animus; si afferma l’infondata paura della morte e dell’aldilà perché con la morte ci si priva di qualsiasi sensazione e quindi non se ne avrebbe alcuna percezione, com’è infondata la paura del dolore, che, se è insopportabile sfocia nella morte, in caso contrario è sopportabile e non bisogna preoccuparsene.

IV libro: si espone la dottrina gnoseologica epicurea, che avviene per sensazioni: gli atomi posseggono delle sottili membrane (simulacra) che si staccano fornendo ai nostri occhi la visione delle cose; descrive le illusioni della ragione che influenzano la realtà, visioni e miraggi, e i sogni, riproduzioni mentali delle immagini viste da svegli; si sofferma sulla descrizione dei sogni erotici e passa al tema dell’amore che, in corrispondenza alla concezione epicurea dell’eros, inteso come forza preposta solo alla procreazione, divien+-e una passione folle e insana che genera tormenti inutili nell’animo umano ed è quindi da evitare e da non sovrapporre alla sua dimensione fisica.

Terza diade:
V libro: si apre con un ulteriore elogio ad Epicuro; ci si concentra sull’indifferenza degli dei di fronte alle vicende umane, per cui la loro paura è infondata; si parla della casuale e non divina formazione del mondo, costituito da elementi mortali (acqua, aria, terra, fuoco, disposti in base al loro peso secondo la teoria degli elementi naturali) e quindi destinato a scomparire; si passa alla ricostruzione della storia dell’umanità con l’esaltazione del suo progresso e la sua degenerazione causata dall’avidità di ricchezze e dalle continue guerre; espone l’intenzione di terminare il libro descrivendo gli intermundia, dimore, beate e separate dal mondo, degli dei.

VI libro: si ha un ultimo elogio ad Epicuro e si spiega l’origine naturale e non divina di alcuni fenomeni che per il loro aspetto terribile gli uomini hanno inteso come punizioni divine (tuoni, lampi, fulmini, terremoti, eruzioni), essi accadono per via delle interazioni tra atomi di fuoco e vento; si esaminano altri fenomeni terribili che hanno causato stragi, anch’essi spiegabili naturalmente, e ci si sofferma sulla peste di Atene del 430 a.C., excursus che, contrariamente all’intenzione iniziale del poeta, conclude il poema.
(Ipotesi chiusura diversa dall’intenzione: morte prematura o cambiamento di idea)

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